Garnet Wolseley, il giardino alle donne

Nella pratica editoriale di riedizione di testi classici più o meno d’antan merita certo attenzione la complessa e poliedrica figura di Frances Garnet Wolseley, propugnatrice nell’Inghilterra di inizio Novecento dell’affermazione della presenza professionale delle donne in giardino e in ambito orticolturale. Con la fondazione di una delle prime scuole dedicate e con un’instancabile attività editoriale su riviste e volumi.
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Se, già con la metà dell’Ottocento, Jane Webb Loudon aveva individuato, con il suo manuale Gardening for Ladies, l’esigenza di parlare, con piglio pratico e divulgativo, e con grande successo di pubblico, di tecniche e strumentazioni a una platea di non specialisti, specialmente femminile, con il volger del secolo, da passatempo finalmente accessibile anche per le donne il giardinaggio diventa tramite di sviluppo professionale e opportunità, occasione di definizione identitaria. Leggi tutto “Garnet Wolseley, il giardino alle donne”

Il gusto aspro del paesaggio

Stenta ancora ad affermarsi nel senso comune l’evidenza che quella complessa molteplicità di relazioni che chiamiamo paesaggio (variabili naturali, culture materiali, proiezioni mentali) non sia soltanto un lascito del lavoro e della sapienza delle generazioni precedenti, quanto piuttosto l’esito in divenire della nostra capacità di reinterpretarlo creativamente. Aggiungendovi ogni giorno il protagonismo contraddittorio delle nostre tante attualità. Eppure, questa consapevolezza comincia talvolta a farsi condivisa, fino alla presa di parola e di responsabilità da parte delle comunità dei luoghi. E ciò va insieme al progressivo diffondersi di una cultura del “paesaggio vissuto” fatta di educazione continua dello sguardo e dei sensi, delle emozioni e dei saperi, ma anche di formazione e divulgazione, del convergere di conoscenze ultradisciplinari, imperniate su una visione strategica e un’articolata metodologia progettuale.

La figura connettiva dell’architetto del paesaggio gioca da tempo un rilevante ruolo specifico nel costruire e promuovere questa cultura. Prospettando anche in Italia, seppure con un certo ritardo, l’importanza di competenze che, nel quadro di un approccio interdisciplinare, intervengano nell’ideazione e nella progettazione di quelle che vengono oramai definite “infrastrutture verdi”: a dar conto della valenza di sistema che tale coordinata molteplicità di interventi assume innervando alla più diversa scala l’intelaiatura sociale, abitativa, produttiva, conformandone aspirazioni e immaginario.

Organizzato dai paesaggisti dell’Associazione Italiana di Architettura del Paesaggio, si terrà quest’anno in Italia, dal 20 al 22 aprile al Lingotto di Torino, il 53° Congresso mondiale dell’International Federation of Landscape Architects, l’organismo che coordina le 74 associazioni nazionali di architettura del paesaggio strutturate nel mondo in 4 macro regioni.

Il confronto sul tema che intitola la tre giorni, Tasting the Landscape, è un invito accorato a considerare anche la componente emozionale e percettiva dei paesaggi, qui opportunamente privilegiati nella dilagante dimensione liminare costituita dai paesaggi peri-urbani, tra città e campagna. Una serie di realizzazioni dai più diversi contesti verranno proposte con la possibilità di valere come buone pratiche. Un documento conclusivo di sintesi e indirizzo verrà condiviso e portato all’attenzione di cittadini e politici, richiamandoci alla responsabilità comune che ci vede tutti comunque operare sul paesaggio, magari in negativo, astenendoci e pagando così i costi del “non fare”, oppure procedendo ex post, per emergenze. O invece assaporando il gusto di un paesaggio consapevolmente ipotizzato, sbilanciandosi nel segno della sperimentazione, enunciando indicazioni a procedere in dialettica serrata con altri pareri, idee, processi partecipativi. Nella convinzione che una rinnovata consapevolezza del valore del paesaggio sia premessa di una condivisa, civile assunzione di responsabilità.

Intervista con Anna Letizia Monti,  presidente  della Associazione Italiana di Architettura del Paesaggio in occasione del 53° Congresso mondiale dell’International Federation of Landscape Architects che si terrà quest’anno a Torino, al Lingotto, dal 20 al 22 aprile

Torsten Wirke:
The Peace Monument, or: God with us, sketch per il disegno realizzato poi attraverso il taglio dell’erba al Monument of the Battle of the Nations a Lipsia 2013. Un approccio minimale e dirompente per percepire con occhi nuovi paesaggi consueti nell’intervento di un paesaggista e di un artista, Torsten Wilke e Ralf Witthaus

Nella dichiarazione programmatica del 53° Congresso mondiale dell’International Federation of Landscape Architects che si terrà quest’anno a Torino, al Lingotto, dal 20 al 22 aprile organizzato dall’Associazione Italiana di Architettura del Paesaggio, la presidente, Anna Letizia Monti, si dice certa che “anche a livello nazionale i politici, gli amministratori, l’opinione pubblica stiano finalmente riconoscendo che il paesaggio è in ogni luogo un elemento importante per la qualità della vita delle popolazioni”. Le chiediamo se il grande sforzo organizzativo che porterà a Torino oltre 1000 specialisti del paesaggio non deve scontare, specialmente in Italia, la convinzione difensiva, che pure non manca di buone ragioni, che vede il paesaggio ancora troppo spesso considerato soltanto come qualcosa da ammirare e tutelare, conservandolo eguale a sé stesso. Mentre il messaggio del vostro incontro pone l’accento su un progetto di paesaggio che si collochi operativamente al centro delle attività di crescita e sviluppo del Paese. Come si conciliano questi punti di vista?

Non è più il tempo di pensare al paesaggio come elemento iconico e celebrativo. Il paesaggio è una realtà dinamica, che si evolve, muta e si trasforma. È parte integrante della vita quotidiana dei Paesi e delle popolazioni e partecipa con essi al mutare delle necessità, ai nuovi usi.

Il paesaggio si fruisce in molteplici modi e funzioni e si può declinare come spazi urbani e periurbani per favorire rapporti e relazioni; come aree cittadine e rurali con impianti arborei finalizzati alle attività ricreative e al miglioramento della qualità dell’aria; come siti densi di stratificazioni e destinazioni passate che si rinnovano per produzioni alimentari di contiguità o per poetiche partecipative.

Il nostro Paese è in ritardo su molti di questi temi, ma è giunto il tempo di (re)agire.

Il Congresso ha anche questo obiettivo: evidenziare le necessità, risvegliare gli animi, suggerire soluzioni per poter avviare coscientemente e sistematicamente progetti e realizzazioni paesaggistiche che siano parte integrante delle politiche di questo Paese che – purtroppo – è in ritardo di decenni sulla realizzazione di normali progetti di paesaggio, reali e possibili.

D In questo tipo di consessi c’è spesso il rischio di parlare a se stessi invece di assumersi il rischio di dettare, quasi imporre al dibattito alcuni temi forti. Potrebbe introdurci alle ragioni della scelta di un titolo come Tasting the Landscape e della sua articolazione nei 4 filoni di approfondimento?

Si è scelto di indagare gli ambiti del progetto di paesaggio a tutto tondo: la risignificazione sensibile dei luoghi, le criticità delle aree marginali, le coltivazioni di prossimità, i paesaggi stratificati, le poetiche del vivere quotidiano.

A Torino si indaga sui paesaggi condivisi: le aree fra città e campagna, residenza e coltivazione agricola, produzione industriale e abbandono. Sono paesaggi che possono e devono creare legami, condivisioni e dare valore a luoghi, persone, idee e produzioni; sono le aree per l’agricoltura urbana, sono i periurbani non più in attesa di essere urbanizzati ma che risorgono a vita nuova.

Ci confrontiamo sui paesaggi connessi: quelle infrastrutture verdi e blu, che servono per creare connessioni, unioni, continuità fra territori e persone contigue. Luoghi in cui coesistono produzioni e attività sportive, resilienza e turismi.

Si affronta poi il tema dei paesaggi stratificati, in cui coesistono e dialogano le storie e le mutazioni dei luoghi. Siti in cui passato e presente hanno codici di relazione precari e per i quali il paesaggista deve individuare semantiche per la complementarietà e la coesione.

Si studiano infine i paesaggi d’ispirazione: luoghi in cui si concretizza una risignificazione dell’esistente o si declinano nuove poetiche per il vivere.

D’incà Lewis
Intervento di Gianluca D’Incà Levis nell’ambito del progetto Dolomiti Contemporanee per la riappropriazione di spazi e il riuso di edifici che rendono vivi e attivi paesaggi e popolazioni.

Vista la pluralità degli interventi e dei progetti che verranno presentati potrebbe anticiparci alcuni casi concreti dai quali vi attendete suggestioni e soluzioni che, seppur legate ai diversi contesti d’origine, potrebbero assumere un valore esemplare e lasciar intravedere tendenze e sviluppi futuri?

I lavori vedranno l’intervento di figure di primo piano del dibattito internazionale come Raffaele Milani, docente di estetica e filosofia del paesaggio; Henri Bava, paesaggista francese che ha all’attivo numerosi progetti di riqualificazione di paesaggi degradati; Saskia Sassen sociologa ed economista statunitense che indaga da anni il tema della città globale.

La novità, se tale la vogliamo considerare, è che non sono ormai soltanto i Paesi Europei e gli Stati Uniti ad avere politiche e consuetudini attuative per il progetto di paesaggio, ma anche la maggior parte degli altri Paesi. A Torino verranno presentati un progetto di 1.000 ettari di agricoltura urbana a Pechino, contributi dell’Università di Teheran, progetti di valorizzazione dei paesaggi turchi nell’entroterra di Mersin, piuttosto che del sud ovest della Nigeria: è lampante la sensibilità e la determinazione di molti Paesi a realizzare politiche paesaggistiche cogenti, con finalità strettamente economiche e/o turistiche o per fare proprie le suggestioni e gli stimoli che provengono dai cittadini.

E in Italia? Esistono esempi virtuosi da assumere come precedenti o buone pratiche? Mi viene in mente il progetto di paesaggio dello scorso anno a Expo di Franco Zagari e Benedetto Selleri, anche per le implicazioni future, i rischi e le occasioni per immaginare oggi un sistema di infrastruttura verde nell’area Nord, nel contesto della città metropolitana.

Insomma, qual’è in Italia lo stato dell’arte e il destino attuativo del progetto di paesaggio? Quale l’attenzione delle istituzioni e dei rappresentanti del potere politico?

Esempi virtuosi ci sono in tutto il territorio nazionale. Ma non fanno sistema.

Non ci sono politiche stringenti e iter procedurali semplici per proporre e realizzare progetti di paesaggio.

Si parla molto, ma in maniera generica. Non si realizzano cose elementari, come la detraibilità fiscale per le opere a verde: un sistema adottato per caldaie, infissi, acquisto dei mobili e che non è riuscito a rientrare nella legge di stabilità di quest’anno, nonostante la mobilitazione coesa di tutta la filiera di settore: vivaisti, progettisti, aziende di opere a verde.

I politici di ogni schieramento parlano di paesaggio, ecologia, sostenibilità, promozione turistica del patrimonio paesaggistico, ma le azioni si limitano a pianificare e raccontare progetti, senza passare alla loro realizzazione.

I progetti di paesaggio implicano investimenti di denaro esigui, a volta addirittura minimali rispetto alla maggior parte delle opere pubbliche. Occorre poco per fare molto: si investe in idee, alberi, arbusti, semi e terra e si ottengono ossigeno, benessere, turismo e presidio del territorio.  È una situazione quantomeno paradossale che non si riescano a realizzare opere che hanno queste caratteristiche ma forse è proprio per i tempi lunghi che la natura richiede (che sono più lunghi di un mandato elettorale) e la minimalità economica di queste opere che a nessuno interessa sviluppare e promuovere questo settore che – evidentemente – ha budget troppo esigui per essere interessanti, soprattutto per coloro che hanno interesse a far girare molti denari. È un’affermazione grave la mia, ma AIAPP non ha paura a gridare che, nel nostro Paese, da troppi anni il re è nudo.

D Si parla di un documento conclusivo di sintesi che va in direzione di una complessiva maggiore responsabilizzazione di tutti i soggetti protagonisti? Potrebbe anticiparcene i termini?

Il manifesto focalizza in pochi punti le questioni salienti: qualità dei paesaggi e qualità progettuale, necessità di politiche di governo del paesaggio cogenti, formazione adeguata a tutti i livelli: dall’università, all’aggiornamento professionale a tutte le scale, dai tecnici delle amministrazioni pubbliche ai liberi professionisti, dall’operatore al dirigente.

La città dei giardini chiama a raccolta la politica

La sensazione di temporaneo sollievo, di tregua dalla tenaglia del calore e dello smog che subito si avverte passeggiando lungo un’alberata o entrando nel giardino di una villa, specialmente nelle nostre città dove sempre più si va concentrando la maggioranza della popolazione, rende immediatamente evidenti anche ai nostri sensi quella serie di dati statistici che da tempo ripetono alla nostra ragione i costi che ogni giorno scontiamo per carenza di investimenti in giardini e spazi verdi. Costi, per difetto di intervento, che ci gravano in termini sociali, ambientali ed economici, di surriscaldamento e inquinamento, costi che investono la salute e il ben essere.

Vale per gli spazi pubblici, eredità preziose spesso malamente sopportate e solo raramente implementate in una logica di rilancio, anche tra generazioni, di un progetto creativo che comprenda dimensione estetica e qualità della vita. Vale per il verde degli spazi privati. Dai giardini delle ville storiche alla miriade di quelli anche minuti connessi alle abitazioni, giardini, terrazzi, balconi. Fino alle pareti verticali e ai tetti verdi di cui oggi intanto molto si parla.

Ora, ben tre disegni di legge volti a introdurre misure di defiscalizzazione per il verde privato rischiano, dopo un lungo lavoro, di finire in finanziaria. Formalizzando così in un piccolo corollario l’idea da tempo nell’aria che, per quanto riguarda il verde, convenga piuttosto pensare le cose in termini di occasioni di sviluppo e investimento. In questo caso micro occasioni molecolari.

Nondimeno, le ricadute, pure a partire dal proprio diretto interesse, oltreché in una pur piccola forma di adozione, di assunzione di responsabilità, si riverberano tanto sul piano dell’Ambiente e della salute pubblica – dalla riqualificazione ecologico ambientale alla mitigazione delle temperature e al miglioramento della qualità dell’aria – che su quello economico e occupazionale, con l’indotto della filiera dei mestieri del verde, fino al settore del garden tourism (tra i 5 e gli 8.000.000 di visitatori annui, in forte crescita), un turismo sostenibile che si distribuisce, come i nostri giardini storici, capillarmente sul territorio.

L’introduzione di detrazioni fiscali per interventi di implementazione e riqualificazione di aree verdi private estenderebbe così alla “‘sistemazione a verde” quanto già previsto per le opere di recupero del patrimonio edilizio e riqualificazione energetica. Nella misura del 36%, la defiscalizzazione riguarderebbe anche la realizzazione di coperture a verde e di giardini pensili finalizzati all’assorbimento delle polveri sottili, alla mitigazione dell’inquinamento acustico e alla riduzione delle escursioni termiche e vedrebbe coinvolti tanto i proprietari che gli affittuari, ammettendo anche “lavori di restauro e recupero del verde relativo a giardini storici privati”.

Domani 27 settembre, a presentare e sostenere i tre disegni di legge per defiscalizzare il verde privato, si terrà dalle ore 10,30, presso la Camera dei Deputati, Sala Regina, il convegno promosso dal Coordinamento Nazionale della Filiera del Florovivaismo e del Paesaggio intitolato: Paesaggio chiama politica: economia, salute, sviluppo, occupazione e turismo per un’Italia sostenibile. Interverranno esperti e i firmatari delle proposte e, a indicare il rilievo e la trasversalità delle poste in gioco, sono stati invitati i ministri di politiche agricole, ambiente, beni culturali e turismo, salute, infrastrutture e trasporti (manca quello, fondamentale, dell’economia).

Augurandosi che la politica, così come sempre più diffusamente la sensibilità dei cittadini, risponda

I paesaggi dei Céide Fields premiati dalla Fondazione Benetton

Premio Internazionale Carlo Scarpa per il Giardino Benetton_Andrea DI SALVO_VìridePremiare un luogo significa saperne cogliere la singolare, esclusiva, fisionomia parlante.
Ma, prima ancora, l’idea stessa di attribuire un premio a un luogo significa riconoscere rilievo fondativo alla specificità del sistema e del tessuto di relazioni che lo costituiscono e lo animano. Relazioni ecologiche, storiche, sociali che ci implicano e che sole consentono intelligenza corporea delle cose sensibili, presa di coscienza e relazione con l’altro e quindi l’abitare il sistema di temi politici che provengono da ogni periferia del mondo. Significa, nel rilievo che si riconosce a ciascun luogo, che quel luogo in particolare possa insegnarci a pensare e agire opportunamente, con maggiore consapevolezza, equilibrio, rispetto e ingegno creativo.

È dal 1990 che il Premio Internazionale Carlo Scarpa per il Giardino promosso dalla Fondazione Benetton prosegue ogni anno un impegno avviato allora con lungimiranza nell’individuazione di specifiche realtà che si facciano interpreti di una mappa di snodi tematici e problematici. Leggi tutto “I paesaggi dei Céide Fields premiati dalla Fondazione Benetton”

Giardini, esperimenti e tradizione al Chelsea Flower Show

Puntuale come ogni anno di questi tempi, un’euforia floreale traversa la città di Londra irradiandosi a partire dall’esclusivo quartiere di Chelsea. Qui, nei giardini del Royal Hospital, si è appena tenuta, per cinque giorni intorno all’ultimo fine settimana di maggio, come sempre inaugurata dalla regina, l’edizione 105 del Chelsea Flower Show, la maggiore esposizione di piante e giardini del vecchio continente. Leggi tutto “Giardini, esperimenti e tradizione al Chelsea Flower Show”

Linguaggi floreali in abecedario

le-parole-dei-fiori_Viride_Andrea_Di_SalvoCome rilevava Rudolf Borchardt, “per il novantanove per cento, le espressioni figurate che le lingue umane posseggono sono prese dal mondo delle piante; per il novantanove per cento, tutte le forme ornamentali … derivano dal fiore”. Che nella sua essenzialità risulta perciò portatore di significati a un tempo puntuali e polisemici.

Nel loro poliedrico suggestionarci, ai fiori attribuiamo strette correlazioni con i sentimenti umani in un sistema di regole che si fa aspirazione a una lingua. Della cui genealogia racconta ora in abecedario Isabel Kranz nel suo Le parole dei fiori. Un alfabeto della lingua delle piante, Bompiani, pp. 176, € 27.00.

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Giardini d’oriente. Un angolo prima del satori

Nell’oriente di Cina e Giappone i giardini sono tra le maggiori evidenze plastiche della relazione costitutiva che queste culture intrattengono con la natura. Intesa qui, in una rispettosa, intima consuetudine, come insieme armonioso di cui si è parte. In consonanza con una visione del mondo come flusso universale di energia.
Con la loro paradossale estetica di “artificiale naturalezza” e la messa in tensione tra opposti, nell’ambito di un pensiero analogico fondato sulla corrispondenza tra macrocosmo e microcosmo, questi giardini esprimono quel fluire e la coerenza interna del processo.
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Università della Svizzera italiana, Mendrisio – 23 marzo 2018 – Salus in Horto – Sul tema della salute del paesaggio

Salus in Horto – Sul tema della salute del paesaggio

Salus in horto. Salute/Salvezza. Oltre il gioco di slittamenti di senso tra specifico terapeutico, cui pure cercherò di guardare, e valenza ideale, mi soffermerò piuttosto su questa seconda più ampia dimensione.
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Centrale è la questione del cosa è salutare, ed è suggerita dal semiologo Paolo Fabbri che individua almeno due modi possibili di essere salvi[1]. Validi direi anche in giardino.
C’è il modo che ci preserva dalle perturbazioni esterne a difesa della nostra integrità.
Essere salvi significa quindi restare assoluti, lontano dalle cure, nel senso delle preoccupazioni.
Diversamente, c’è il modo secondo il quale la salute è il risultato sempre in divenire di un processo aperto alla cura.
Immagino vi ricordi la storia del paradiso – più o meno perduto. Leggi tutto “Università della Svizzera italiana, Mendrisio – 23 marzo 2018 – Salus in Horto – Sul tema della salute del paesaggio”

Coltivare paesaggi poetici. Latini, Matteini

Il Poligrafo_manuale-di-coltivazione-pratica-e-poetica_Andrea DI SALVO_VìrideSono davvero significative nei risultati pratici le implicazioni teorico metodologiche dell’aver voluto intitolare questo testo, e il lavoro di ricerca che lo presuppone, al genere del Manuale : “dicesi per libro che ristrettamente contenga per guida ed istruzione dei pratici i precetti essenziali di qualche dottrina o arte, quasi a significare che se ne dee far uso frequente e averlo spesso a mano”. In  questo caso, con sottotitolo esplicativo Per la cura dei luoghi storici e archeologici nel Mediterraneo, si tratta però di un Manuale di coltivazione pratica e poetica (Il Poligrafo editore, pp. 312, € 25.00). Leggi tutto “Coltivare paesaggi poetici. Latini, Matteini”

Umberto Pasti. Peripezie botaniche in Marocco

Umberto Pasti_Bompiani_Andrea_Di_Salvo_Vìride_Il_Manifesto.jpgL’incantamento per un luogo può passare per un’epifania. Un istantaneo senso di reciproca appartenenza tanto più avvolgente quando quel luogo lo si incontra distante da noi, estraneo fin lì al nostro orizzonte. Può accadere allora, come a Umberto Pasti venti anni fa, dinanzi a una pietraia riarsa sulle colline della costa atlantica del vecchio Marocco spagnolo, a due giorni di cammino da Tangeri, là dove sopravvivono soltanto poche piante indigeste alle capre, di antivedere come quel posto “sarà” (come è sempre stato): el gharsa, il giardino di Rohuna, villaggio di cinquanta case da cui contemplare la vallata e il mare. Può accadergli perciò di “diventare giardino”. 

“Il mio corpo è diventato questo posto, questo posto è sempre stato un giardino”. Perduto in paradiso è il romanzo di questo suo farsi centro del mondo, della realizzazione di un giardino remoto dove negli anni ha raccolto molte delle specie selvatiche del Nord del Marocco, mettendole in salvo fino a farne meta di botanici, che lo scrittore Umberto Pasti intesse nell’ultimo suo libro, Perduto in paradiso (pp. 284, Bompiani, € 18). Dilettante dai molti interessi, botanico autodidatta ossessionato dagli iris e perlustratore instancabile dei sentieri delle fioriture del Marocco, Pasti orchestra diversità e protagonisti in una vivida, coinvolgente eppure delicata tessitura.
Leggi tutto “Umberto Pasti. Peripezie botaniche in Marocco”