
Statens Museum for Kunst – National Gallery of Denmark, Copenhagen
Non era affatto scontato individuare una chiave efficace per dar forma e indirizzo a una mostra fondativa come quella in corso da fine novembre al Museo romano di Palazzo Braschi intitolata a Ville e giardini di Roma (visitabile fino al 12 aprile). E proporre finalmente a un vasto pubblico la gran mole di studi e interpretazioni, documenti ed evidenze figurative su temi, forme e testimonianze relative ai giardini di Roma prodotta negli ultimi decenni come esito delle ricerche di una vita da parte di Alberta Campitelli e sodali. Occorreva affrontare e risolvere dialetticamente l’apparente paradosso di una compresenza disorientante, per quanto costitutiva, specialmente per una città come Roma dove tutto risulta da un inesausta reinvenzione di sé stessa, e ancor più per i giardini, opera impermanente perché viva, in continua trasformazione, e transeunte, per l’alto tasso di caducità cui è strutturalmente soggetta in ragione della sua fragilità.
Ci riferiamo alla compresenza che vede qui, da un canto, il succedersi incessante di una serie di giardini realizzati – episodi istitutivi e opere originalissime, specifiche del tessuto urbano e della storia politica e culturale che a Roma si dispiega, in un processo unico, anche per la storia del giardino, e nel così lungo periodo, ma da risalire ogni volta per come sovrascritti per via di riutilizzi e cancellazioni, stratificazioni e reinterpretazioni – e che d’altro canto, su queste presenze (spesso evanescenti) registra il cumularsi in palinsesto di una gran messe di rappresentazioni coeve: testimonianze principe, talvolta solitarie e residuali, di un patrimonio tanto effimero – con rischio al seguito che un tale predominare del visivo sovente comporta, di sbalzarle, quasi fermo fotogramma, in una temporalità assoluta, stereotipata, di invenzioni, prototipi, stilemi. Appiattendo o alterando genealogie o convergere di soluzioni, successioni e sovrapposizioni a staffetta di episodi che insistono sulle stesse topografie, o magari trascurando ogni traccia dell’ineffabilità dei vuoti di quanto scompare agli occhi. Non si trattava, quindi, di dar conto tanto della selezione delle pur meravigliose, per capacità di evocazione e accuratezza informativa, rappresentazioni di giardini convocate in mostra, ma della messa in tensione di queste testimonianze visive con il tessuto di conoscenze e interpretazioni accertate, volta a volta chiamate a confermarle, correggerle e integrarle.
Così, piuttosto che nel giustapporsi proprietario (poi ereditario) di nomi di famiglia che spesso stentano a identificare in modo univoco i singoli giardini, sono piuttosto – ma non lo si creda affatto evidente – i luoghi che si son fatti dimora fisica di tali giardini a veicolare gli estremi di quella loro (almeno) bidimensionale fisionomia.

Proprio quei luoghi che sempre han concorso a farli com’erano, i giardini – per opportunità e condizionamenti di orografie, panorami, simboli ereditati, contesto del loro farsi e perdurare –, vengono perciò convocati – eletti ad avatar della loro presenza, magari fuggevole, colà –, in apertura della mostra fin dalla grande mappa interattiva della città da interrogare nella prima sala – e poi ancora potendone portarne con sé nel percorso una copia cartacea indicizzata.
Ed è a partire dal gioco di sovrapposizioni e trasparenze che si attiva anzitutto dal loro sedime culturale declinato nelle temporalità e nella trama dei rinvii – tra di loro e con la città – che quei luoghi, parlano al riflesso dello sguardo del visitatore, che in un quasi inevitabile, fanciullesco divertissement, cerca raffronti e ritorni con la nostra immagine, di quel che resta o almeno del dove.
È la scelta di portare a evidenza la trama che sottotraccia intesse le fisionomie restituite in controluce dall’incrocio di piste e documenti lasciati dietro di sé dalla vita vissuta di quei giardini, con il riverbero dell’istante volta a volta estratto da quel flusso e catturato a incorporarne l’esperienza sensoriale – a un tempo nello specifico rilievo dell’intenzione artistica, tra ritratti di giardini e pitture di paesaggio, come pure nella lettura “situata” della proiezione in immagine (riduzione, interpretazione, talvolta reinvenzione) – a rendere così finalmente percorribile il paradosso della compresenza di cui sopra, e a orientare l’esperienza della mostra in una sorta di utopica, fremente – più di tanti illusionismi digitali – topografia sinottica di relazioni: cronologicamente, tipologicamente, dal punto di vista della storia della cultura, delle arti e del gusto, degli usi sociali. In un gioco di restituzione di relazioni plurali sempre reciproche

Nella sua incalzante ricchezza di informazioni e spunti questa mostra – realizzata a cura oltreché della Campitelli, da Alessandro Cremona, Federica Pirani e Sandro Santolini – va perciò vista o piuttosto abitata. E a poco vale pretendere di raccontarne l’esperienza (ricco anche il catalogo di molti ulteriori spunti e suggestioni: dal riutilizzo nei giardini dell’antico delle rovine come fondale di ideali continuità alle sempre stentate presenze del giardino paesistico, dai tratti funzionali alla convivialità e ai rituali del vivere in villa al rilievo di episodi e caratteri stilistici del giardino pubblico, dalla presenza di serre, labirinti, fauna selvatica allo specifico delle forme della rappresentazione del giardino, tra fotografia, visioni fantastiche e pittura della prima metà del Novecento, per L’Erma di Bretschneider, pp. 407, € 60,00).

Naurum Aktiengesellschaft, Ginevra
Le quasi duecento opere esposte tra dipinti, progetti, testimonianze, che si incontrano nella scansione di unallestimentocerto non facile in quegli spazi disegnano tra molti prestiti prestigiosi e valorizzazione di un consistente nucleo di opere dalle collezioni d’arte di Roma Capitale un percorso principe che si dispiega con misura e sapienza nel ritmo scandito di esordi, progressioni e ritorni tra i secoli dal XVI all’ultimo scorso, ma che continuamente invita a un gioco di ammiccamenti e rinvii in enjambement di fasi, protagonismi, temi.
Tra gli altri, il tentativo di restituire le scarse, spesso misconosciute tracce dell’ingegno di giardinieri e progettisti, l’insistenza sulla costante della coesistenza, in fasi diverse, ma di lungo periodo di giardini “di fiori” e colture produttive, utile dulci, dagli agrumi ai carciofi dei giardini vaticani ai boschetti di gelso del diciassettesimo secolo (fino all’attuale reintroduzione di un vigneto al Palatino in quelli che erano gli Horti farnesiani).
Su tutti, a partire dalle molte evidenze proposte fin dalla mappa interattiva d’apertura (sempre in colore verde, ma spento!), la testimonianza del progressivo, inesorabile, venir meno lungo l’intero arco temporale documentato di davvero tanti giardini oggi scomparsi: dalla repentina battuta d’arresto costituita già dal sacco di Roma (che per un tratto condizionerà l’affermarsi del modello a lungo di riferimento del cinquecentesco giardino formale, per quanto attento all’articolarsi dei luoghi, capace altresì di integrare la dimensione umanistico antiquaria, del collezionismo e del recupero dell’antico, e dalle distruzioni volta a volta operate per far posto al colonnato berniniano (Villa Cesi) o alla passeggiata pubblica del Gianicolo a fine 800 (Villa Lante), al paradosso di una passione diffusa per il verde di rappresentanza che a inizio Seicento porta alla scomparsa di altri giardini, via via inglobati in ville maggiori (nella villa Ludovisi attorno a Porta Pinciana o per quelli di Villa Sforza confluiti nell’ambito di Palazzo Barberini).
Gravi le perdite anche in occasione di combattimenti (la difesa della Repubblica romana) e specialmente per le grandi lottizzazioni di Roma capitale (determinanti nella zona della Stazione termini con Villa Montalto Peretti), le aperture di nuove strade (la riduzione di villa Aldobrandini per quella di via Nazionale), l’espansione sulle vie consolari, i nuovi argini di contenimento del Tevere che distruggono o riducono molti giardini affacciati sul fiume.

Musei Capitolini, Roma
Se durante il ventennio molti son poi gli episodi di un’attenzione al verde, spesso in un’ottica propagandistica, nel dopoguerra il costante processo di erosione avanza ineluttabile per via di lottizzazioni, con l’alterazione anche di vaste porzioni di giardini di proprietà di istituti religiosi o episodi come la distruzione della seicentesca villa Costaguti colpita nell’ottobre 1946 da un attentato sionista in quanto sede dell’ambasciata del Regno Unito.
Sopravvivono alcune ville acquisite dallo Stato (nel 1901 Villa Borghese che viene unita al Passeggio pubblico del Pincio, villa Pamphili espropriata a metà degli anni Sessanta e Ada Savoia tra la fine Cinquanta e Novanta) a segnare una timida inversione di tendenza con la giunta del sindaco Argan dalla meta degli anni Settanta.
Così, oltreché illustrare puntualmente il rilievo della presenza di ville e giardini storici nello sviluppo di Roma dal Rinascimento al Novecento, tale da connotarne l’immagine ed evidenziarne il ruolo in un’originale, straniante, lettura della città dal punto di vista degli spazi sottratti al costruito, la mostra ci allerta sulle fragilità di un patrimonio che – seppur qualifica Roma come il comune più verde d’Europa, ancora e malgrado il progressivo depauperamento di cui s’è detto –sempre risulta troppo spesso inavvertito e trascurato. E, invece, tutto da conoscere, curare, abitare.
Ville e giardini di Roma, mostra nel Museo romano di Palazzo Braschi (visitabile fino al 12 aprile 2026), a cura di Alberta Campitelli, Alessandro Cremona, Federica Pirani e Sandro Santolini, recensita da Andrea Di Salvo su Alias della Domenica XVI, 4, Supplemento de Il Manifesto del 25 gennaio 2026

Museo di Roma































