Ville e giardini, un palinsesto verde nel tessuto di Roma

Constantin Hansen, La grande-allée di Villa Albani, 1841,
Statens Museum for Kunst – National Gallery of Denmark, Copenhagen

Non era affatto scontato individuare una chiave efficace per dar forma e indirizzo a una mostra fondativa come quella in corso da fine novembre al Museo romano di Palazzo Braschi intitolata a Ville e giardini di Roma (visitabile fino al 12 aprile). E proporre finalmente a un vasto pubblico la gran mole di studi e interpretazioni, documenti ed evidenze figurative su temi, forme e testimonianze relative ai giardini di Roma prodotta negli ultimi decenni come esito delle ricerche di una vita da parte di Alberta Campitelli e sodali. Occorreva affrontare e risolvere dialetticamente l’apparente paradosso di una compresenza disorientante, per quanto costitutiva, specialmente per una città come Roma dove tutto risulta da un inesausta reinvenzione di sé stessa, e ancor più per i giardini, opera impermanente perché viva, in continua trasformazione, e transeunte, per l’alto tasso di caducità cui è strutturalmente soggetta in ragione della sua fragilità.

Ci riferiamo alla compresenza che vede qui, da un canto, il succedersi incessante di una serie di giardini realizzati – episodi istitutivi e opere originalissime, specifiche del tessuto urbano e della storia politica e culturale che a Roma si dispiega, in un processo unico, anche per la storia del giardino, e nel così lungo periodo, ma da risalire ogni volta per come sovrascritti per via di riutilizzi e cancellazioni, stratificazioni e reinterpretazioni – e che d’altro canto, su queste presenze (spesso evanescenti) registra il cumularsi in palinsesto di una gran messe di rappresentazioni coeve: testimonianze principe, talvolta solitarie e residuali, di un patrimonio tanto effimero – con rischio al seguito che un tale predominare del visivo sovente comporta, di sbalzarle, quasi fermo fotogramma, in una temporalità assoluta, stereotipata, di invenzioni, prototipi, stilemi. Appiattendo o alterando genealogie o convergere di soluzioni, successioni e sovrapposizioni a staffetta di episodi che insistono sulle stesse topografie, o magari trascurando ogni traccia dell’ineffabilità dei vuoti di quanto scompare agli occhi. Non si trattava, quindi, di dar conto tanto della selezione delle pur meravigliose, per capacità di evocazione e accuratezza informativa, rappresentazioni di giardini convocate in mostra, ma della messa in tensione di queste testimonianze visive con il tessuto di conoscenze e interpretazioni accertate, volta a volta chiamate a confermarle, correggerle e integrarle.

Così, piuttosto che nel giustapporsi proprietario (poi ereditario) di nomi di famiglia che spesso stentano a identificare in modo univoco i singoli giardini, sono piuttosto – ma non lo si creda affatto evidente – i luoghi che si son fatti dimora fisica di tali giardini a veicolare gli estremi di quella loro (almeno) bidimensionale fisionomia.

Georges Paul Leroux, Passeggiata al Pincio, 1910, Galleria d’Arte Moderna, Roma

 Proprio quei luoghi che sempre han concorso a farli com’erano, i giardini – per opportunità e condizionamenti di orografie, panorami, simboli ereditati, contesto del loro farsi e perdurare –, vengono perciò convocati – eletti ad avatar della loro presenza, magari fuggevole, colà –, in apertura della mostra fin dalla grande mappa interattiva della città da interrogare nella prima sala – e poi ancora potendone portarne con sé nel percorso una copia cartacea indicizzata.

Ed è a partire dal gioco di sovrapposizioni e trasparenze che si attiva anzitutto dal loro sedime culturale declinato nelle temporalità e nella trama dei rinvii – tra di loro e con la città – che quei luoghi, parlano al riflesso dello sguardo del visitatore, che in un quasi inevitabile, fanciullesco divertissement, cerca raffronti e ritorni con la nostra immagine, di quel che resta o almeno del dove.

È la scelta di portare a evidenza la trama che sottotraccia intesse le fisionomie restituite in controluce dall’incrocio di piste e documenti lasciati dietro di sé dalla vita vissuta di quei giardini, con il riverbero dell’istante volta a volta estratto da quel flusso e catturato a incorporarne l’esperienza sensoriale – a un tempo nello specifico rilievo dell’intenzione artistica, tra ritratti di giardini e pitture di paesaggio, come pure nella lettura “situata” della proiezione in immagine (riduzione, interpretazione, talvolta reinvenzione) – a rendere così finalmente percorribile il paradosso della compresenza di cui sopra, e a orientare l’esperienza della mostra in una sorta di utopica, fremente – più di tanti illusionismi digitali – topografia sinottica di relazioni: cronologicamente, tipologicamente, dal punto di vista della storia della cultura, delle arti e del gusto, degli usi sociali. In un gioco di restituzione di relazioni plurali sempre reciproche

Hendrick III van Cleve, Veduta di Roma (Belvedere Vaticano), 1589, Musei Reali di Belle Arti del Belgio, Bruxelles

Nella sua incalzante ricchezza di informazioni e spunti questa mostra – realizzata a cura oltreché della Campitelli, da Alessandro Cremona, Federica Pirani e Sandro Santolini – va perciò vista o piuttosto abitata. E a poco vale pretendere di raccontarne l’esperienza (ricco anche il catalogo di molti ulteriori spunti e suggestioni: dal riutilizzo nei giardini dell’antico delle rovine come fondale di ideali continuità alle sempre stentate presenze del giardino paesistico, dai tratti funzionali alla convivialità e ai rituali del vivere in villa al rilievo di episodi e caratteri stilistici del giardino pubblico, dalla presenza di serre, labirinti, fauna selvatica allo specifico delle forme della rappresentazione del giardino, tra fotografia, visioni fantastiche e pittura della prima metà del Novecento, per L’Erma di Bretschneider, pp. 407, € 60,00).

Gaspar Van Wittel, Casino di Annibale Albani sulla via Aurelia, 1719,
Naurum Aktiengesellschaft, Ginevra

Le quasi duecento opere esposte tra dipinti, progetti, testimonianze, che si incontrano nella scansione di unallestimentocerto non facile in quegli spazi disegnano tra molti prestiti prestigiosi e valorizzazione di un consistente nucleo di opere dalle collezioni d’arte di Roma Capitale un percorso principe che si dispiega con misura e sapienza nel ritmo scandito di esordi, progressioni e ritorni tra i secoli dal XVI all’ultimo scorso, ma che continuamente invita a un gioco di ammiccamenti e rinvii in enjambement di fasi, protagonismi, temi.

Tra gli altri, il tentativo di restituire le scarse, spesso misconosciute tracce dell’ingegno di giardinieri e progettisti, l’insistenza sulla costante della coesistenza, in fasi diverse, ma di lungo periodo di giardini “di fiori” e colture produttive, utile dulci, dagli agrumi ai carciofi dei giardini vaticani ai boschetti di gelso del diciassettesimo secolo (fino all’attuale reintroduzione di un vigneto al Palatino in quelli che erano gli Horti farnesiani).

Su tutti, a partire dalle molte evidenze proposte fin dalla mappa interattiva d’apertura (sempre in colore verde, ma spento!), la testimonianza del progressivo, inesorabile, venir meno lungo l’intero arco temporale documentato di davvero tanti giardini oggi scomparsi: dalla repentina battuta d’arresto costituita già dal sacco di Roma (che per un tratto condizionerà l’affermarsi del modello a lungo di riferimento del cinquecentesco giardino formale, per quanto attento all’articolarsi dei luoghi, capace altresì di integrare la dimensione umanistico antiquaria, del collezionismo e del recupero dell’antico, e dalle distruzioni volta a volta operate per far posto al colonnato berniniano (Villa Cesi) o alla passeggiata pubblica del Gianicolo a fine 800 (Villa Lante), al paradosso di una passione diffusa per il verde di rappresentanza che a inizio Seicento porta alla scomparsa di altri giardini, via via inglobati in ville maggiori (nella villa Ludovisi attorno a Porta Pinciana o per quelli di Villa Sforza confluiti nell’ambito di Palazzo Barberini).

Gravi le perdite anche in occasione di combattimenti (la difesa della Repubblica romana) e specialmente per le grandi lottizzazioni di Roma capitale (determinanti nella zona della Stazione termini con Villa Montalto Peretti), le aperture di nuove strade (la riduzione di villa Aldobrandini per quella di via Nazionale), l’espansione sulle vie consolari, i nuovi argini di contenimento del Tevere che distruggono o riducono molti giardini affacciati sul fiume.

Gaspar Van Wittel, Veduta di Castel Sant’Angelo e del Vaticano dai Prati di Castello,1682-88,
Musei Capitolini, Roma

Se durante il ventennio molti son poi gli episodi di un’attenzione al verde, spesso in un’ottica propagandistica, nel dopoguerra il costante processo di erosione avanza ineluttabile per via di lottizzazioni, con l’alterazione anche di vaste porzioni di giardini di proprietà di istituti religiosi o episodi come la distruzione della seicentesca villa Costaguti colpita nell’ottobre 1946 da un attentato sionista in quanto sede dell’ambasciata del Regno Unito.

Sopravvivono alcune ville acquisite dallo Stato (nel 1901 Villa Borghese che viene unita al Passeggio pubblico del Pincio, villa Pamphili espropriata a metà degli anni Sessanta e Ada Savoia tra la fine Cinquanta e Novanta) a segnare una timida inversione di tendenza con la giunta del sindaco Argan dalla meta degli anni Settanta.

Così, oltreché illustrare puntualmente il rilievo della presenza di ville e giardini storici nello sviluppo di Roma dal Rinascimento al Novecento, tale da connotarne l’immagine ed evidenziarne il ruolo in un’originale, straniante, lettura della città dal punto di vista degli spazi sottratti al costruito, la mostra ci allerta sulle fragilità di un patrimonio che – seppur qualifica Roma come il comune più verde d’Europa, ancora e malgrado il progressivo depauperamento di cui s’è detto –sempre risulta troppo spesso inavvertito e trascurato. E, invece, tutto da conoscere, curare, abitare.

Ville e giardini di Roma, mostra nel Museo romano di Palazzo Braschi (visitabile fino al 12 aprile 2026), a cura di Alberta Campitelli, Alessandro Cremona, Federica Pirani e Sandro Santolini, recensita da Andrea Di Salvo su Alias della Domenica XVI, 4, Supplemento de Il Manifesto del 25 gennaio 2026

Matthias Withoos (attr.), Villa Aldobrandini, 1648-53, olio su tela
Museo di Roma
Joseph Heintz il Giovane, Veduta di Villa Borghese, 1625, Collezione privata
Joseph Heintz il Giovane, Villa Mattei Celimontana, 1625 ca., Villa La Pietra, Florence

Corrispondenze vegetali dalla Terra dei fuochi

In parallelo con le molte ricerche che ci rivelano come per comunicare le piante usino diversi – certo dai nostri – tipi di linguaggio (molecolare, biochimico, posizionale, …) che esigono da parte degli umani un diverso stile di attenzione, da qualche decennio si va dispiegando un interesse anche sul perimetro della soggettività di un loro punto di vista, che intercetta antropologia, riflessione filosofica, intervento artistico.

È in questo contesto che l’artista visuale Anaïs Tondeur in tandem con il filosofo ambientale Michael Marder, curatore da anni dei Critical Plant Studies, tornano a praticare conversazioni impossibili ma necessarie con piante che si son trovate ad abitare in condizioni estreme. Come già nel progetto del 2021, dedicato agli echi luminescenti iscritti su carta fotosensibile delle piante capaci di prosperare nella zona di esclusione dopo il disastro nucleare di Chernobyl, questa volta i terreni dei margini son quelli campani, della Terra dei Fuochi, sulle pendici del Vesuvio.

Alliaria petiolata, fitografia, Giuliano Zona ASI, Terra dei Fuochi

Con lo stratificarsi millenario di ceneri vulcaniche ma soprattutto, più di recente, la contaminazione dovuta a decenni di sversamenti illegali di rifiuti tossici e alla loro combustione, le piante cresciute qui in terreni fortemente inquinati producono in eccesso una molecola, il fenolo, solitamente utile, ma assunta ora a testimoniare la dismisura di uno stress esorbitante: sottili linee marrone scuro in gradazione figurano impronte di cicatrici, ma anche tracce di vitalità silenziosa, sopravvivenza, resistenza. Messaggi rilasciati dalle piante su invito di Tondeur, catturati tramite fitografia, un metodo di fotografia a contatto, basato su una reazione chimica, appunto, tra queste molecole e le particelle d’argento della superficie fotosensibile.

A contrappunto di queste immagini dalla firma plurale, con piante, fuoco, umani e discariche come soggetti agenti, il volume pubblicato ora a dar conto del progetto di ricerca artistica realizzato durante una residenza a Napoli – condotto assieme ad agronomi, botanici, comunità locali e vegetali nel corso dei mesi – ed esposto per la prima volta alla Spot Home Gallery, propone una corrispondenza poetico-filosofica a più voci.

Innescato dal gesto fotografico, l’impegno reciproco di questi Fiori di fuoco. Tracce e corrispondenze dalla terra dei fuochi, si dipana ricorsivamente: dall’invio delle fitografie a Michael Marder alle risposte del filosofo che interpellano suoli e piante destinatarie ciascuna di una missiva che Tondeur poi legge loro ad alta voce sul campo, alla ulteriore risposta di queste ultime mediata da nuove impronte fitografiche (Mimesis, pp.103, € 15, edizione bilingue in inglese).

Buddleja davidii, fitografia, Giuliano Zona ASI, Terra dei Fuochi

Un’interlocuzione con singole piante sfuggite al controllo su terreni ai margini, paesaggi offesi, saturi di ferro, fosfati e nitrati che, oltre le etichette di specie, aspira a dar voce a prospettive molteplici quanto a punti di vista e scale temporali, intesse la singolare universalità del loro stare al mondo modulare con l’unicità dell’esser loro, solo in quanto in relazione con altri, piante, animali, funghi – l’eucalipto che porta il fuoco, cruciale al contempo per il suo ciclo riproduttivo, il grespino comune (Sochus oleraceus) dalla firma aleatoria e contingente che si distende oltre i suoi contorni, l’ipomea che in osmosi reciproca con lo sfondo dove si sperde, vive di “esitazioni e insuperabile indeterminatezza”. Un corrispondersi che parla della responsabilità etica di testimoniare il collasso ecologico per essere all’altezza di quanto le piante, da sempre preesistenti, già fanno per noi, e cioè, farci esistere.

Fiorendo in questa discarica globale che è la nostra dimora planetaria, queste fitografie la ingioiellano della possibilità di attivare una rete di forme nuove di cura e attenzione interspecie in una sorta di riconoscimento reciproco.

Anaïs Tondeur e Michael Marder, Fiori di fuoco. Tracce e corrispondenze dalla terra dei fuochi, Mimesis, pp. 103, € 15, edizione bilingue in inglese, recensito da Andrea Di Salvo su Alias della Domenica XVI, 3, Supplemento de Il Manifesto del 18 gennaio 2026

Arum italicum, fitografia, Lago Patria, Terra dei Fuochi

Lunari e calendari d’ogni anno

Traboccanti di oroscopi, previsioni e pronostici, a ogni volger d’anno almanacchi e lunari dimostrano ormai da secoli un’indubbia persistente vitalità. Da quando, in particolare con l’arrivo dell’arte tipografica, circolano diffusamente associando una precisa tipologia di informazioni: brevi unità di carattere pratico affiancate a contenuti astrologici, al formato: manifesti da appendere poi, più spesso, libretti tascabili.

Stampati in un’unica edizione annuale su carta spesso scadente, con illustrazioni elementari e disegni talvolta di rara efficacia, sono stati a lungo veicolo tra i pochi di una capillare diffusione di informazioni (e prima alfabetizzazione) anche tra ceti popolari rurali e inurbati, fino a costituire un

Come per il termine derivato dall’arabo, al-manākh, sfogliandoli, si trascorre tra informazioni di tipo astronomico e astrologico, dall’indicazione dei movimenti delle fasi lunari, con annessi pronostici, oroscopi e divinazioni, alle considerazioni metereologiche, ai calendari per orientarsi tra feste mobili e anni bisestili, in un esistenza scandita da stagioni, celebrazioni religiose e fiere.

Spesso riassunte in proverbi, versi, detti popolari, una serie di nozioni utili su lavori del mese, tecniche agricole, novità in materia di semine e potature si alternano a ricette di conserve e biscotti o a indicazioni sull’uso di erbe tisane come rimedi a fronte di malattie e incidenti.

Destinati già con il secondo Settecento a un pubblico insospettabilmente vasto, nei secoli successivi almanacchi e calendari si affermano anche come guide intese a trasmettere visioni del mondo, spesso orientate tra paternalismo, talvolta nuove istanze sociali sotto il registro del burlesco, indicazioni di politica agraria (la promozione della chimica nei fertilizzanti). Mentre in funzione educativa e civile con gli anni si andranno affiancando notizie storiche e amministrative e descrizioni geografiche, reportage di viaggi in terre lontane.

Per molti, il lunario per eccellenza, da sempre presente al nostro immaginario, è quello intitolato a Barbanera che una piccola omonima casa editrice di Spello, affiancata da una fondazione che raccoglie e custodisce un’importante collezione di volumi del genere, ripropone ogni anno in edicola e in libreria (pp. 255, € 15.20) conservandone struttura e spirito ma via via attualizzandolo.

Nato a Foligno come foglio volante da parete nel 1762, dal 1793 viaggia in forma di libretto tascabile. Pubblicato e distribuito anche nelle Americhe in corrispondenza delle principali ondate migratorie in versioni speciali che univano ai consueti consigli anche informazioni utili ad affrontare l’avventura nel nuovo mondo (con glossari delle parole utili a una prima conversazione, norme di comportamento e igienico sanitari, tabelle di conversione di pesi e misure e informazioni utili per ottenere la cittadinanza), resta per lo più strettamente collegato alle attività della vita dei campi fino al secondo dopoguerra

È con la fine degli anni Cinquanta che specialmente le illustrazioni poste a scandire il succedersi dei singoli mesi registrano un profondo cambiamento: irrompe nell’iconografia di quelli estivi il tempo del riposo – delle vacanze al mare e del pattinare sul ghiaccio invece a gennaio – e come protagonista si afferma tra gli altri anche la vita cittadina. Finché, a partire dagli scorsi anni Novanta poi, paese agricolo e dimensione urbana convengono tra recuperi e nuove attenzioni in un’auspicata empatia con l’ambiente naturale che si traduce anche nella scelta di utilizzare carta riciclabile, da foreste tutelate e inchiostri vegetali.

Tra appuntamenti astrali, calendari dei lavori di casa e giardino, lunario biodinamico, ricette di stagione, nell’edizione 2026 del Barbanera il filo conduttore è l’invito di grande attualità a convivere, conoscendoli, con gli animali selvatici che abitano le nostre città, mentre le immagini che lo illustrano, affidate ogni anno a un giovane artista, vedono quest’anno Valeria Biasin reinterpretare antiche xilografie popolari.

Da segnalare infine, anche rivisitazioni ex novo. Come quella proposta dall’editore Nottetempo per la prima volta a cura di Barbara Bernardini e Maria Claudia Ferrari Belisario.

Sempre ispirandosi al genere e ribadendo fin dal titolo il suo stretto legame con la terra come suolo, la luna, i suoi cicli, gli influssi reali o immaginati, questa variazione sul tema del nuovo Lunario di braccia rubate. Sentieri, semine, meditazioni e lune (pp. 216, € 17.90), articolato in tredici mesi sinodici e, per ciascuno, una luna con un suo tema, disegni e consigli giardinieri, propone anche una serie di rubriche diverse, che invitano a comporre Atlanti del novilunio, praticare meditazioni da associare alle diverse fasi e, in chiusura di ogni capitolo, suggestioni e proposte di letture e brani musicali … della luna calante.

Il lunario di Barbanera (Barbanera) e Lunario di braccia rubate. Sentieri, semine, meditazioni e lune (Nottetempo), recensiti da Andrea Di Salvo su Alias della Domenica XV, 50, Supplemento de Il Manifesto del 14 dicembre 2025

Uomini e alberi nell’Europa medievale

La fitta trama di relazioni che a lungo ha visto convivere nell’Europa medievale uomini ed alberi può esser riletta oggi alla luce di una serie di acquisizioni in certa misura capaci di dar voce direttamente a questi ultimi.

A partire dall’indagine archeologica che sistematizza lo studio dei resti di materiali recuperati nell’edilizia come nei focolari, l’analisi degli anelli di accrescimento dei tronchi, la presenza di pollini rinvenuti a diverse profondità nel fanghi e nelle torbiere e fino agli studi sulla genetica delle piante. Ma, soprattutto, grazie a un nuova considerazione storiografica che, tra usi e valenze simboliche, incrocia storia materiale e percezione del mondo vegetale, concentrandosi sulle interrelazioni tra esseri umani e piante.

È così che nel suo volume  intitolato a I giganti silenziosi. Il Medioevo in dieci alberi, Paolo Grillo rilegge con un diverso stile di attenzione la tradizionale documentazione di contratti di compravendita, trattati di botanica, statuti cittadini, come pure le fonti narrative di volta in volta funzionali a letture agiografiche o condizionate da modelli ideali – assieme, appunto, ai dati emersi da prospezioni e indagini paleobotaniche (Mondadori, pp. 232, € 22).

Superata la miopia di uno sguardo che perlopiù riduce gli alberi a mere risorse “silenziose”, o a oggetto di proiezioni simboliche, Grillo riesce a restituir loro dignità di soggetto per come anch’essi definiscono e modellano l’ambiente.

Raccolta di ghiande, miniatura dal Tacuinum sanitatis, XIV sec, Vienna, Nationalbibliotek

Avviandosi a superare la lettura solitamente tutta antropocentrica dell’ambiente, la vicenda dei dieci alberi prescelti viene ripercorsa, all’incrocio delle tre grandi tradizioni, classica, germanica, giudaico cristiana, tra rispetto per piante e boschi sacri, volta a volta oggetto di superstizione o devozione da parte di un immaginario cristiano che presto si impadronirà di usi e valenze arborei (fino alla sempreverde palma, simbolo di vittoria sulla morte), nuova sensibilità scientifica veicolata da trattati, enciclopedie, erbari, in relazioni agli usi terapeutici, prevalere di un approccio tutto teso alla messa a profitto degli alberi con la presunzione di irreggimentarne la conduzione e regolarne usi e abusi.

Ne deriva tra l’altro l’opportunità di rivedere tutta una serie di assunti e pregiudizi. Che la diffusione delle foreste altomedievali sia da mettere in relazione diretta con l’insediamento dei barbari quando invece già il mondo tardo romano aveva visto una significativa ripresa del bosco (trattandosi in ogni caso di un processo regolato e condizionato dagli esseri umani); o una visione delle foreste come selvagge e inospitali, quando non ostili, che dev’essere stemperata a vantaggio di un bosco perlopiù spazio aperto e frequentato perché produttivo, utile alla raccolta, alla caccia, all’allevamento.

Riservando il giusto spazio alle pratiche, come luogo d’elezione di ogni relazione, Grillo ci ricorda come, ad esempio, l’ulivo risulti protagonista chiave tramite il quale rileggere l’incontro tra popolazioni, specialmente in area longobarda – dove pure si afferma sempre più la presenza del castagno anche per via di innesti e nuove elaborate forme di arboricoltura –,  in termini di rapida saldatura quanto a usi alimentari e rituali (consacrazione e illuminazione delle chiese) nella tutto sommato continuità degli andamenti del paesaggio agrario. Mentre la persistente diffusione della quercia, scelta già perseguita dai romani, in relazione con l’importante presenza dei maiali nell’alimentazione, debba misurarsi con l’alternativa costituita dai faggi nei territori del nord Europa dove le querce stentano a fruttificare regolarmente. E occorre però distinguere le diverse fasi e areali di un processo che si declina in relazione alle capacità – delle querce, non dei faggi – di ospitare nel loro sottobosco piante di cui possono nutrirsi anche ovini bovini e caprini.

O ancora, di come sul filo della crescita demografica dopo il Mille, si registri anche quella dei castagni, a scapito di altre specie che, sempre soprattutto a opera dell’uomo, avviene però in spazi specifici, fitti e omogenei come conferma una toponomastica folta di castagnara e marroneti. Per sottolineare come con il quattordicesimo secolo l’interesse per alberi, rivolto per secoli specialmente alla raccolta e allevamento dei suoi frutti, finisca per volgersi poi piuttosto al loro legname con il dilagare in età moderna della richiesta in edilizia, marineria  e come combustibile per le nuove manifatture.

E via così. Districando i fili di un vicendevole intessersi di relazioni tra esseri umani e piante che finisce per risaltare come possibile chiave di lettura per meglio comprendere tanti aspetti della vita nel mondo dell’Europa medievale.

Paolo Grillo, I giganti silenziosi. Il Medioevo in dieci alberi, Mondadori, pp. 232, € 22, recensito da Andrea Di Salvo su Alias della Domenica XV, 50, Supplemento de Il Manifesto del 14 dicembre 2025

Simbiosi e moltitudini

A partire dall’impollinazione dei fiori che vede coevolutivamente coinvolte specie diverse (non ultimi noi umani) o nel caso delle micorrize, reti-relazioni di funghi-radice che regolano e influenzano vita di alberi e comunità vegetali, le forme di simbiosi sono ovunque e dappertutto nel mondo naturale

Non esiste organismo vivente che non viva in simbiosi con qualche altra forma di vita. E, nella molteplicità delle sue declinazioni – tra instabili dinamiche e tentativi di classificazioni –, questo concetto, a lungo sottovalutato nel Novecento e che ha avuto invece un grande risalto negli ultimi decenni, si impone come una delle principali forze del processo evolutivo, temperando con ciò la darwiniana teoria dell’evoluzione.

Della genealogia e delle forme di questa presa d’atto raccontano ora la vicenda Maurizio Casiraghi e Telmo Pievani con grande chiarezza, anche per i non specialisti, nel volumetto Uniti per la vita. Storie di simbiosi e cooperazione (Il Mulino, pp. 313, € 16).

Elysia viridis, lumaca di mare che riesce a svolgere la fotosintesi nei bassi fondali, incisione da un’enciclopedia naturalistica tedesca del XIX secolo

È nel contesto di un darwinismo sociale alla Spencer, dove della teoria proposta da Darwin nel 1859 si estremizza il tratto della competizione come motore del cambiamento, che alcuni biologi russi ipotizzano invece il rilievo evolutivo della simbiosi. Il controverso Konstantin Mereschkowski, già nel 1905 e poi nel 1920 quando pubblica Le piante considerate come un complesso simbiotico e il naturalista e teorico dell’anarchia Pëtr Alekseevič Kropotkin, alla ricerca di evidenze biologiche della cooperazione come forza evolutiva determinante. Sarà poi però soltanto negli anni Settanta che una scienziata visionaria e controcorrente, Lynn Margulis, arriverà a leggere con la sua fervida attenzione al microcosmo, la simbiosi come un’opportunità per gli organismi di esplorare nuove e inedite combinazioni attraverso la cooperazione; una teoria evolutiva generale dove lo sviluppo per ramificazione e separazione dell’albero delle specie si incontra con trasferimenti orizzontali tra i rami; una ragnatela di connessioni, un corallo di fusioni, associazioni, convergenze.

A dire della complessità di conflitti e relazioni tra partner nel gioco quasi mai lineare di variabili del grado di stabilità, basti ricordare che la teoria della Margulis viene accettata soltanto a metà degli anni Ottanta quando sarà possibile provarla per via molecolare.

La definizione del perimetro stesso del concetto di individuo deve misurarsi con simbiosi che possono riguardare anche soltanto parte di organismi. O con un livello di individualità come l’olobionte, derivante dalla cooperazione di specie diverse in rapporti simbiotici consolidati, dove poi “alla lunga l’intreccio delle reti geniche forma un solo genoma funzionale”, come per il nostro corpo e il suo microbiota: la comunità di microrganismi (batteri, virus, funghi) che vivono all’interno e sul nostro organismo. Mentre ad esempio per le posidonie dei nostri mari si parla di superorganismo, entità che si estende per chilometri e su migliaia di anni derivante dalla somma di tutti gli individui che la compongono, originata da una singola pianta che si è riprodotta asessualmente generando cloni di sé stessa. Come il corallo, la posidonia esiste sia a livello individuale, ma anche come moltitudine.

A corollario della disamina, e con riferimento anche a snodi come il “dilemma dell’altruismo”, l’evoluzione delle forme di socievolezza o l’equilibrio instabile tra egoismo individuale e coesione di gruppo, gli autori pongono altresì una serie di attualissimi interrogativi sulle lezioni da trarre, o meno, rispetto alla tentazione ricorrente di una proiezione antropomorfica, a partire dal linguaggio, sul diverso piano di etiche preferibili o giudizi di valore, relativamente a una presunta “naturalità delle cose”. Dato che, come si dice, la natura è un ambivalente arcobaleno di contraddizioni.

Maurizio Casiraghi e Telmo Pievani, Uniti per la vita. Storie di simbiosi e cooperazione, Il Mulino, pp. 313, € 16, recensito da Andrea Di Salvo su Alias della Domenica XV, 48, Supplemento de Il Manifesto del 23 novembre 2025

Elysia viridis, da Brehms Thierleben (Vita animale di Brehm), importante enciclopedia naturalistica tedesca del XIX secolo

Agrumi dai destini incrociati, per regione

La secolare presenza degli agrumi che come una trama pervade di varietà diverse la maggior parte delle diverse, variegate configurazioni bioclimatiche della penisola, si infittisce a tratti fino a farsi contrassegno, fisionomia caratterizzante.

Così, volta a volta, sono le coltivazioni dedicate, adacquate in Liguria a cadenze fissate fin dagli antichi statuti, il fitto ordito delle travi delle limonaie circondate su tre lati e orientate ad est lungo i terrazzi affacciati sul lago di Garda, oppure i “quadri” che in Puglia si dispongono alternati a protegger le coltivazioni dal grecale, appezzamenti separati da alte siepi vegetali o con muri di oltre tre metri dotati di finestroni aperti a distanze regolari, a scandire stagioni e terroir con profumi, colori, sistemi di serre mobili, a innescare commerci e economie nei territori, catalizzare saperi, consuetudini popolari, rituali e tradizioni, gastronomie. E, specialmente, disegnare paesaggi.

Quelli produttivi, soprattutto, ma anche quelli delle socialità di passeggiate sulle fortificazioni cittadine dismesse, che ben si accordano alla coltivazione di agrumi in piena terra in ambito urbano, quelli simbolici dell’immagine restituita dai Gran tour, o le estetiche che nei giardini, complice la grande propensione degli agrumi ai destini incrociati, raccolgono nei giardini meraviglie da esibire. Come nelle collezioni medicee o nel caso della rinascimentale Villa Medici sul Pincio, a Roma, dove, protetti dalle mura aureliane a metà 500, agrumi in vaso si alternavano a spalliere di cedri nel contesto di un boschetto di duemila melangoli.

Gagliardi Cugni, Concameratae Medicae Mali Tegetes in Hortis Carolis Card. Pii, in Ferrari 1646

Di questa trama e dei suoi protagonisti principe – varietà di maggior spicco ritratte in schede articolate – propone oggi una ricognizione ragionata nelle diverse regioni della penisola il lavoro di scavo e ordinamento di Paola Fanucci e Alberto Tintori, Il viaggio degli agrumi in Italia. Percorsi e curiosità di cultivar regionali, Leo Olschki, pp. 330, € 29,00.  Un’indagine a tutto campo, che al prezioso lavoro su fonti, testimonianze e temi – specificità regionali di tecniche di coltivazione, competenze, figure professionali, operazioni di raccolta produzione confezionamento, rilievo della manodopera femminile, innesco che produzione e commercio determinano in ambito manifatturiero e mercantile – affianca in un’inedita veste anfibia una sezione finale di pratiche agronomiche, dedicata a propagazioni, innesti, accortezze e cure (che meglio avrebbe meritato maggiore integrazione).

W. van Aelst, Natura morta con frutta (arancio Bizzarria), 1664, olio su tela, Madrid

Della presenza, anche ornamentale dei limoni, dicono i resti di 38 piante in vasi posizionati ai piedi di altrettante colonne nella Villa di Poppea, a Oplontis (I secolo a.C.) o quelli ritratti negli affreschi della Casa dei cubicoli floreali, a Pompei (I secolo d.C.).

Nel primo testo europeo destinato esclusivamente alla coltura degli agrumi, il De Hortis Hesperidum del 1501, l’umanista Giovanni Pontano, che li coltiva sulla collina del Vomero nel suo giardino della Villa di Poggioreale, suggerisce di applicare anche alle piante di arancio i principi della topiaria. E, ancora di quei loro «fiori eterni [che] mentre un frutto spunta l’altro già matura» ragiona Torquato Tasso a proposito del Giardino d’Armida nella Gerusalemme Liberata.

In molte regioni il cedro è il primo agrume a esser conosciuto: già nel IV secolo d.C. Rutilio Palladio, proprietario di una tenuta non lontana da Oristano, gli dedica un intero capitolo nel suo Opus agricolturae, mentre in Sicilia figura nei mosaici della Villa del Casale a Piazza Armerina, e in Liguria compare nel 1110 in un elenco di beni corrisposti come censo al vescovo di Genova, per tornare poi nel 1511 in una lista di acquisti per i giardini dell’Isola Isola Madre sul Lago Maggiore, tanto che il cedro fogliato finirà sullo stemma nobiliare della proprietaria famiglia Borromeo. Così come, due cedri compaiono anche nel ritratto di Giovanni de Bicci dipinto da Alessandro Allori, oggi agli Uffizi.

Se è ai crociati di ritorno da Gerusalemme che viene attribuito il merito dell’introduzione degli agrumi – dal ligure Giorgio Gallesio, autore nel 1811 di  un Traité du Citrus –,  nel bresciano il rimando è ai frati del convento di San Francesco a Gargnano dove anche alcuni capitelli del chiostro trecentesco raffigurano aranci e limoni. L’uso del cedro a fini rituali determina inoltre un mercato del tutto particolare fin dal nord Europa: «gli Hebrei etiandio di Alemagna e di altri luoghi mandano a comprar dei cedri, per la solennità dei Tabernaculi, a Sanremo» sottolinea il geografo cinquecentesco Agostino Giustiniani

L’arancio dolce – in Liguria denominato alangium (mentre l’arancio amaro, citronus, verrà poi volgarizzato in citrone) sarebbe arrivato in regione a metà Quattrocento; e così nel Meridione dove il nome portuall rimanda a influenze arabe.

Mentre è con gli inizi del Settecento che il bergamotto s’impone come agrume principe, specialmente del paesaggio e dell’economia calabrese fino a riflettersi nella toponomastica: in provincia di Cosenza, è nella Riviera dei cedri, e soltanto lì, che si coltiva la varietà Liscia Diamante

Ritratte in specifiche schede articolate per regione, spiccano nel volume tra protagonisti noti e appellativi dialettali, varietà scomparse e talvolta, di recente, recuperate: come l’arancio amaro Bizzarria, perdutosi dopo esser stato scoperto a fine Settecento dal medico di corte e naturalista toscano Francesco Redi, e che ha la particolarità d’essere «in un sol pedale, e anche nello stesso frutto … Cedrato, Limone, Arancio dolce e Arancio forte, variando continuamente le combinazioni, le situazioni e il numero delle parti diverse» (Gaetano Savi, Notizie per servire alla storia del Giardino e Museo della I. e. R. Università di Pisa, Pisa, Tipografia Nistri, 1828, p. 25).

Paola Fanucci e Alberto Tintori, Il viaggio degli agrumi in Italia. Percorsi e curiosità di cultivar regionali, Leo Olschki, pp. 330 € 29,  recensito da Andrea Di Salvo su Alias della Domenica XV, 46, Supplemento de Il Manifesto del 9 novembre 2025

Giovanni Battista Ferrari, Citreum dulci medulla, 1646

La ricchezza della giungla urbana

Per quanto di primo acchito si presentino in conflitto con la nostra idea di cos’è o dovrebbe esser la natura, le città, oggi lo sappiamo, si delinano per molti versi come un ecosistema dalle smisurate potenzialità.

Uno sguardo rinnovato e una nutrita serie di studi ci confermano che le metropoli, dove sempre più l’uomo si concentra come specie, comprendono un’ampia percentuale di spazi verdi. Non soltanto nei parchi o nelle alberate, dove le città evolvono in foreste artificiali e ogni soggetto è un ecosistema a sé stante che tiene in piedi habitat per insetti, animali e uccelli, ma specialmente nella molecolare molteplicità di aree abbandonate, terreni incolti, siti industriali dismessi e poi ancora, spartitraffico, reticoli di cigli delle strade e di linee ferroviarie, margini, argini, terrapieni, cunette, fenditure dell’asfalto dove le erbe si affollano: raramente fin qui presi in considerazione e studiati da questo punto di vista.

Eliot Hodgkin, St. Paul , 1944

Per non parlare dei giardini privati, chiave di volta dell’ecosistema urbano. Tipo prevalente nelle città rispetto a parchi e spazi pubblici. Ideati seguendo ispirazioni diverse, finiscono per formare in serie un sistema collettivo, un mosaico di micro habitat unici, un reticolo in continua evoluzione che si offre come un rifugio. Dove le piante sono innaffiate e protette dai rischi di estinzione dell’esterno. Giardini che traboccano di biodiversità, sostenendo un numero di specie maggiore rispetto a parchi o habitat rurali, accrescendone il numero totale: perlopiù piante esotiche (70% non autoctone) importate da tutti i continenti sul filo delle mode floreali, a sostituire, moltiplicata per sette, l’originale presenza autoctona. Una giungla suburbana per troppo tempo sfuggita all’attenzione degli ecologi.

Sappiamo ancora che nel loro incessante susseguirsi di cicli di espansione e stagnazione le città distruggono e ricostruiscono spazi in cui opportunisticamente una vegetazione transitoria cerca habitat sempre nuovi e che questa vegetazione spontanea detiene un valore ecologico molto maggiore della natura curata. Insomma, con le loro periferie e terre di confine, le aree urbane si rivelano, oltreché habitat predominante della specie sapiens sapiens e quello più in rapido mutamento del pianeta, luoghi inaspettatamente ricchi di biodiversità.

Tutto questo ci racconta e argomenta, distinguendo tempistiche e tenendo conto anche dei fenomeni più recenti lo storico Ben Wilson nel suo volume Giungla urbana alla scoperta del lato selvaggio delle nostre città, con uno sguardo globale che include aree come sud est asiatico, subcontinente indiano e Africa (Il saggiatore, pp. 395, € 30).

Eppure a questa nuova consapevolezza del legame profondo tra città e natura, urbanizzazione ed ecosistemi ci siamo approssimati soltanto in anni recenti. E, per paradosso, proprio dopo esser passati per oltre un secolo – a partire dall’Ottocento fino agli anni 70 del Novecento – dalla severa condanna della presenza nelle città del vivente vegetale e animale.

È allora che, nel tentativo di rendere le città più salubri, pulite e ordinate, insomma asettiche, vengono interrati fiumi e ruscelli integrandoli al sistema fognario, bonificate aree contermini di acquitrini e paludi, asfaltate strade espungendone le piante. Ingegneria e tecnologia prendono il posto dei processi naturali ed è in particolare la vegetazione spontanea, caratteristica fin lì del paesaggio urbano, a esser combattuta come spia di un’inaccettabile resa all’incuria e all’abbandono, eliminata per ragioni morali ed estetiche, non solo pratiche.

Eliot Hodgkin, St Paul’s and St Mary Aldermanbury dal cimitero di St Swithin, 1945

E tutto ciò mentre invece,per gran parte della loro storia – spesso dalla fondazione sul delta di fiumi e in zone umide ricche di biodiversità – le città han mantenuto un forte legame con la natura entro cui sono immerse, con un’agricoltura diffusa e di prossimità, recuperando tra orti e frutteti urbani cibo, combustibile, ingredienti per medicine, opportunità per procurarsi materiali da costruzione, pascolare, cacciare, occasioni di svago e ricreazione.

Da sempre, le città sono inoltre abitate da piante spontanee, meno disciplinate. Molte di quelle che poi avremmo chiamate erbacce figurano nella dieta urbana dell’Europa medievale, utilizzate sulle tavole come pure per aromatizzare la birra. A proposito della flora presente nel microclima delle rovine del Colosseo il botanico Domenico Panaroli compila nel 1643 un Plantarum amphyteatralium catalogus dove elenca 337 piante, precisando che i contadini pagavano una tassa per raccoglier lì fieno ed erbe selvatiche. Come già Plinio il Vecchio evidenziava che “del resto, anche la plebe cittadina offriva ogni giorno alla vista squarci di campagna creando una specie di orto sulle finestre delle abitazioni”.

Con l’accelerarsi dell’espansione delle città e l’avvento dell’agricoltura industriale le cinture di orti urbani spariscono e la natura assume il ruolo di antidoto alla claustrofobia metropolitana: tanto nei dintorni di New York come delle città europee o nella brughiera che avvolge Londra le gite fuoriporta nel fine settimana sono un classico. Al tempo stesso, si diffondono piazze alberate e viali pensati come spettacolari vie d’accesso – nella sua rivoluzione di Parigi a metà Ottocento Haussmann ne fa piantare oltre 600.000; dopo i pini, cipressi e lecci messi a dimora per incorniciare i monumenti archeologici della Roma postunitaria, con la conquista della Libia appaiono in città un gran numero di palme, così come il legame tra vegetazione e potere è innegabile nella Nuova Delhi progettata dagli inglesi. E così pure i moderni parchi cittadini che, pur quando mimano la natura, rintuzzano spontaneità e disordine della vita selvatica, proponendola in una forma perlopiù da esposizione, progettata a tavolino, dove comunque dominano artificio e disciplina e il decoro è imposto per via di ringhiere, pesticidi e ordinanze, a tener lontani ospiti indesiderati, umani o meno che siano.

Rientrano in questo quadro l’ordine irreggimentato del prato all’inglese o tappeto erboso sterilizzato e irrigato a prescindere dal luogo e dal clima, e assieme l’estetica idealizzata del giardino all’inglese e la sua popolarità come emanazione dell’imperialismo britannico.

Dal modello del sobborgo residenziale di primo Ottocento di John Claudius Loudon all’idea di città giardino di Ebenezer Howard (1898); dalle politiche di dispersione di Londra dopo la prima guerra mondiale alla città estesa nelle proposte per Berlino di Max Hilzheimer e il suo piano generale del 1929 di cunei verdi disposti a raggiera, fino al progetto di Broadacre City di Frank Lloyd Wright nel 1932, una serie di tentativi mirano a integrare la natura nell’ineluttabile espansione della matrice urbana.

Con il sobborgo giardino, Loudon propone un nuovo modo di vivere in città, sintetizzato nella sua guida The suburban gardener del 1838 : le bifamiliari con veranda, versione miniaturizzata di proprietà di campagna in città, privilegiano nel loro stile di progettazione (gardenesque) l’aspetto decorativo e un eclettico assortimento di piante provenienti da tutto il mondo. Una combinazione di esotiche e autoctone crea nei sobborghi un nuovo tipo di natura, una ricca “internazionale botanica”, in qualche modo una forma di colonizzazione interna operata dalle città. Dato che in certa misura questi giardini dei sobborghi rispecchiano lo stile architettonico degli inglesi dei quartieri di Calcutta e Madras. Uno sviluppo del gusto per l’esotico che contagia anche i meno abbienti (enorme al riguardo è la popolarità del crisantemo tra i lavoratori attorno a metà secolo).

Se è soltanto con gli anni 60 del Novecento, a contemperare le critiche alla componente distruttiva dell’urbanizzazione, che le dinamiche ecologiche del sistema urbano vengon fatte oggetto di studio, è in realtà già con gli esiti delle distruzioni della seconda guerra mondiale che si rileva un’inattesa ricchezza ecologica nel cuore delle città bombardate. Mentre Eliot Hodgkin dipinge i resti di una Londra rianimata di erbacce – le rovine della cattedrale di San Paul come una distesa di fiori di campo –, è del 1945, il pionieristico studio del naturalista Richard Fitter che si prefigge di scrivere una storia naturale di una città, la London’s Natural History.

L’analisi dei processi mediante i quali la vegetazione colonizza nuovi spazi di natura con specie pioniere ruderali e uccelli mai visti prima in città attesta ora come nell’ambiente urbano la relazione con l’uomo crei nuovi tipi di ecologia ibrida. Una biodiversità degli spazi verdi informali che merita la stessa protezione riservata a un’antica foresta.

Eliot Hodgkin, Il muro di Londra da Aldermanbury Postern, 1945

Così, tra oscillazioni e ripensamenti, si afferma il favore per una natura selvaggia non regolamentata. Dalla difesa a fine Ottocento di terre demaniali e brughiere della cintura di Londra o delle riserve naturali a New York alla legittimazione con gli anni 70 del Novecento del giardinaggio comunitario nei lotti abbandonati di Manhattan, alla preservazione del dismesso scalo ferroviario berlinese di Südgelände, diversi sono i movimenti precursori del moderno atteggiamento nei confronti della natura urbana, fino alle scelte di rinaturalizzazione della enorme discarica newyorkese, oggi Freshkills Park, dove si va precisando una concezione nuova del parco pubblico incentrata su biodiversità e ripristino.

Con il riconoscimento e la comprensione del potenziale degli ecosistemi urbani, gusti e preferenze svisano dall’estetica del pittoresco di luoghi scenografici, destinati alla ricreazione, per orientarsi verso la gestione di spazi urbani per scopi ecologici e la creazione di habitat che si auto rigenerano.

Al centro della pianificazione urbanistica, oltre alla conservazione della natura figura una gestione finalizzata ad accrescerne il potenziale ecologico.

Costituire città biofile, capaci cioè di incoraggiare attivamente un ecosistema funzionante, è la sfida per il Ventunesimo secolo. Fino agli estremi – e alle stridenti contraddizioni – del caso di Singapore: città-stato tropicale dove il 56% della superficie è ricoperto di vegetazione in una sorta di sovrapposizione di fantabotanica e tecnonatura, natura semiselvaggia e architettura (i Gardens by the Bay)

E comunque, considerando che non saremo mai in grado di liberarci delle piante infestanti – tanto più quelle della vegetazione cittadina, capaci di adattarsi a stress continui, siccità, inquinamento, suoli degradati, e che ci mostrano come abitare e proliferare in ambienti ostili e inquinati – conviene accoglierle.

Ora poi che inaspettatamente son diventate di moda.

Ben Wilson, Giungla urbana alla scoperta del lato selvaggio delle nostre città, Il saggiatore, pp. 395, € 30, recensito recensito da Andrea Di Salvo su Alias della Domenica XV, 43, Supplemento de Il Manifesto del 26 ottobre 2025

Eliot Hodgkin, La Haberdashers’ Hall, Giorno della Vittoria in Europa, 1945, Imperial museum

Attualità pioniera dell’architettura sociale del paesaggio

La rivisitazione, a più riprese in questi ultimi anni, della figura della paesaggista Maria Teresa Parpagliolo, risulta sempre occasione eccentrica per ripercorrere la trama di contraddizioni – dove pure visse immersa – che dal ventennio fascista alla ricostruzione post bellica e fino agli anni 70 caratterizzano il contesto italiano relativamente alla riflessione sul ruolo del giardino e sulla pratica della sua progettazione, con annessi ritardi e timide aperture a esperienze d’oltralpe, distrazione e condizionamenti della politica e di interessi speculativi.

Autodidatta irregolare e curiosa, formatasi oltre i prescritti percorsi accademici, tra archeologia, letture, viaggi, passione per il disegno e per le piante, e affrontando le restrizioni di ruolo imposte al femminile, nel suo percorso testimonia della progressiva presa di consapevolezza del mutare del quadro sociale, di stili di vita che implicano nuovi tipi di spazi, occasioni diverse di stare all’aperto e in contatto con la natura. E dei primi tentativi in tal senso di riorientare il gusto nel pur complesso rapporto con la crisi di una tradizione classicista del giardino italiano riverberata nelle declinazioni identitarie (e fin nella scelta delle piante), memorialistiche, nazionalistiche del fascismo.

Un percorso che muove in un andirivieni di riflessioni e esperienze, di ripensamenti che tornano oltre la linearità che spesso gli si attribuisce. All’apprendistato di alcuni mesi a Londra nello studio di Percy S. Cane, che prefigura le molte, successive frequentazioni di studi e consessi all’estero, segue, dal 1932 al 1937,l’insegnamento presso l’importante scuola per giardinieri del governatorato di Roma e poi l’impegno con il servizio parchi e giardini dell’E42, per quanto inizialmente la Parpagliolo vi fosse stata chiamata “soltanto” per la sua conoscenza delle piante e per seguire l’allestimento della prevista Mostra del Giardino Italiano.

Nel frattempo, in più di 120 articoli scritti a partire dal 1930, quando subentra nella rinnovata redazione di Domus, chiamata da Luigi Piccinato e Giò Ponti a occuparsi con una rubrica fissa della sezione dedicata al giardino, e fino al 1938, la Parpagliolo propone a un ampio pubblico consigli pratici su scelta e cura delle piante nei giardini, nell’orto, sulle terrazze, nonché riflessioni su moduli e tipologie di spazi aperti.

Parpagliolo, Patio della sede RAI, foto Nicolini

In particolare dal 1937, contribuisce con Pietro Porcinai alla Campagna per il verde voluta da Giò Ponti, individuando sulla rivista questo come tema di grande rilievo, specialmente in ambito urbano.

Sottraendosi a ogni idea di monumentalità, suggerisce invece “comodità necessarie per la vita all’aria aperta, viali ombrosi, riparati dai venti, prati soleggiati, aiuole, orto, tutto facilmente accessibile” e riserva grande attenzione agli elementi dell’ambiente naturale, alle sue dinamiche, da conoscere ed entro cui inserirsi.

Con il dopoguerra, all’estero e in Italia sarà la parte progettuale ed esecutiva a prendere il sopravvento in tante realizzazioni note, dal Cimitero militare francese di Monte Mario, al Patio della nuova sede RAI di viale Mazzini, dal Parco dell’Hotel Cavalieri Hilton a Roma ai giardini Fondazione Agnelli a Torino alla sperimentazione di nuovi modelli abitativi in quartieri residenziali prototipo come Casal Palocco e Olgiata, realizzati per conto della Società Generale Immobiliare a Roma e dove prevale un eclettismo a tratti felice per quanto nel solco evidente degli interessi orientati alle convenienze della committenza.

Nello scandagliare gli scritti della Parpagliolo in relazione serrata con l’analisi di una rappresentativa selezione di suo progetti, Cristina Imbroglioni insiste ora nel suo volume Non è cosa facile creare con arte un giardino. Maria Teresa Parpagliolo (1903-1974), sull’attualità per tanti versi anticipatrice di tematiche predilette e praticate: dalla protezione e tutela del patrimonio ambientale al ruolo del paesaggista, e di un suo auspicato, specifico percorso di formazione, capace di interconnettere competenze tecniche e sensibilità ambientale, ragioni funzionali ed estetiche (Quodlibet, pp. 208, € 20,00). Dalla protezione e tutela del patrimonio ambientale – una sensibilità ereditata dal padre, Luigi Parpagliolo, alto funzionario delle Antichità e Belle Arti, tra i promotori delle Leggi per la protezione del Paesaggio in Italia – al ruolo del paesaggista (e di auspicati, specifici percorsi di formazione, capaci di interconnettere competenze e sensibilità ambientale, ragioni funzionali ed estetiche).

*  *  *

Viatico, volendo ulteriormente attualizzare, per interrogarsi sul rilievo, tutto sempre ancora da scoprire degli ambiti di intervento di una architettura sociale del paesaggio dove si è convocati a immaginare – ancora oggi sì, troppo spesso soltanto per differenza – una critica radicale a un modo di abitare il mondo che mercifica natura ed esperienze. Da intendere come ininterrotto innesco progettuale di un interattivo coinvolgimento in forme nuove di coesistenza con gli altri protagonismi del vivente, a partire da una ritrovata consapevolezza della comune dimensione, costitutivamente relazionale.

Cristina Imbroglioni, Non è cosa facile creare con arte un giardino. Maria Teresa Parpagliolo (1903-1974), Quodlibet, pp. 208, € 20, recensito da Andrea Di Salvo su Alias della Domenica XV, 40, Supplemento de Il Manifesto del 5 ottobre 2025

Acqua e giardini: meraviglie, spiritus mundi

È nel quadro del recupero dell’antico, tra passione per le rovine di papi umanisti e riscoperta, tra gli altri, di testi come il De aquae ductus urbis Romae di Frontino o il trattato De Architectura di Vitruvio (con l’VIII libro, dedicato all’idraulica) da parte di Poggio Bracciolini, che l’acqua ritrova anche nei giardini rinascimentali il suo ruolo guida.

La filosofia neoplatonica che si afferma nella cerchia di studiosi e umanisti raccolti nell’Accademia presieduta da Marsilio Ficino attorno a Cosimo de Medici nella villa medicea di Careggi assegna alla bellezza esteriore dei giardini la funzione di evocare l’esistenza di una dimensione segreta superiore inducendo a percorrerli come in un iniziatico viaggio di trasformazione personale. Tra fonti, cascate, organi idraulici, fontane e grotte, l’acqua onnipresente simboleggia lo spiritus mundi, guidando il passo tra citazioni di classici (Ovidio, Virgilio, Apuleio), sopravvivenze di miti pagani, evocazioni dei fiumi edenici e del Cristo come fons vitae.

Un itinerario che si dispiega nella bellezza dei luoghi e assieme in uno spazio simbolico esito di un sapere ermetico da intuire, scandito da scritture segrete da decifrare: estetico assieme e filosofico, poetico, mitologico, magico.

Hypnerotomachia Poliphili

Come ci ricorda la giornalista spagnola Maria Belmonte nel suo Al tempo dei giardini sogni, simboli e miti d’acqua, procedendo in un affollarsi di citazioni, tra letture (anche laterali), incontri, memorie personali, passeggiate e viaggi, si tratta di universi popolati di titani, ninfe, eroi (Touring Club italiano, pp. 183, € 24). Vestigia e figure che animano fontane – come per l’Ercole e Anteo nella Villa di castello citato da Montaigne nel Viaggio in Italia – o si proiettano nell’ideazione di altre nature e grotte artificiali – quella degli animali, con giraffa e unicorno, del Giambologna, dalle pareti decorate di pietre e marmi colorati, corni, zanne naturali, animali pietrificati e l’acqua che un tempo sgorgava dal soffitto, o quella del caos e della perenne metamorfosi di conchiglie e madreperle di Bernardo Buontalenti nel Giardino di Boboli.

Vere e proprie stanze delle meraviglie congegnate per alterar le percezioni con suoni, giochi di luce, riflessi. Dove, tramite automi e organi meccanici, architetti e fontanieri recuperano il sapere idraulico delle opere dei fisici e dei matematici della scuola di Alessandria d’Egitto. E, certo, l’elogio dell’acqua è tema ricorrente nella letteratura greco-latina – Pindaro paragona l’eleganza dei movimenti degli atleti a una corrente d’acqua pura – quanto poi nell’iconografia cristiana.

Dalla forza generatrice dei bagni rituali, alle capacità guaritrici, alle virtù profetiche, all’ispirazione del genio poetico. Disseminate a segnar di sé il paesaggio – evocando luoghi di grandi battaglie o lo svolgimento di giochi olimpici – sorgenti, fonti, pozzi, risultano presenza fondamentale per far città. Acquedotti e fontane, bagni o stabilimenti termali conferiscono autorità e prestigio e il Custode dell’acqua è incarico di potere, simbolo di ricchezza e lusso: non a caso, fontane monumentali figurano spesso in finale degli acquedotti, come forma artistica peculiare.

Ancora una volta ci si ricorda come le forme dell’acqua sian centrali nel guidarci alla meta: nel caso del modello principe dei giardini su carta, il volume intitolato al sogno di Polifilo pubblicato con meravigliose xilografie da Aldo Manuzio nel 1499, l’Hypnerotomachia Poliphili, debitore dell’antico quanto ispiratore di quelli rinascimentali, queste immettono alla fonte di Venere al centro dell’isola di Citera.

Giardino del Belvedere. Fontana Lo scoglio, Palazzo pontificio

Mentre, sempre svisando, l’autrice – che a più riprese confessa come la scrittura del libro sia stata un’ottima scusa per visitar giardini – insegue poi il mormorio dell’acqua fin nella Roma barocca delle riforme urbanistiche di forte impronta propagandistica di Sisto V, con “l’entusiasmo idraulico” e il rifiuto di ogni concessione ai motivi pagani nel Mosè della fonte terminale dell’acquedotto Felice. E, fin nella potente narrazione teatrale di un Gian Lorenzo Bernini – sovrintendente altresì dell’acqua Virgo e ideatore di allestimenti scenici di inondazioni – di un’idraulica sacra dove per il feudo romano della piazza Navona del nuovo papa Innocenzo X Pamphili confluivano i miti dell’acqua, della creazione e dei quattro fiumi con l’obelisco a corona di una montagna di travertino scavata a far perno delle torsioni di animali, piante e personificazioni fluviali, nella rivoluzione nel modo di proiettar fontane nei giardini delle piazze.

Maria Belmonte, Al tempo dei giardini sogni, simboli e miti d’acqua, Touring Club italiano, pp. 183, € 24, recensito da Andrea Di Salvo su Alias della Domenica XV, 37, Supplemento de Il Manifesto del 14 settembre 2025

Se la natura riguadagna il territorio perduto

Esiliate a più riprese, in particolare con il secondo dopoguerra, dalle moderne metropoli, assieme alle coltivazioni agricole, come pure dai territori degradati o ritenuti malsani, le piante tendono ora a ricomparire nella rinnovata veste di alleate sul fronte del contrasto alla crisi ambientale. E anche soltanto a volerle considerare risorse rinnovabili per eccellenza, è evidente come, per la ricchezza di soluzioni e suggestioni che prospettano, inneschino un processo dove nuove esigenze di socialità e sostenibilità si incrociano con etiche, estetiche e nuove naturalità.

Nelle più diverse declinazioni e per via di frammenti e ibridazioni, oltre a scombinare inadeguati confini tra selvatico, urbano, rurale, le vicende di orti urbani, recuperi di colture tipiche da tempo abbandonate, con relativo ripristino di paesaggi, rinaturalizzazioni di ambienti industriali dismessi e di zone umide così a lungo deprecate, oliveti in città coltivati come arredi vegetali e per il loro valore ambientale di riduzione delle emissioni di CO2, son soltanto alcune delle Storie di nuove convivenze tra uomo e natura come recita il sottotitolo del volume che Fabio Marzano ripercorre al seguito de Il ritorno delle piante, EDT, pp. 206, € 15.

Destinati all’autoconsumo secondo metodi di coltivazione biologici, talvolta con valenza di educazione ambientale per le scuole, o come centri di sostegno per persone in emergenza alimentare, centri di produzione artistica, spazi autogestiti, occasioni di esperimenti di riciclo, applicazioni di ingegneria ecologica, conduzioni orientate all’impresa sociale, gli orti urbani, a cassoni, pensili, ipogei, risultano dopo il covid cresciuti di oltre il 18% nei capoluoghi di provincia (dati ISTAT), così che quasi venti milioni di Italiani destinano loro passione e tempo libero. Magari con una nuova attenzione alla coltivazione di frutta esotica made in Italy come alternativa consentita o suggerita dall’incalzante riscaldamento climatico.

Henri Rousseau, I giardini di Luxembourg. Monumento a Shopin

Se tra le piante domestiche il tasso di mortalità risulta davvero molto alto, tra il 30 e il 40% tanto che un’associazione di giovani giardinieri ha costituito a Milano una sorta di clinica botanica per vegetali in difficoltà che recupera le piante per coltivarle in aiuole pubbliche, non è soltanto per imperizia.

In molti casi si tratta di disadattati climatici, piante rimaste indietro rispetto alla velocità del cambiamento delle temperature che spinge a modificare i confini dove normalmente vivono specie come l’olivo, coltivato oggi, oltre che in quota magari su contrafforti assolati, in spazi pubblici nelle aree urbane per la capacità che dimostra di catturare anidride carbonica e polveri sottili come pochi altri alberi. E ciò anche di inverno, non essendo spogliante. Mentre, più che per il loro valore ambientale, è probabilmente per malintese valenze estetico simboliche che si vedono varietà ornamentali di olivi coltivate nella periferia occidentale di Londra.

Nuovamente, su per terrazzi e balconi cittadini si ritrovano anche in vaso olivi e viti. Come fino all’ottocento, quando, prima di scomparire, queste ultime erano coltivate sotto forma di pergola per ombreggiare le passeggiate nei sestieri di Venezia, negli orti annessi a case e complessi religiosi, o nei rioni di Napoli.

Marzano ci racconta di diversi percorsi a ritroso che vedono la vite tornare oggi con esperimenti di agricoltura urbana condotti in modo filologico per riscoprire e reintrodurre antiche varietà storiche, come nella seicentesca villa di San Martino sulla collina di Napoli, o, in convivenza stretta con la laguna, con la produzione del vin salso nella Vigna dei monaci di San Martino da parte dell’associazione Laguna nel bicchiere.

Nel loro riguadagnare habitat perduti, s’affermano poi piante in grado di sopravvivere su macerie e suoli inospitali, efficaci nel degradare veleni inquinanti.

Pioppi, girasoli, canne domestiche, ricino, o le orchidee nate sui terreni delle miniere dismesse del Sulcis in Sardegna. O le acrobatiche, della macchia mediterranea, cresciute sugli scheletri della fabbrica dell’ex complesso tessile, chiuso dal 1954, e oggi Parco ex snia di Roma dove perforando una falda si è creato uno dei più grandi bacini naturali d’Europa in piena area urbana, un lago di oltre 10.000 mq profondo circa 9 che è diventato, in una sorta di rinaturalizzazione passiva, laboratorio a cielo aperto per osservare da presso l’evolvere degli ecosistemi.

Marc Queen, Gardens, 2000, Fondazione Prada

Anche in Italia, interventi di protezione e ripristino si inseriscono nel quadro di una nuova consapevolezza del valore ecologico della più evanescente flora di paludi e aree umide. Tanto che oggi ne vengono proposte di artificiali nel verde pubblico delle città: a Trento nel giardino del Muse, museo delle scienze, è stata inserita un’area umida con rarità botaniche presto divenuta rifugio di libellule. Analogamente, i tentativi di recupero delle golene del Po per ricostruirne il paesaggio naturale con specie riparie ormai rare o gli interventi sulle paludi costiere della Sicilia sud orientale, quei Pantani ricchi di biodiversità che si formano subito a ridosso delle spiagge, per proteggere i quali 30.000 cittadini tedeschi han pagato di tasca loro attraverso una onlus.

Tutto, senza dimenticare periodici ritorni di utopie vegetali e biomi immaginari che siam soliti riprodurre associando in serra piante di diversi biomi del mondo subtropicale, o pratiche come il collezionismo che, qui nel racconto, annovera folgorazioni come quella che ha dato origine a Le Moie, uno dei più importanti vivai di acquatiche tropicali a livello internazionale in un sistema di paludi e aree umide sopra Torino, e passioni vertiginose: per le liane delle foreste pluviali, dall’Amazzonia al sud-est asiatico collezionate – in oltre 300 specienei pressi di Varese da Umberto Lischetti.

Libere interpretazioni dell’immaginario esotico Tra archetipici ecosistemi, idealizzati a reinventare mode e passioni rammentandoci come il tropicalismo d’élite di metà secolo scorso, tra falsi banani e palmette nelle hall di grandi hotel contava  –  per restare tra Piemonte e Lombardia  – la presenza di oltre ottocento serre.

Fabio Marzano, l ritorno delle piante. Storie di nuove convivenze tra uomo e natura, EDT, pp. 206, € 15, recensito da Andrea Di Salvo su Alias della Domenica XV, 31, Supplemento de Il Manifesto del 3 agosto 2025

Henri Rousseau, Parco di Montsouris. Il chiosco