L’orchestra nascosta della natura

Singing Trees Nadine Schütz_2022_4_©Nadine Schütz, ADAGP Paris_© photo Johannes Berger_Sonic Topologies

Intervista a Nadine Schütz, artista del suono e paesaggista a cura di Andrea Di Salvo pubblicata su Il Manifesto del 18 febbraio 2024 in occasione delle Giornate internazionali di studio sul paesaggio organizzate dalla Fondazione Benetton studi e ricerche: Soundscapes. L’esperienza del silenzio e del suono nel paesaggio (Treviso, 22-23 febbraio 2024)

Assieme alla considerazione sempre maggiore riservata a una dimensione corporale del paesaggio che, oltre il “visuale”, si dilata in percezione e commistione polisensoriale, e dopo la lunga incubazione dei soundscape studies e relative analisi critiche, s’impone una complessiva riflessione sulla dimensione sonora dei paesaggi.

Merito del tema messo a sistema dalle Giornate internazionali di studio sul paesaggio che si terranno a Treviso oggi e domani presso la Fondazione Benetton, orchestrate da Luigi Latini, docente di Architettura del paesaggio allo Iuav di Venezia, e di Simonetta Zanon, rispettivamente presidente e responsabile ricerche e progetti della Fondazione

Sotto l’ombrello di un titolo ricco di echi e implicazioni, Soundscapes. L’esperienza del silenzio e del suono nel paesaggio, si annunciano interventi (che si possono anche seguire on line) sul dibattito relativo alle estensioni del concetto di paesaggio nelle diverse variabili del sonoro, dai silenzi geografici a suoni e rumori della foresta, dalle isole di quiete restituite alle città al variare di gradiente di un margine rurale da attraversare in ascolto.

Alla luce di un interesse nuovo nei confronti della dimensione uditiva, l’attenzione è sui diversi, molteplici protagonismi nell’uso di codici sonori nell’esplorare e connettersi con l’ambiente, sulle valenze del silenzio tra suono e parola, sulla difesa degli ecosistemi dall’inquinamento acustico e il ruolo dell’ecoacustica nell’ecologia della conservazione del paesaggio sonoro.

Nell’incrocio di temi e prospettive – dall’ecologia del paesaggio alla letteratura, dall’architettura, al cinema, all’arte dei giardini – si affaccia il fondamentale contributo creativo e di riflessione teorica portato da esempi diversi di installazioni, performance e progetti acustici. Tra arte, scienza, progetto e divulgazione, dagli interventi di arte sonora site-specific nel Parco di Scania all’indagine dell’intersezione tra pratiche del giardinaggio e della creazione musicale, ai giardini sonori di Nadine Schütz.

Cultivating Sound_Nadine Schütz_Fieldwork Shisendo Kyoto_2015_© photo Kyoto Institute of Technology

Intervista a Nadine Schütz

Nel segno dell’approccio interdisciplinare, ormai una consuetudine per le annuali Giornate internazionali di studio sul paesaggio, oggi e domani a Treviso, presso la Fondazione Benetton studi e ricerche, convergono alla ribalta della ventesima edizione, in questa occasione intitolate a Soundscapes. L’esperienza del silenzio e del suono nel paesaggio, specialisti del campo, progettisti e ricercatori dalle competenze più diverse – ecologia, geografia, biologia, architettura del paesaggio, urbanistica. Ma anche artisti del suono e compositori.

Tra i protagonisti a confronto, interroghiamo Nadine Schütz, artista del suono di origine svizzera ed esperta di acustica del paesaggio, con base a Parigi, autrice di molte opere integrate in progetti architettonici, paesaggistici, urbani, nonché di ambienti acustici, installazioni temporanee, performances, scenografie e inneschi sonori progettati per musei, mostre e giardini. Modalità diverse attraverso cui esplora la dimensione sonora del nostro esser parte del paesaggio, distillandone strumenti di analisi e di intervento per confrontarsi con urgenti criticità ambientali.

Come lei sostiene, siamo perlopiù adusi a una lettura privilegiata, quando non a senso unico, di paesaggi e giardini attraverso lo sguardo. Una lettura che, pur nella sua presunzione d’insieme, resta comunque lineare, sequenziale. Mentre sottostimiamo quanto la dimensione acustica ci ponga invece in una interrelazione totalizzante, immersiva, con gli ambienti che abitiamo assieme con le altre voci del vivente. Cosa ci dice, in più, nella sua esperienza di progettazione del paesaggio e di intervento artistico, l’attenzione al sonoro che lei sollecita e che è al centro delle riflessioni delle giornate del paesaggio?Nei luoghi soliti della nostra esperienza quotidiana, come in quelli dell’arte?

La dimensione sonora dei paesaggi si rivela innanzitutto a livello dell’ascolto. Un ascolto che va oltre la semplice capacità fisiologica umana di ricevere e classificare le onde sonore. L’ascolto implica un atto empatico, un’attenzione verso gli altri, siano essi i nostri vicini o esseri viventi non umani o, ancora, quelle dinamiche naturali geologiche e atmosferiche che tendono a sfuggire al nostro senso del vivente. La particolarità della percezione sonora è in questo senso il suo carattere presenziale. Il paesaggio risuona qui e ora, in uno spazio-tempo condiviso e concreto. E per quanto noi sentiamo il canto di un merlo o il gorgoglio di un piccolo ruscello, sentiamo anche un suono tonale, melodico e articolato che scompare, appare e si muove con il passare delle ore, oppure un suono più rumoroso e continuo la cui presenza varia su orizzonti temporali molto più estesi, quello delle stagioni meteorologiche e degli anni climatici.

È a questa consapevolezza di condivisione spaziale e temporale obbligata che mi appello, ma anche a un’altra nozione di tempo, più complessa, quasi rinaturalizzata, che dà voce a cicli celesti e terrestri, meteorologici e organici. Allo stesso modo, l’ascolto del paesaggio ci porta a una nozione molto eterogenea di spazio, o meglio di spazialità. Il risultato non è soltanto una maggiore consapevolezza della diversità percettiva, ma anche un’intelligenza sensibile (naturale) che potrebbe aiutarci a condividere uno spazio limitato.

Penso che si tratti di aspetti strettamente legati al quotidiano, ma anche in grado di offrirci scoperte poetiche all’interno dei nostri luoghi abituali. I luoghi dedicati all’arte possono offrire un campo di sperimentazione allargato, ma l’arte può anche essere un modo per ancorare queste sensibilità nell’ambiente quotidiano.

Singing Trees_Nadine Schütz_2022_5_©Nadine Schütz, ADAGP Paris_© photo Johannes Berger_Sonic Topologies

Nei suoi progetti lei utilizza spesso tracce sonore, che sono esito dei luoghi ed espressione dei contesti dove si producono e vengono raccolti, come il vento, il sole o la pioggia, ma anche il passaggio di un treno, per restituirli in partitura così che divengano una forma musicale. Quale è la relazione tra la loro reale vita autonoma (i paesaggi che “involontariamente” ci additano) e la percezione che nei suoi progetti si innesca, magari con l’effetto di identificare, o creare luoghi inediti?

Nella mia tesi di dottorato Cultivating Sound – The Acoustic Dimension of Landscape Architecture (Coltivare il suono – La dimensione acustica dell’architettura del paesaggio), presentata al Politecnico di Zurigo nel 2017, ho esplorato l’idea che l’acustica sia una dimensione inerente elementi fisici del paesaggio che siamo abituati a modellare (topografia, vegetali, acque, ambienti). Accostando l’esplorazione acustica di questi elementi alle mie osservazioni sulla percezione del suono ambientale, ho potuto evidenziare il legame diretto tra sonorità e materialità. Mi sono anche resa conto di quanto la questione della generazione o della produzione del suono venga trascurata nei comuni approcci acustici architettonici e ambientali messi in atto nell’ambito della valorizzazione delle nostre città e dei nostri paesaggi. Da qui è nato un approccio ambientale che potremmo definire “strumentale”, presente in diversi miei progetti recenti.

In questo senso, le mie creazioni non riguardano tanto la partitura quanto il dispositivo musicale o sonoro. Come possiamo rivelare, trasmettere, tradurre o trasporre le molteplici voci del paesaggio senza al tempo stesso strumentalizzarle, ma piuttosto creando un dispositivo, un’interfaccia che permetta loro di farsi sentire, diventando esse stesse musiciste? Voglio creare esperienze in cui queste voci e sonorità del paesaggio diventino agenti. Allo stesso modo, invito il pubblico, le ascoltatrici, gli utilizzatori a diventare essi stessi coltivatori e coltivatrici del loro paesaggio sonoro, e non più semplicemente a subirlo, ma a entrare in dialogo attraverso un ascolto attivo, a remixarlo attraverso i loro corpi e movimenti, e a diventare parte di esso attraverso dispositivi sonori interattivi.

Il suo lavoro mira a rendere evidente il ruolo del suono in quanto dimensione centrale, intrinseca del paesaggio inteso come esperienza sensoriale immersiva e interattiva. Mira a rivelare le molte articolazioni di un suono spesso ridotto invece in modo binario a rumore o alla sua assenza, in una indicazione riduttiva di silenzio. Per questo, lei sembra proporre un nuovo lessico del paesaggio sonoro. Può farci qualche esempio di come risuona questo vocabolario?

Prendiamo la nozione di spazialità sonora, che preferisco a quella di spazio. Questa spazialità è ben lontana dall’essere un semplice contenitore. È una qualità percettiva a sé e un’impressione relazionale complessa. Riunisce i diversi domini dello spazio uditivo: sonotopico (sentire un suono vicino o lontano, dalla nostra sinistra o dalla nostra destra), spettro-temporale (percepire una distanza tra due suoni a causa della loro diversa composizione di frequenza e dinamica) e intersensoriale (sentire un effetto di raffreddamento quando si sente il fruscio delle erbe nel vento). In pratica, tenere conto di questa eterogeneità spaziale caratteristica del paesaggio sonoro ci permette di concepire lo spazio in modo più efficace. Considerando la differenza qualitativa come alternativa alla distanza metrica, ad esempio, aumentiamo lo spazio per una potenziale coesistenza, anche in ambienti urbani densi. La separazione spaziale ad opera di strutture fisiche lascerebbe così il posto a una differenziazione sonora, un approccio che probabilmente corrisponde meglio alla natura relazionale dello spazio pubblico e che chiamerei orchestrazione.

Un secondo esempio di vocabolario che gioca un ruolo centrale nelle mie ricerche è la nozione di vivacità. Le sottili interazioni di suoni che appaiono qua e là, vicino e lontano, trasmettono una doppia voce al nostro ambiente: una composizione dinamica di esistenze sonore multiple e singolari, che animano e rivelano collettivamente una distesa fisica con caratteristiche acustiche particolari e interconnesse. Se il paesaggio è sonoro, la natura è correlata a una presenza vivente, che potrebbe condurci a una comprensione più sfumata del silenzio dei nostri desideri come coscienza uditiva e relazionale, la consapevolezza e il coinvolgimento nella vita che ci circonda

Giornate internazionali di studio sul paesaggio 2023 organizzate dalla  Fondazione Benettonstudi e ricerche, ventesima edizione: Soundscapes. L’esperienza del silenzio e del suono nel paesaggio, giovedì 22 e venerdì 23 febbraio 2024, Auditorium spazi Bomben, via Cornarotta 7, Treviso e online
Intervista a Nadine Schütz a cura di Andrea Di Salvo su Il Manifesto del 18 febbraio 2024

Singing Trees_Nadine Schütz_2022_2_©Nadine Schütz, ADAGP Paris_© photo Johannes Berger_Sonic Topologies

L’antropocene paesaggistico d’Europa

Muovendosi a cavallo tra storia naturale e ambientale, ma con l’ambizione di integrare questi due approcci pur nelle relative, irriducibili specificità, la storia ecologica, ricompone le tracce delle fisionomie e dei processi di trasformazione dei paesaggi – comprese quelle impresse nei secoli dall’impronta dell’uomo – attraverso una pluralità di dimensioni spaziali e scale temporali.

Dai tempi geologici, lunghi o lunghissimi della tettonica alle variazioni dei cicli glaciali e interglaciali, fino a quelli più rapidi, biologici ed ecologici. Con un’attenzione in particolare alle interdipendenze tra diversi sistemi ambientali.

Difficile dunque il tentativo di catturare tali protagonismi in divenire, fluidi e che si configurano diversamente a seconda degli sguardi disciplinari con i quali li si intende. Tantopiù se si ritaglia come soggetto, seppur convenzionale, un continente.

Ed è quanto Emilio Padoa-Schioppa si propone nel suo La Storia ecologica d’Europa. Un continente nell’Antropocene, dove disarticola e riordina per ripercorrerle in caleidoscopio il contrappunto di visuali d’insieme e peculiarità che la compongono (Il Mulino, pp. 230, € 22,00).

Volta a volta leggibili in dimensione geografica, o in quella politica di insediamenti, ordinamenti e Stati, nella lettura geologica della divisione in placche, in quella delle carte bioclimatiche, e altrimenti nelle proiezioni di lingue, usi, culture. Da seguire fin anche nei segni tracciati in proiezione su altri continenti, fuor dall’Europa, con espansioni, invasioni di suoi popoli, morali, interessi. Ciascuna con cartografie di forme diverse e dai confini spesso sfocati (specialmente quelli orientali e meridionali), per un’Europa di cui raccontare la storia ecologica attraverso contesti e protagonisti. E quindi montagne, acque, foreste, isole, pianure, da un lato e gli organismi – come piante, animali e, buon ultimi, gli uomini – per il loro ruolo nel costruire e modificare i paesaggi, concorrendo alle dinamiche dei luoghi.

Ferrovia del Moncenisio, «Fell», piana San Nicolao

Mentre si sofferma su alcune peculiarità della storia naturale europea – in termini di specie, endemismi, eventi specifici, paesaggi particolari – poste in relazione alla scansione di grandi snodi correlati – estinzioni dei grandi mammiferi, avvento di agricoltura e domesticazione, globalizzazione economica e omogeneizzazione ecologica con l’apertura al nuovo mondo, accelerazioni, almeno quelle della rivoluzione industriale e del XX secolo – Padoa-Schioppa si concentra in particolare sul tempo recente degli ultimi 10.000 anni, quindi sull’interrelazione stretta tra fattori naturali e agire dell’uomo. Testimoniando nella sua analisi, come, con tutte le evoluzioni di significato del primo termine e la pluralità di accezioni del secondo, l’ecologia del paesaggio proceda nel suo trasformarsi da scienza descrittiva in direzione e dimensione quantitativa e predittiva.

In un intersecarsi di variabili e approcci, dall’influenza del clima nell’indirizzar paesaggi, faune e flore, all’impronta umana legata a una agricoltura che modifica habitat e suoli, altera cicli biogeochimici, modellando società, si trascorre alla zoogeomorfologia che studia i modi in cui gli animali posson cambiare i paesaggi, nonché al ruolo che nell’immaginario collettivo essi svolgono per come contribuiscono a dargli forma, e all’”inquietudine migratoria” che caratterizza noi umani, con i suoi derivati, l’iperurbanizzazione e le nuove sfide ecologiche connesse, i paesaggi dell’energia così dirimenti in questa fase di transizione.

E se si evidenzia così da un lato come in buona misura è a partire dalle grandi, più recenti trasformazioni, avvenute proprio in Europa, che ci stiamo inoltrando nell’Antropocene, la buona nuova e che, essendo perlopiù umana la responsabilità della crisi ambientale dovrebbe esser possibile se non invertir direzione, almeno variare, e, talvolta, astenersi.

Emilio Padoa-Schioppa, La Storia ecologica d’Europa. Un continente nell’Antropocene, Il Mulino, pp. 230, € 22,00, recensito da Andrea Di Salvo su Alias della Domenica XIV, 5, Supplemento de Il Manifesto del 4 febbraio 2024

Caspar Wolf, Lauteraar, 1776

Le molte alleanze, tra umani e popolo delle piante. Via psicoattivi

Informatico, poeta, etnobotanico, oltreché gran conoscitore di piante e droghe psicoattive, nonché sperimentatore su di sé dei loro effetti, che così ci descrive in prima persona, Dale Pendell, si è mosso per anni a cavallo tra ricerca scientifica su fisiologia e poteri venefici delle piante – tutte le sostanze derivate da quelle che lui descrive agiscono sul corpo umano come droghe, quindi come veleni –, e la prassi dei loro usi storici e culturali, dallo sciamanesimo alla creazione artistica, per via di mitologie, condivisioni con demoni, poi dall’antropologia all’erboristeria, dall’etnobotanica all’etnofarmacologia fino alle neuroscienze. Indagando in particolare l’intersecarsi tra composti psicoattivi derivati da quelle distillatrici esperte di sostanze chimiche che sono le piante, e, oltreché insetti e uccelli, tra gli animali, specialmente gli umani. Una relazione, quella tra umani e popolo delle piante, che esiste in ogni parte del mondo sin dall’antichità, dalle “felci frattali” alle “rose algoritmiche”, di cui evidenzia le forme e la dimensione di alleanza, in particolare con le piante maestre, nonché il riconoscimento a esse di uno statuto di soggetto.

Tabac, da Jean-Jacques Grandville, Les fleurs animèes, 1847

Dopo la traduzione in italiano del primo e del terzo volume della serie Pharmako, rispettivamente dedicati a Poeia Veleni e arti erboristiche e a Gnosis, su allucinogeni e piante visionarie come ipomea, funghi psilocibina, peyote, Mimosa hostilis, la trilogia di Pendell si completa ora con Pharmako/Dynamys.Piante eccitanti, pozioni e la via venefica, traduzione di Anita Taroni e Stefano Travagli, (ed. or. 2002), add editore, pp. 307, € 25,00.

Empathogenica, come noce moscata, MDMA, Ecstasy, GHB, ma soprattutto Excitantia – caffè, tè e cacao, collocate nel loro contesto storico, per come quasi contemporaneamente arrivarono in Europa verso la fine del 600, con al seguito zucchero per addolcirle e un Voltaire che Pendel definisce “il quintessenza dello sciamano del caffè”, nonché poi in relazione con l’affermarsi dell’industrializzazione – ma anche mate, Cola nitida, betel, canapa gialla, khat, Erythroxylum coca.

Diagramma delle Classi di Pharmako

Come in un’assortita guida di riferimento si susseguono e intersecano indicazioni botaniche e di proprietà terapeutiche, tassonomie e informazioni pratiche (la parte usata della pianta, il modo di assumerla e le descrizioni degli effetti, composizione chimica della sostanza che ne deriva, indicazioni farmacologiche), ma anche note etnobotaniche, citazioni bibliche, letterarie, ragionamenti su Questioni di stato e libertà, dipendenze, implicazioni storiche, effetti sociali dell’uso degli psicoattivi.

Ad ogni pagina, un catalogo di poesie, citazioni, illustrazioni, che vanno da Goethe a Edgar Allan Poe, al poeta amerindio Tlaltecatzin, da Bruegel a Dürer a Max Ernst, passando per foto etnografiche, diagrammi chimici, maschere rituali, poster, tappeti. Continuamente ci si perde e ritrova in una selva di corrispondenze, liste, classificazioni magiche e formule divinatorie, racconti di sperimentazioni personali, illusioni, saperi indigeni, incontri con piante maestre, persone-albero.

Se l’editore raccomanda di contestualizzare conclusioni e affermazioni alla personale visione del mondo dell’autore, che per parte sua avverte il lettore della struttura “tridimensionale e olografica” del testo, di certo, Pendell, consapevole che “i libri stessi sono veleni”, nel suo stile evocativo che procede tra virtuosistica erudizione e scrupolosa, autoironica pratica alchemica, scienza, folklore e poesia, tenta a ogni passo di incorporare la dimensione della coscienza nell’approccio della tradizione scientifica.

Jean-Jacques Grandville, Les fleurs animèes, 1847 (tavola di correzioni: Erratum)

Nella costruzione del testo, in interlocuzione serrata con quella dell’autore si intromette – segnalata in corsivo – la voce della pianta-farmaco: l’Alleata. Se voci diverse evocano molteplici letture e livelli di analisi dell’opera, alla maniera di una sorta di alchimista, sciamano e poeta, oltreché ricercatore, Pendell consulta qui e fa parlare piante e sostanze alteranti in quanto alleate. Affermando come con le loro molteplici abilità trasformative, insite nella natura ambivalente dell’esser pharmakon, rimedio e veleno assieme, costoro risultino perciò interlocutrici a pieno diritto in un dialogo aperto tra diverse soggettività.

Dale Pendell, Pharmako/Dynamys.Piante eccitanti, pozioni e la via venefica, traduzione di Anita Taroni e Stefano Travagli, (ed. or. 2002), add editore, pp. 307, € 25,00, recensito da Andrea Di Salvo su Alias della Domenica XIV, 3, Supplemento de Il Manifesto del 21 gennaio 2024

All’Orto botanico di Roma per Franco Zagari

Orto Botanico – Roma, 17-18 gennaio 2024. In onore di Franco Zagari
Questo è paesaggio
Intervento di Andrea Di Salvo

La valenza tutta politica e vorrei dire sovversiva del paesaggio emerge rivelata dalle tante preziose bellezze che indossa come anche dalle tante cicatrici che scopre. Valenza politica da leggere tanto nell’urgenza degli avvenimenti dell’oggi quanto nella placida irrequietezza, di quei tempi lunghi che ci è così difficile assumere come misura

il Paesaggio è questione politica e, proprio nella sua irriducibilità a definizioni chiuse con cui Franco ha da sempre condotto il suo corpo a corpo, è uno strumento che ha la plasticità per interagire, davvero, con la complessità di un reale in continuo divenire.

Interagire, come forse non riesce più tanto la politica, per come almeno la abbiamo a lungo pensata (Collana Habitus, Deriveapprodi editore).

Per rendersi conto della pervasività con la quale vien chiamato in causa il concetto di paesaggio, basta verificare frequenze di utilizzo e occorrenze del termine in tanti ambiti diversi. Un utilizzo che quasi sempre finisce però per esser precisato, declinato…con un aggettivo. O molto spesso per essere impiegato in senso traslato. Paesaggio urbano, paesaggio sonoro, paesaggio interiore, della guerra, paesaggio del vino, paesaggio educativo, paesaggi dell’aldilà

I rischi più evidenti sono la perdita di pregnanza e la sovraesposizione.
Sempre più spesso al paesaggio si chiede di prefigurare per supplenza un modello sostitutivo di società verso cui orientarsi.
Altro rischio è la tendenza all’accaparramento in esclusiva del paesaggio, una ortodossia dell’uso da parte di alcuni (rischio dal quale ovviamente, non vanno esenti neanche i paesaggisti).

Quindi, paesaggio come questione politica. Ma le crisi che di questi tempi constatiamo numerose, spesso esito di una globalizzazione che procede omologando e che al tempo stesso però frammenta e sradica territori e singolarità, queste crisi son prodotte non tanto dall’uomo in astratto (quello dell’antropocene), quanto da specifici modelli di dominio storicamente determinati.

Il paesaggio ci aiuta a Interrogarci su cosa oggi qualifichi il nostro con-vivere, il nostro abitare, cosa costituisca il nostro ben essere.
Domande che abbiamo finito per porci sempre più di rado. Forse considerandole ovvie. Perché immersi in una dominante dimensione produttivo-consumistica, che finisce per assecondare lo status quo, pretendendoci semplici consumatori, osservatori passivi.

La vitalità euristica, conoscitiva, del paesaggio, resta invece legata al suo esser generatore di interrogativi, piuttosto che non risposta univoca.

Credo siano parole di Franco Zagari, o da lui ispirate quelle che auspicano un approccio non tanto teso a risolvere i problemi, quanto a lavorare ai loro margini: “porsi accanto” a un processo cognitivo dove intuito e esperienza giocano in armonia nell’elaborare … in base a ibridazioni e incertezze; “spostare” i termini di lettura da piani consueti a piani creativi.

Per altro verso, il paesaggio, come sempre Franco più occasioni ci ha in mostrato nella pratica, non può mai dirsi neutrale.

È questione politica – e, proprio per questo, presuppone di affermarsi soltanto insieme al diffondersi di una “cultura del paesaggio”.
Cultura del paesaggio che presuppone una educazione alla consapevolezza del paesaggio. Consapevolezza non scontata, anzi tutta da enucleare e alimentare

A fronte di un analfabetismo che malgrado tanti sforzi nell’ambito della formazione, superiore, tecnica e universitaria, nell’universo comunicativo di studiosi e appassionati sui più vari media e sui territori, in alcune filiere del florovivaismo, nell’attivismo dei singoli e delle associazioni, si misura dal rilievo – diciamo così – e dalla presenza del tema del paesaggio nel senso comune, perlopiù nelle cristallizzazioni discorsive che lo riducono a oggetto di conservazione e decoro, valorizzazione; marketing, marchio per identità di luogo, volano per consumi culturali, ostaggio di leggi e decreti applicativi che ne ignorano le grammatiche e la sintassi del progetto.

Come avviene per le piante (che riusciamo a vedere soltanto come uno sfondo indistinto su cui si stagliano protagonismi altri) così pure, si può parlare di cecità del paesaggio. Di un analfabetismo, anche affettivo nei suoi confronti. Con l’aggravante della distorsione di vivere ormai buona parte del nostro percepire il mondo attraverso uno schermo.

Il paesaggio si fa carico invece di una dimensione sempre più spesso omessa. Quella corporale, Il rapporto diretto, immediato, fisico con gli elementi sensibili del mondo terrestre. Il paesaggio è esperienza polisensoriale.
Prima di vederlo, noi abitiamo un paesaggio. L’esperienza sensibile del paesaggio si dilata oltre la concezione puramente “visuale”. Per quanto tutt’ora egemonica.
Occorre considerare l’intrinseca psichicità del movimento che non accetta separazione tra sensoriale, motorio, cognitivo. L’invito è a considerare una spazialità del contatto, della partecipazione con l’ambiente esterno (Besse). Mentre si parla di Mindscape (Lingiardi).
L’esperienza del paesaggio è un’esperienza primaria, che accade nel corpo, precede il linguaggio. Perciò il paesaggio è una delle fonti di quel sapere implicito che vien prima della coscienza e della ragione, generatore di Habitus (Regni).
Abitare un paesaggio è condizione del nostro stare al mondo. farne parte significa che lì attingiamo la nostra identità

Siamo Corporalità in movimento.

Dalla vita cellulare totipotente alle molte contemporaneità del paesaggio di cui ci dice Massimo Venturi Ferriolo, tutto è movimento. Anche se su scale e velocità tra di loro diversissime

Certo, corporalità in movimento, in relazione a un punto di visuale.
Con una metafora abusata si può ben evidenziare come, se il mondo visto dal finestrino di un noi in movimento accelerato ci sembra che fugga sempre a gran velocità, questa condizione va assieme alla fissità del vincolo del punto di vista. La fissità obbligata dello sguardo [a gran velocita non ci possiamo auspicabilmente distrarre] e del dover continuamente riconfigurare in un senso, in una sintesi di senso ciò che andiamo vedendo consapevoli che molto in ogni caso sfugge: in una obbligatoria accettazione del limite.

Rallentando…, si tratta di quel che vien chiamato sapere paesaggistico (Besse), qualcosa di più di un’intelligenza pratica quotidiana del mondo e dello spazio, una familiarità fondata sull’uso.

Quel che si diceva prima è che occorre portarla a consapevolezza. Fino a attingere una responsabile consapevolezza del nostro scegliere ad ogni passo una direzione: agire comunque, anche se talvolta vorremmo illuderci che a ciò è possibile sottrarci – il famoso quanto costa non fare, di Franco Zagari.

Tutta fondata sulla relazione è quindi una possibile, auspicabile etica dell’azione del paesaggio – che alcuni ritengono addirittura “consustanziale al paesaggio” (Brunon).
Un’azione-reazione, un tipo di corrispondenza che per il tramite del paesaggio (prima ancora, del giardino) intratteniamo con il mondo.
Una relazione paesaggistica che lega in modo interattivo e interdipendente società e paesaggio, le cui pratiche implicano una tessitura continua di connessioni tra noi stessi, le nature del vivente, il territorio.

Così, Il tema del paesaggio (e del giardino) irrompe nell’ambito delle ricerche che variamente si rifanno agli Environnemental studies che nell’analisi della società intendono includere il non umano: in un dialogo fra vari generi di persone: alcune umane, altre non umane, persone senza differenziazioni ontologiche gerarchiche.
Un dialogo basato piuttosto su parentele e solidarietà che non su separazione e dominazione, fatto di pratiche che, sperimentando un continuo, inesausto negoziato, sempre alla ricerca di equilibri, definiscono appunto un modo di essere al mondo nei termini relazionali di un mutuo determinarsi attraverso attenzione e reciprocità, una mutua “rispettosa amicizia”.
Persone tutte: come quando, quasi a farsi teatro (Turri), il paesaggio, allargato ad agenti umani e non umani, esprime e sintetizza la trama di queste relazioni, ospitandole. Ma essendo al tempo stesso interprete e implicato co-protagonista lui stesso, in qualità di paesaggio-soggetto, con una sua qual certa autonomia, cui riconoscere statuto personale.

Tra le tante lezioni di Franco ritorna spesso l’invito a partir sempre assumendo le molteplicità del paesaggio: di questo sistema vivente di relazioni sempre in divenire, al tempo stesso strumento di lettura dell’insieme, opportunità del convergere di pensiero e azione, sfida tesa alla costruzione progettuale, sociale, politica. Mai neutrale.
E, oltre l’incrementale ansia definitoria – spesso pervasa da una nota lieve di fertile ironia – l’invito di Franco Zagari all’accettazione anche dei tratti contraddittori di fisionomie stravolte. E quello a considerare il paesaggio nel suo continuo evolversi, trasformarsi e quindi nella sua costitutiva contemporaneità.
Contemporaneità che Franco ha contribuito a render viva, attuale, in un gioco continuo di bilancio e rilancio. Con la sua spiccata vocazione alla sperimentazione (che Franco condivideva con il paesaggio), il suo muoversi sul confine di diversi saperi; il suo piacere di ibridare esigenze, vocazioni, narrazioni, senso condiviso, autorappresentazioni, linguaggi della contemporaneità, suggestioni delle arti.

Ma sempre in un procedere che privilegia lo studio delle relazioni più che non dei singolari oggetti in sé.

E sempre affinando il prediletto grimaldello del progetto: strumento-estensione-evoluzione plastica, che concorre a strutturare la percezione e il pensiero umano per modificar l’ambiente: si potrebbe dire: qualcosa che viaggia sullo stesso filo di quello stretto, ancestrale rapporto mano-pietra (che, secondo l’archeologia cognitiva di Lambros Malafouris, presiede alla fabbricazione di selci come strumenti litici da parte dei nostri progenitori).

Ma qui mi fermo. Sarà meglio.
E vi saluto con alcuni versi di una poesia di Valerio Magrelli che ogni volta mi fa pensare a Franco, in tanti modi diversi: è parte di un testo apparso in Nature e venature, del 1987.
Versi che isolo a partire da uno strumentale riferimento al fumo.
Fumo che però, in questo caso, evoca piuttosto, l’aura di ciascuno, la nostra anima, e di certo il nostro anelito.
Versi che dicono

Io cammino fumando
e dopo ogni boccata
attraverso il mio fumo
e sto dove non stavo
dove prima soffiavo.

Il titolo della poesia recita E mi meraviglio
E questo sorprenderci, sempre in un altrove rispetto a dove lo si aspetta, era per me il tratto più “rasserenante”, anche affettivamente parlando, di un Franco che si sperperava spesso con lieve grazia gratuita

Grazie a tutti e a Franco
Andrea Di Salvo

Dar voce alle pietre

In un contesto di piena crisi ecologica, dominato ormai da preoccupazioni, ansie climatiche, sensi di colpa ambientali, nostalgie per ecosistemi a rischio o già scomparsi, si afferma seppur per barlumi la consapevolezza di dover ripensare forme e categorie interpretative dei modi in cui condividiamo il pianeta con molti soggetti non-umani, altre specie di viventi, ma anche entità litiche, acquatiche, atmosferiche.

Riprendendo il titolo di un breve testo dove Italo Calvino dà voce a una roccia che in soggettiva restituisce il suo punto di vista sul mondo, Federico Luisetti, nel solco degli studi post umanistici, proprio a partire dalla soggettività litica prende in conto il campo relazionale dove gli esseri umani si definiscono attraverso il loro rapporto con il mondo non umano. Una ecologia della vita che mette in crisi la distinzione tra quella organica e l’esistenza inorganica (Essere pietra. Ecologia di un mondo minerale, Wetlands, pp. 112, € 16, 00).

Una visione della natura dove presenze naturali come montagne, fiumi e foreste vengono sussunte nel concetto antropologico degli esseri-terra. Soggetti politicamente rilevanti, con capacità di agire, esistenze multiple dai tratti compositi, risultanti della sfera naturale come pure catalizzatori di mitografie e rituali, simbolici e politici, entità non umane da considerare – assieme alla natura composta degli altri esseri viventi, animali, piante, funghi – soggetti ecopolitici. Montagne e ghiacciai, parte del mondo abiotico, ma anche corpi geologici, massi erratici, concrezioni sferiche di arenaria, pietre sacre, sassi modellati da fiumi.

Dalle pietre scheggiate del paleolitico – che secondo l’archeologia cognitiva di Lambros Malafouris, nel rapporto stretto mano-pietra della fabbricazione degli strumenti litici hanno strutturato la percezione e il pensiero umano per modificar l’ambiente – ai lapidari, dalle rocce sacre che fin dal neolitico accompagnano la vita quotidiana e alimentano connessioni simboliche e pratiche cerimoniali alla più recente Land art, l’universo litico, con il suo persistere oltre la misura dell’umano ha da sempre significato anche nell’ambito della cultura occidentale (e ben altrimenti in Oriente) una imprescindibile alterità. Passando per miti di creazione, sistemi cosmologici e leggende di pietrificazione, minerali rari per colori e luminescenza, pietre animate, quelle della tradizione classica, del trattato di Teofrasto, della cultura popolare, che ritrovano la strada o che ricrescono se vengon seppellite, l’homphalos di Delfi, la pietra nera della Mecca o quelle della Teogonia di Esiodo, le concrezioni sferiche di arenaria, le pietre sacre dei lacota…

Soggetti non biologici la cui esistenza contempera inconciliabilità nell’essere e mette in discussione la concezione biocentrica della vita e della persona, soggetti che peraltro resistono all’estrattivismo planetario della globalizzazione neoliberale della natura, come confermano tante lotte e politiche indigene contro le privatizzazioni dei beni comuni dagli anni 80 di acqua foreste terreni agricoli e sottosuolo in cambio del credito o della riduzione del debito.

Alternativo al paradigma della competizione tra individui biologici autonomi, è l’approccio multispecie e collaborativo della simbiosi universale dove agli organismi biologici si riconosce un’identità composita che supera confini tra specie e individualità. E non è un caso che diversi innovativi studi recenti su intelligenza, socialità e sensibilità delle piante insistano sul tema della comunicazione tra specie, in un consesso della vita dove si è piuttosto parte di alleanze e scambi orizzontali.

D’altro canto, questa indistinzione, assieme all’allargamento agli esseri non umani di una soggettività politica, e quindi di una personificazione giuridica della natura “senza distinzioni tra esseri organici e inorganici specie origine” come recita la Dichiarazione universale dei diritti della Madre terra (2010) che apre la strada al riconoscimento di diverse formazioni naturali come entità viventi dotate dello status giuridico di persona (il Gange riconosciuto dall’Alta corte giuridica indiana, il dibattito sul ghiacciaio francese della Mer de glace, il conferimento di personalità giuridica ad un ecosistema come la laguna costiera del Mar Menor in Spagna nel 2022) si scontrano con la nozione occidentale di persona che a partire da un rigido fondamento biocentrico fatica ad attribuire una soggettività politica autonoma a entità quali piante o pietre.

Con la loro dimensione ibrida e irriducibili alle forme di individualità caratteristiche degli organismi biologici, gli esseri-terra, mettendo in relazione mondi tra loro diversi, obbligano a ripensare la frattura tra natura e società operata da un pensiero coloniale ed evidenziano la dimensione relazionale del mutuo determinarsi – tra esseri naturali, umani, formazioni geologiche, entità inanimate – attraverso pratiche fondate su attenzione e reciprocità.

Così, essere soggetti ecologici, sociali e politici ed essere persone “sono esperienze che non coincidono”.

Federico Luisetti, Essere pietra. Ecologia di un mondo minerale, Wetlands, pp. 112, € 16, 00, recensito da Andrea Di Salvo su Alias della Domenica XIII, 49, Supplemento de Il Manifesto del 24 dicembre 2023

Umano e non. Familiarità molteplici, in giardino

Tra le molteplici forme di familiarità con tutto quanto in mancanza di una miglior definizione chiamiamo natura, risaltano la passione per il giardino e la sua pratica. Che, in quanto tramite, specialmente con il mondo delle piante, come pure degli animali e degli agenti che lo vivificano, finiscono per esser spesso evocati come snodi che riattivano e moltiplicano quel sistema di relazioni di cui l’uomo è, come tutti, parte. Un groviglio di interdipendenze ecologiche, in implicazione profonda con il non-umano. Un flusso che lega tutte le forme della rete del vivente in un continuum di cui fanno parte il paesaggio animale e la società dei vegetali, la microfauna cosmopolita, le alleanze di batteri e radici, minerali, fiumi, montagne in un’irriducibile parentela in continuo divenire. E, ancora, funghi e micorrize, generatori e rigeneratori di interi ecosistemi, creature queer capaci di inventare nuovi modi di convivere, specialmente in occasione di eventi catastrofici, crisi.

Come luogo privilegiato dell’esperienza polisensoriale che ci immerge nel flusso ininterrotto della metamorfosi, il giardino rende da presso palese questo nostro partecipare delle combinazioni del vivente. In vari innesti e relazioni eccentriche. Da rintracciare magari nella microfisica quotidiana della dimestichezza di tanti con le piante cosiddette da appartamento, o da leggersi nel pensiero sottostante e nelle emozioni innescate da realizzazioni-manifesto come nel caso del giardino-mondo avviato dal paesaggista Gilles Clément, oggi son trent’anni, nei sette ettari del Domaine de Rayole, nel sud della Francia. Una sorta di Index planetario delle regioni del mondo biologicamente assimilabili, per quanto tra loro davvero distanti: il Giardino dei Mediterranei. Al plurale.

La perenne dialettica della storia del giardino tra controllo e aperture, artificio e varie “naturalità” è d’altro canto parte e anticipazione proprio di questa nuova, complessiva, attenzione. Pratica trasformativa, autoriale, sintesi di proiezioni e usi sociali, nonché risultante della dimensione estetica dell’invenzione e del progetto, il giardino è però anche, specialmente, opera a firma plurale, all’incrocio delle potenzialità dei luoghi e dei diversi protagonisti coautori – animali, vegetali, suoli, stagionalità e temporalità. Occasione di un’inarrivabile incontro tra impermanenza, divenire delle identità, contemporaneità del molteplice. Introduce a una pluralità di soggetti, persone non umane di cui seguir le tracce, ricostruire abitudini e prospettive indagandone le differenti arti di abitare il mondo, da frequentare consapevoli dell’interdipendenza nelle relazioni che con essi intratteniamo, studiare modi per rilevare e conservarne personalità e diritti (come comincia a esser scritto nelle costituzioni di alcuni Stati).

Phoebe Cheong

In un inesausto negoziato con i vari protagonisti del vivente, il giardino vive sempre alla ricerca di nuovi equilibri. Innescando una permanente riconsiderazione critica delle forme di stare, assieme agli altri, al mondo. Oltre la competizione e l’esclusione reciproca.

Ed è proprio quanto le piante ci suggeriscono con la loro soggettività plurale. Proprio loro che, semplicemente esistendo, hanno fatto il mondo così come noi lo conosciamo. Creando l’atmosfera dove siamo immersi, esercitando in esclusiva la loro capacità autotrofica di trasformare energia e materia in nutrimento, costantemente reinventando presupposti della vita, condizioni ambientali, risorse energetiche, alimentari, mediche. Eppure, dal nostro umano, animale, punto di vista, cominciamo appena a riflettere sulla loro alterità, sui loro fondamenti biologici, come pure sul loro successo evolutivo. In una sorta di paradossale strabismo, a fronte della loro pervasiva onnipresenza, troppo spesso ancora stentiamo a sbalzar le piante dal fondo dell’indistinzione dove le relega la nostra disattenzione e ignoranza. Mentre, con il progredire della ricerca, orientata anche dal riflesso di un loro diverso modo di porre domande, apprendiamo, assumendole via via nella loro irriducibilità a indagarne l’inesauribile inventiva. La capacità di percepire consapevolmente il mondo, rilevando ed elaborando da parte di radici e parti aeree dati e movimenti deliberatamente intesi a un obiettivo (arrampicarsi, ripiegarsi delle foglie di fronte a un pericolo, chiudersi per catturare una preda nel caso delle carnivore), la memoria che integri esperienza e presente, apprendimento, interazione e comunicazione (acustica, chimica, sotterranea), la valutazione del rischio e capacità di decidere (quando fiorire, quando germogliare), e, nella distinzione del sé e degli altri, strategie sociali in forma di comportamenti competitivi o cooperativi.

Per il tramite del giardino, un tale dilatarsi di sguardi, punti di osservazione e consapevolezze, viaggia ben oltre. Nella sua dimensione molecolare, fin nell’ambito urbano entro cui la maggior parte degli umani si affolla in nuovi ecosistemi dove rinsaldare benefici ambientali, servizi ecosistemici, qualità estetica e salvaguardia della biodiversità. Lezione che introduce a una consapevolezza ecologica presto dilatata a prefigurare un giardinaggio del paesaggio, una diversa strategia ambientale. Giardini e spazi verdi urbani come corridoi di transito. Pullulare di minihabitat capaci di ospitare e supportare anche quella vita animale che spesso ignoriamo o disdegniamo. Da alimentare invece di occasioni per costruire l’alfabeto di una “ecologia della riconciliazione” tra specie differenti che, assieme alla maggior padronanza di un’etichetta del selvatico, ci avvia verso una diplomazia della coabitazione.

E di certo collegato al densificarsi dell’urbanizzazione, è l’impennarsi, tra molte implicazioni, di quel fenomeno diffuso e di segno globale che è la ormai pervasiva febbre vegetale per le piante da appartamento. Che pure vanta una lunga storia, ma, ben oltre il mercato dei vasi, i giardini d’inverno, i collezionismi e le serre riscaldate, si è ormai diffusa ovunque.. Tanto che, pur considerando l’ampia quota di superficiale voracità delle mille mode che rimbalzano dai media (Instagram, in particolare), dove al “verde vegetale” si ricorre come salvifica compensazione di una liofilizzata idea di natura, il dato è quello di un mercato globale delle piante da appartamento che nel 2021 valeva quasi 18 miliardi di dollari e che, con un tasso di crescita cumulativo stimato del 10,24% annuo tra il 2020 e il 2025, risulta tutt’ora in piena espansione, specialmente tra i giovani (cfr. qui)

Dai salotti ai ballatoi, agli uffici dove nel secondo dopoguerra arrivano numerose, assieme alle donne che varcano il mondo del lavoro, le piante pervadono poi i più diversi spazi abitativi. Quotidianamente accudite tra sguardi accorati e piccoli rituali o flagrantemente dimenticate – costituiscono inediti paesaggi casalinghi: da “viaggio in una stanza attraverso il mondo (e le sue piante)”.

Differenti per tipologie, esigenze di coltivazione e universi di provenienza, ci accompagnano in un felice intrecciarsi di esperienze contemplative, intime storie di reciproco accudirsi, ineffabili lezioni di appartenenza al vivente. Nel loro cosmopolita assortimento, inventano nuovi universi, ibridi microclimi, strani sistemi di relazione interspecifici.

Astratte, molto spesso dal loro contesto, a lungo le piante son state impiegate in giardino in base ad accostamenti e criteri compositivi coloristici, formali, “da pittore”. Piegate a interpretare altri linguaggi artistici.

Assieme a nuove competenze scientifiche sul carattere ecologico delle associazioni vegetali spontanee, con il volgere del secolo scorso una nuova sensibilità ha suggerito un nuovo, diverso approccio al giardino. Un naturalismo che si ispira all’osservazione del modo in cui le piante si associano in natura e che le intende nei loro individuali caratteri di struttura, consistenza, riflesso e trasparenza, movimento, perduranza. Riconoscendo loro una precipua espressività da ricondurre a segno estetico. Fin nel disfacimento, giocando compositivamente con la bellezza delle sfiorite silhouette invernali.

Un passo ancora, nel richiamato Giardino dei Mediterranei, è quando, abbandonata ogni classica tassonomia, dieci paesaggi accomunati da un clima analogo, dalle coste della California alle Canarie, dall’Australia all’Africa del sud, si ritrovano in un unico giardino a raccontarne la brulicante biodiversità.

Nella riserva del Domaine de Rayole si è liberi di passeggiare inventando il proprio itinerario nel deserto della presenza di etichette botaniche che in genere, rassicuranti, ci accompagnano in luoghi come questo.

Piante di paesaggi diversi – separate in natura da diversi fusi orari, a clima temperato caldo, arido o subtropicale, come la sudamericana Erythrina crista-galli o la spinosissima Acacia colletioides, endemica del sud dell’Australia – si assiepano, raccolte qui trent’anni fa dal paesaggista dell’ecologia umanista Gilles Clément. E qui, con studio, lasciate alla loro naturale evoluzione come un messaggio in bottiglia verso un futuro di climi, prevedibilmente, già allora, ancor più secchi.

Anticipando la contaminazione e il “valore dell’imprevisto” come forme di collaborazione progettuale, poi confermate nella lezione delle erbe vagabonde, Clément evidenziava nella resistenza naturale di quelle piante dagli elementi netti, scolpiti, continuamente adattate all’asprezza di luci, colori, territori, il corrispettivo di un’estetica dell’imperfezione, del riposo estivo di quei protagonisti vegetali a crescita intermittente.

Una pausa tutta mediterranea.

E tutto ciò, prima di discendere la baia del Rayole fino alla piccola spiaggia, dove – undicesimo giardino del Domaine – ci aspetta la prateria sottomarina di posidonia che, in relazione a precise condizioni di temperatura dell’acqua, fiorisce, se riesce, ogni quattro anni.

Domaine du rayol, Jardin d’Amerique

Pubblicato per la serie estiva, Umano non-umano e raccontato da Andrea Di Salvo su Il Manifesto del 25 agosto 2023

I meccanismi del giardinaggio e la scienza

Dall’attenzione alle variabili del microclima che la coltivazione accorta di ogni giardino impone, a quella per la vita del suolo che lì calpestiamo – un ecosistema dinamico di microrganismi, funghi e batteri –, fino alla consapevolezza delle fisionomie botaniche delle piante che decidiamo di trapiantarvi – e quindi dell’habitat di provenienza di cui occorre tener conto –, la lezione del giardinaggio comporta un continuo sguardo interrogativo che dalla relazione quotidiana con la vita vegetale si dilata alla conoscenza dei meccanismi sottesi al dispiegarsi del vivente in quest’artefatto dove tentiamo di orchestrarli al passo della nostra immaginazione.

Con spirito pratico e il piglio dissacrante della divulgazione di tradizione anglosassone, Stuart Farrimond, ci conduce a indagare come La scienza del giardinaggio rivesta un grande ruolo in ogni piega delle sue attività (Dorling Kindersley-Gribaudo, pp. 224, € 26,90).

Mr Digwell’Gardening Book, anni Cinquanta

Dalla fisiologia vegetale al suolo osservato in relazione alla sua struttura, acidità, dalla fotosintesi al programma del seme e ai suoi fattori di sopravvivenza, vengono via via ripercorsi i meccanismi sottesi: cicli della dormienza (proteine che bloccano la crescita, endodormienza), con un controllo di sicurezza che evita loro di ripartire troppo presto, capacità meristematica di riprodursi per via vegetativa (a prescindere dalla via dei semi) da cui la passione dei giardinieri per le talee, ragioni della diversità della scelta dei colori dei fiori in relazione ai diversi impollinatori con cui le piante son coevolute, quelle del fenomeno dell’alternanza di produzione dei fruttiferi tra annate molto produttive e raccolti scarsi, il meccanismo che consente alle piante che fioriscono soltanto a maturità, dopo molti anni di vita, di calcolare il passare delle stagioni necessarie. E così, a seguire.

A corredo, i protagonisti della chimica, l’acido abscissico rilasciato dalle radici come segnale che il terreno è troppo secco o la capacità delle piante rustiche di affrontare il freddo intenso trasformando l’amido immagazzinato in zuccheri e producendo proteine antigelo (ragione per cui alcune verdure con il gelo hanno un sapore più intenso).

In un contesto dove sempre più vengono rilevate le forme di intelligenza di piante in grado di percepire l’ambiente, svolgere compiti complessi, comunicare, nonché i ruoli sociali e civili assolti dal giardino – dai suoi effetti terapeutici al rilievo della presenza del verde molecolare nelle aree urbane, con i noti vantaggi di assorbimento di inquinanti nell’aria, riduzione delle isole di calore, raccolta e rallentamento del deflusso delle acque delle precipitazioni estreme, costituzione di corridoi verdi come rifugio di vita animale e vegetale, piccole galassie, dagli insetti agli uccelli, organismi del suolo aperto – è proprio nel giardino che in dimensione di pratica immediata vanno affermandosi una serie di idee e sperimentazioni – anche estetiche. Che prospettando un cambio di mentalità e l’assunzione di pratiche e saperi volti a cooperare con la natura, comprendono il ritmo delle successioni naturali e si ispirano alle associazioni tra specie in natura, le consociazioni, tendono all’autosufficienza, alla conservazione e al riuso, ispirati alla circolarità.

Consentendo all’irrinunciabilità dell’uso della nomenclatura latina, Stuart Farrimond dispensa consigli ragionati su tagliare o meno i fiori appassiti, dare il giusto peso alle piante autoctone – definizione certo non univoca – pure meglio sincronizzate con il clima e l’entomofauna locale, valutarne opportunità e modi della potatura a partire dall’illustrazione dei meccanismi che vengono così indotti. E, sempre scientificamente, vengono sfatate una serie di leggende del giardinaggio, dal fatto che i frammenti di coccio alla base delle piante favoriscano davvero da soli il drenaggio senza calcolare la tensione superficiale dell’acqua che la fa aderire ai pori del substrato, o di quanto l’aria risulti depurata dalle piante negli appartamenti, a meno che non ne ospitiate alcune centinaia. Mentre certo, il diffuso vezzo di parlare con loro, visti gli alti livelli di anidride carbonica emessi dal respiro umano potrebbe, oltreché rassicurarci, esser affatto gradito …per la loro fotosintesi.

Stuart Farrimond, La scienza del giardinaggio, Dorling Kindersley-Gribaudo, pp. 224, € 26,90, recensito da Andrea Di Salvo su Alias della Domenica XIV, 1, Supplemento de Il Manifesto del 7 gennaio 2024

L’orizzonte del giardino per immaginare e concepire possibili alterità

Declinati fin dal titolo in climax percorribili anche al viceversa, argomenti come giardino, città, paradiso, utopia – e natura –, individuano ambiti e genealogie di senso che nel volume di Alessandro Carrieri per Mimesis vanno poi a disporsi tra loro in tensione dialettica come in una sorta di incrementale gioco ricombinatorio (Urban eden. Giardino Città Utopia, pp. 236, € 20,00).

Il giardino come costrutto sociale, oltreché nella sua dimensione estetica, con il dibattito al seguito sul suo insopprimibile carattere politico; come luogo privilegiato di meditazione nei giardini monastici; in quelli officinali e poi botanici occasione di innesco di una rivoluzione dello sguardo; come luogo consono alla riflessione, alla creazione artistica, spazio della memoria, ma specialmente segno, metafora, esibi­zione del potere. Incluso quello di dominare la natura. Una natura le cui potenti valenze magiche e simboliche paiono condensarsi in quella foresta dove nasce lo spazio della soglia, del limitare; che, nell’incessante tentativo umano di comprendere, ricomporre il caos, si ritroverà depotenziata, ma ordinata, nel giardino, e per contrapposizione identitaria sarà spesso chiamata a definire proprio quella stessa città che in buona misura, a sua volta, se non è proprio dal giardino che mutua elementi e struttura, certo con questo li condivide. E mentre la progettazione vieppiù formale del giardino si accorda alle simmetrie architettoniche urbane, con l’integrazione che va stringendosi tra città e contado, è ancora sul giardino, mediatore tra costruito e paesaggio, che fa perno la teatralizzazione della natura intera.

In realtà, qui, città e natura, paradiso e giardino sono enunciati diversi riconducibili però a un medesimo desiderio di ordinare l’esistente, a un’insopprimibile tensione tutta umana a progettare il proprio ambiente di vita (e quello degli altri), al rimpianto costitutivo di un primigenio luogotempo felice – condizione ideale, immune da preoccupazioni e lavoro, con annessa nostalgia di un paradiso perduto che non sappiamo smettere di provare a ricreare.

Jardins de Marqueyssac, Perigord, Francia

In una dimensione utopica cui tendere e con la quale misurarsi nel segno ancipite della propensione dell’uomo alla cura del tessuto di relazioni di cui è parte e al tempo stesso di un dominare, controllando e manipolando l’ambiente naturale per sfruttarlo strumentalmente come spazio produttivo.

Dal “giardino architettonico che si trasferisce nell’urbanistica” a quelli botanici e zoologici, di epoca e risonanza coloniale, la dimensione funzionale finisce per farsi prevalente, mentre nella pianificazione urbana esigenze di salute pubblica si associano a propositi di controllo sociale tanto negli interventi haussmaniani di embellissement stratégique, come nei progetti di città-giardino.

Con l’affermarsi dei più recenti processi di standardizzazione di un’urbanistica tecnocratica che privilegia su tutto la circolazione di merci e capitali, tra psicosi securitarie, retoriche da smart-city, affermarsi di disuguaglianze socio-spaziali e gentrificazioni, la natura finisce surrogata al più nel decoro, neutralizzata, ridotta a elemento disciplinato e burocratizzato di arredo urbano; oppure relegata nella riserva protetta delle attrazioni a pagamento; o ancora rimasterizzata da realtà virtuali o aumentate che siano come fantasmatica tecno-natura.

Per quanto, spesso in pochi metri, il giardino ci ricorda l’evidenza del nostro dipendere dall’universo nonché l’indispensabile necessità di confrontarci da presso con la complessità di relazioni con il vivente entro cui siamo immersi. E se l’inquietante dissociazione tra uomo e natura che nell’attuale profilarsi del disastro ambientale si manifesta anche nella crisi della vocazione del giardino come cura, rischia di intaccarne anche la tensione utopica che da sempre ne alimenta l’idea, quella di immaginare e concepire possibili alterità, ogni giorno in giardino fissa l’orizzonte indifferibile di una nuova sensibilità, di un’etica che, intanto, nella pratica è già habitus, intrinseco agire politico.

Alessandro Carrieri, Urban eden. Giardino Città Utopia, Mimesis, pp. 236, € 20,00, recensito da Andrea Di Salvo su Alias della Domenica XIII, 47, Supplemento de Il Manifesto dell’11 dicembre 2023

Parco delle sculture di Franciacorta, Erbusco (BS)

Per una biopolitica affermativa del giardino

Fin nel linguaggio metaforico e figurato si segnala l’affermarsi in diversi ambiti della riflessione critica di una nuova centralità del tema della vita, con l’allargarsi del riconoscimento dello statuto di soggetti anche a entità non umane – animali, fiumi, territori, suolo. Il tema della relazione tra vita, spazio e potere torna così, oltre il registro organicistico, anche nel disegno della città e del territorio. La spazialità intrinseca della vita, che spesso resta sottintesa, ritrova il profilo di una soggettività attiva, dove lo spazio non è più tanto merce, risorsa da utilizzare ma, appunto, capitale collettivo, soggetto agente.

Tra le premesse di questo processo sta la potente lettura foucaultiana di uno spazio dove l’articolarsi della vita biologica si dispiega e ricombina in strategie e relazioni di potere, spazio di corpi che assieme gli danno forma e ne sono condizionati.

Pur segnalando il rischio di un uso inflazionato del concetto di biopolitica, e allargando i temi foucaultiani – disciplina, sicurezza e governamentalità – all’ecologia profonda e all’emancipazione del soggetto, quindi alla possibilità di una politica della vita volta a sé, una biopolitica affermativa, Paola Viganò, docente di Teoria e progettazione urbana a Losanna e allo Iuav di Venezia, ma anche progettista e realizzatrice di molti interventi di trasformazione, anche a scala territoriale, riprende questo strumentario nel suo ultimo libro Il giardino biopolitico. Spazi, vite e transizione, Donzelli, pp. 280, € 35,00. Tra analisi critica e dimensione progettuale, continua qui la sua riflessione sul ruolo abilitante dello spazio – dispositivo di liberazione del potenziale per ciascuno di emancipare sé stesso e “strumento essenziale di redistribuzione: di opportunità, giustizia, orizzontalità” –, nonché il ripensamento e la messa a verifica del progetto di città e territorio come tema biopolitico. Entro il più ampio orizzonte di un complessivo sistema di relazioni tra entità, si tratta perciò di un territorio allargato ad agenti umani e non umani. E però, lui stesso, un territorio-soggetto con una sua qual certa autonomia, di cui in premessa Viganò sostiene occorra assumere le ragioni perché possa avviarsi una vera transizione ecologica, sociale ed economica.

Ripercorrendo temi progettuali e metafore di una loro possibile lettura biopolitica e analizzandone lasciti e permanenze, vengono ripercorsi tre fondamentali tipi di spazio innovativi del Novecento: lo spazio funzione (utilitarista, normativo, dell’ordine e standardizzazione), lo spazio natura (organico, discontinuo, delle città giardino e delle forest towns), lo spazio sociale (dominato dall’idea di struttura, flessibilità, modularità, partecipazione). Con corredo di relative idee ed estetiche. Mentre, per converso, l’impianto teorico del volume viene misurato sui temi che emergono dalla negoziazione e dalla pratica di progetto degli specifici interventi presentati nella terza parte del volume: dal consumo e rigenerazione di suolo, anche di quello urbano, alla metropoli orizzontale, dall’idea di paesaggio come infrastruttura alla metodologia del procedere per prototipi della transizione, dall’ingiustizia spaziale e sociale al dispositivo narrativo e progettuale dell’utopia.

Così, mentre a cornice delle possibili ragioni dello spazio moderno, si sollecita un (per quanto prototipale e utopico) “allargamento dell’immaginario economico” e una complessiva revisione di paradigmi produttivi e aggregazioni politiche alternative, nonché l’urgenza di saldare le riflessioni urbanistico-architettonica con quelle sul paesaggio e la sua ecologia, il giardino biopolitico, nella sua accezione propositiva, si prospetta luogo ideale e assemblaggio in simultanea di modelli e spazi reali, opportunità di interazione e ridefinizione delle relazioni tra umani e non umani, misura di coesistenza, sociale e assieme ecologica, ipotesi di una biopolitica affermativa.

Paola Viganò, Il giardino biopolitico. Spazi, vite e transizione, Donzelli, pp. 280, € 35,00 , recensito da Andrea Di Salvo su Alias della Domenica XIII, 45, Supplemento de Il Manifesto del 26 novembre 2023

Orto naturale, suolo, bosco alimentare. Pratiche di cura e rigenerazione

Tra le molte riflessioni critiche dedicate a nuovi, consapevoli modi di vivere immersi nel sistema di relazioni con il vivente che chiamiamo natura, quelle che attingono alle pratiche ci parlano con un’efficacia davvero immediata.

E le pratiche della coltivazione dell’orto – a cavallo tra esercizio di attività concrete e vocazione meditativa, svago e fonte di integrazione alimentare, gioco, esperienza creativa e momento spesso di condivisione – condensano in sé una sorta di continuo spiazzamento, tra scoperta e apprendimento.

Dato che nel prendersi cura della terra, là dove intervengono mille variabili, non valgono tanto ricette universali quanto un’attitudine a sperimentare continuamente. Ad affinare un’attenzione che parte dall’osservazione delle erbe che spontaneamente crescono e nel corso dell’anno variano in un terreno di cui si rivelano così elemento bio-indicatore, fino alle piante poi coltivate, che devono diventare nostro alimento senza impoverire il suolo di cui sono il principale attore trasformativo.

Proprio il rispetto e l’amore per il suolo sono il fondamento delle sperimentazioni che Francesca Della Giovanpaola richiama nel suo volume di riflessioni e spunti pratici intitolato a La cura della terra. Seminare, coltivare, vivere, Mondadori, pp. 173, € 18,50.

Giornalista e poi permacultrice, da ormai oltre dieci anni ha avviato un percorso di ritorno alla terra, con relativo variar  di mestiere e prospettiva, concretizzatosi nell’esperienza del Bosco di Ogigia – con un ideale richiamo nel nome all’isola della ninfa Calipso come esempio di antica foresta commestibile. Un bosco alimentare, spazio condiviso racchiuso in soli 2.500 metri quadrati, ma anche un sito internet, innesco di interventi su temi orticoli e ambientali tramite canali social, con video postati al seguito delle stagioni da questo crocevia di boschetti di alberi da frutto, viti, esperimenti ortistici, prati spontanei, linee di riforestazione.

Diana Scherer, InterWoven

Frutto delle tante variabili che contribuiscono a formarlo, il suolo, la sua parte superficiale di poche decine di centimetri, un sottilissimo strato in grado di sostenere la vita sulla superficie terrestre, è un organismo vivente dove interagiscono con le componenti minerali miliardi di forme di vita che abitano la terra e contemporaneamente la creano. In un processo dunque dai tempi lunghissimi dove concorrono insetti decompositori, ragni, grillotalpa, lombrichi, radici delle piante – con estensioni inimmaginabili e che si spingono fino ai 40 metri di profondità di quelle di una quercia – batteri e funghi micorrizici con la loro pervasiva rete di distribuzione di nutritivi e informazioni, e perfino i moltissimi semi immersi nel sottosuolo sempre pronti a uscire dalla quiescenza. Malgrado la conflittualità che nella coltivazione dell’orto talvolta oppone i vari protagonisti che si contendono i raccolti (le lumache, tanto per dire) quel che emerge è il rilievo imprescindibile della rete di connessioni che legano tra loro esseri viventi e ecosistemi.

Della Giovanpaola ripercorre nel volume esperienze e rinunce, tecniche e filosofie sperimentate nel Bosco di Ogigia. Dall’agricoltura naturale del microbiologo e contadino giapponese Masanobu Fukuoka, che nel suo La rivoluzione del filo di paglia mette in discussione la moderna agricoltura sostenendo che arare il terreno faccia solo danni e che soltanto non capovolgendo le zolle si rispettano le reti sotterranee della vita, all’agricoltura sinergica ispirata a Emilia Hazelip. Dalla coltivazione biointensiva che lavora sulla profondità, la condizione del suolo e il suo nutrimento, alla permacultura, ispirata a diversità e flessibilità degli ecosistemi naturali, enfatizzando le connessioni tra elementi.

Per finire alle linee di riforestazione con il metodo dell’agricoltura sintropica. Dove, nel suo caso, associare alberi da frutto, siepi miste, e vegetali in collaborazioni fruttuose – leguminose per fissare l’azoto, piante per attrarre gli impollinatori o adatte a fornire una pacciamatura nutriente, che respingono i parassiti (come tagete e nasturzio) o capaci di estrarre sostanze nutritive presenti in profondità.

Pratiche nuove che, contro l’agricoltura estrattiva, che sottrae fertilità al suolo senza restituirla, contro disboscamenti, avvelenamenti da pesticidi, cementificazione, – in Italia si consumano al secondo più di 2,2 metri quadrati di terra allo stato naturale e ogni giorno si perde terreno per 19 ettari, con incremento di superfici artificiali – assieme con l’impegno di prendersi cura del suolo e delle sue fragilità, siano in grado di individuare e sperimentare modi capaci di conservarne – o ricrearne – la fertilità.

Francesca Della Giovanpaola, La cura della terra. Seminare, coltivare, vivere, Mondadori, pp. 173, € 18,50, recensito da Andrea Di Salvo su Alias della Domenica XIII, 43, Supplemento de Il Manifesto del 12 novembre 2023

Rosetta S. Elkin, Pinus Pinea, 2018

Alterità e consonanze. Tra botanica e scienze cognitive

Tutto inteso a mostrarci Perché il mondo vegetale ci assomiglia più di quanto crediamo, come evidenziato già a partire dal sottotitolo, l’impianto del volume del filosofo della scienza Paco Calvo, Pianta Sapiens, si colloca sul filo del paradosso nel divario che ci confronta con la sconcertante alterità di quelle onnipresenti forme del vivente.

Che, per quanto imprescindibili per la nostra esistenza di animali umani – con le nostre capacità percettive e organi di senso tarati su altre scale, nonché i molteplici autoinganni di una prospettiva tutta antropocentrica –, ci risultano spesso così difficili da comprendere talché nei loro riguardi, fin dagli anni 90, si parla di una nostra umana, irriducibile cecità (con Natalie Lawrence, traduzione di Allegra Panini, Il Saggiatore, pp. 360, € 23,00).

Un’alterità, quella delle piante, cui occorre rapportarsi quindi con uno sguardo diverso e un’attenzione nuova, propri di una ricerca multidisciplinare che nel solco di un filone ormai cospicuo di studi da alcuni anni concorre a ripensare un mondo naturale fatto di molti attori interconnessi e relazioni in continuità, smontando e faticosamente correggendo convinzioni riguardo a centralità e supremazia del punto di vista umano sull’universo. E dell’intelligenza come suo presunto tratto esclusivo.

Marc Quinn, Prehistory of Desire, 2010 Bronzo dipinto

Per cercare di comprendere la vita interiore delle piante, approssimarsi a intendere la vera natura della loro intelligenza, un certo acume o ingegnosità oltre l’adattamento reattivo, di pure e semplici risposte automatiche e nella direzione di una capacità cognitiva anticipatoria – i girasoli non reagiscono ma anticipano la direzione del sole –, flessibile, e interessata a produrre cambiamenti nell’ambiente, una serie di studi che si collocano sul crinale tra botanica e scienze cognitive vengono qui ripercorsi fino alle più recenti acquisizioni. Dalla fisiologia alla neurobiologia vegetale – ma anche dalla biosemiotica alla fitoetica –, riconvocando per le piante capacità a lungo ritenute di dominio esclusivo degli animali. Dal movimento della circumnutazione dei viticci già studiati da Darwin alla ricerca di un sostegno nello spazio al funzionamento della comunicazione di meccanismi elettrici di segnalazione di un sistema fitonervoso che risponde a stimoli, variazioni di luce, temperatura, a sofisticati esempi di apprendimento, capacità di ricordare (condizioni di siccità precedenti, conservando acqua) e di distinguere, nella competizione per le risorse, specie diverse dalla propria.

Nell’inestricabile dialettica tra fisiologia e comportamento, tra qualche scetticismo e nell’ambito del più generale dibattito sulla natura della coscienza, spesso si affaccia la questione controversa su come considerare che le piante siano senzienti, in senso lato coscienti, e di come i tratti di una loro specifica intelligenza o vita cognitiva, insomma una coscienza vegetale tra molte virgolette, comporti implicazioni etiche, considerazioni sul loro statuto morale, e anche a una loro presa in conto come soggetti di personalità e diritti.

Un intero capitolo è dedicato poi a illustrare come la nuova prospettiva che ci inducono ad acquisire questi attori vegetali sia di ispirazione in vari ambiti, dalla biomimesi alle suggestioni sui tipi di materiali da loro impiegati. Fino a come stiano giocando un ruolo importante, per esempio nell’ispirare nuovi paradigmi nella robotica, aprendo una nuova era di Robot verdi, con corpi modulari, capaci di estendersi nello spazio.

Un dinamismo, quello delle piante, fatto di crescita piuttosto che non locomozione. Per i nostri pregiudizi animali che inestricabilmente collegano invece movimento e intelligenza, così poco immediatamente apprezzabile e comprensibile. Anzi sconcertante. Tanto che, senza scampo, fin nel titolo misuriamo il divario con il vegetale basandosi su quanto… ci si somiglia.

Paco Calvo, Pianta Sapiens, Perché il mondo vegetale ci assomiglia più di quanto crediamo, con Natalie Lawrence, traduzione di Allegra Panini, Il Saggiatore, pp. 360, € 23,00, recensito da Andrea Di Salvo su Alias della Domenica XIII, 41, Supplemento de Il Manifesto del 29 ottobre 2023

Marc Quinn, The Engine of Evolution, 2010 Bronzo dipinto