La trama delle rose

È un universo di fascinazioni estreme quello del mondo delle rose. Meglio, della relazione che lega rose e noi umani. Di incantamenti che ci piacerebbe presumere reciproci. Una relazione sotto il segno, forse più che con qualsiasi altra pianta, della demiurgica ricerca della variabilità. Una relazione che vede protagonisti nella storia uomini e donne appassionati, spesso fino alla mania. Alla ricerca inesausta di esemplari dai caratteri sempre nuovi, semine, incroci, ibridazioni. A perseguire le declinazioni infinite che soltanto sopporta e consente una ben salda fisionomia, quella della rosa, che proprio in questa relazione si è fatta imprescindibile. Imponendosi come centralità in quasi ogni cultura del fiore. Dalla corporalità del suo infinito variare per colori, portamenti, profumi alla figuralità con cui traversa immaginari e universi simbolici.

A ripercorrere la fitta trama di questa relazione, orchestrando un’affollata rassegna di caratteri, umani e vegetali, ritratti sempre con felice complicità in un appassionante procedere di innesti, divagazioni, riprese ci guida ora Il romanzo della rosa. Storie di un fiore, add editore, pp. 235, € 16,00 di Anna Peyron.

Decana e interprete del magistero di quel fiore, fattasi vivaista a partire da un’esperienza di gallerista d’arte contemporanea, dove per entrambe le figure il lavoro, culturale, è, come ci suggerisce con l’analogia tra piante e artisti, nel discriminarne il valore, Anna Peyron mette in fila i capitoli di quella che, in controluce, risulta anche un’interessante storia sociale e del gusto … della rosa.

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Andirivieni di ciliegi ornamentali

Tra Gran Bretagna e Giappone, la vicenda della diffusione in andirivieni dei ciliegi ornamentali che si distende a coprire buona parte del secolo scorso ripropone, all’incrocio tra storia sociale e del gusto, il filo rosso della fondativa dialettica tra omogeneità e varietà, uniformità e diversificazione.

A cavallo tra indagine botanico sociologica e ricognizione biografica Naoko Abe la racconta nel suo Passione sakura. La storia dei ciliegi ornamentali giapponesi e dell’uomo che li ha salvati, Bollati Boringhieri, pp. 406, € 18,50.

Da un lato, la millenaria tradizione giapponese che voleva la contemplazione rituale dei ciliegi (hanami, da hana “fiore” e mi “vedere”) all’insegna di una multiforme diversità subisce un repentino stravolgimento nel senso della riduzione della varietà nelle forme, nei colori, nelle fragranze, nei diversi tempi di fioritura di specie, selvatiche e coltivate, provenienti dalle diverse aree e climi dell’arcipelago, a vantaggio del diffondersi pervasivo e omologante dei cloni di un’unica varietà nota come Somey-yoshino: molto appariscente,a basso costo, crescita rapida e di facile effetto, dalla fioritura concentrata nel mese di aprile.

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Coreografia verde

In un ininterrotto fluire di pensiero sul giardino come viatico, come modo infinito, sempre incompiuto, per nascere al mondo, Xavier Mouginet mette in scena la coreografia verde della mirabolante ricchezza di vita e assieme della frenesia di desideri che quel suo giardino – ideale e reale – affollano e animano.

Far parlare le piante e seguirne il ritmo tra eccessi d’impeto e discrezione tutta vegetale, dialogare con il tempo per sospendere invece quanto stà d’attorno, isolare il pensiero esaltando i sensi, liberare entusiasmi d’infanzia frequentando umiltà e rassegnazione nella sconfitta, osare l’ardire d’esser creatore.

Per lui la tentazione del giardino è racchiusa nell’incessante tensione tra quel luogo ben preciso che esso ritaglia nel pur sempre inaddomesticabile paesaggio, circoscrivendo e consacrando (far giardino è questione di geografia), e la dimensione dell’altrove, del viaggio che inevitabilmente evoca (La tentazione del giardino. Piccolo florilegio sull’arte di coltivare i piaceri verdi, Ediciclo editore, pp. 96, € 9.50). 

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I Giardini racconto di Paolo Villa

Ben oltre la presentazione del lavoro di un protagonista dell’architettura dei giardini in Italia com’era Paolo Villa, questo libro-omaggio ripropone la dialettica tra il suo sguardo sul paesaggio, l’attitudine a leggerne i profili, interpretarne le tracce, e il segno che vi imprime con le sue creazioni, giardini che si costituiscono in racconto. Storie di giardini. Garden stories. Lago Maggiore, Rizzoli, pp. 240, € 40,00 è appunto un libro di schizzi dal suo taccuino di lavoro, nonché palinsesto di osservazioni, riflessioni, fotografie, pensieri che, messi in fila assieme, quel racconto servivano intanto a mettere a fuoco, impostare, alimentare e oggi a testimoniare, consentendoci di ripercorrerlo.

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Ambientalismo. Un libro di libri

È davvero una rivoluzione dello sguardo sul mondo quel cambio radicale di attitudine rispetto al modo di abitarlo che va sotto il termine omnibus di ambientalismo. Un processo dal carattere trasversale rispetto a ideologie politiche, competenze disciplinari, soggetti coinvolti, e via via pervasivo quanto a forme di analisi e proposta dalla presa di consapevolezza alla mobilitazione da parte di singoli, organizzazioni, istituzioni. Un processo in movimento entro cui siamo immersi, che nella sua fase più recente data agli ultimi sessant’anni e del quale Stefano Nespor, esperto di diritto dell’ambiente, sceglie di restituirci il racconto articolandolo in un libro di libri: individuando cioè come pre testo cinque titoli che al loro apparire hanno costituito altrettanti momenti di snodo e sintesi nel succedersi e incrociarsi di temi, azioni, soggettività.

Dall’atto di nascita costituito nel 1962 da Primavera silenziosa, indagine in forma di letteratura naturalistica di Rachel Carson, al libro, poi documentario premiato con l’Oscar, di Al Gore Una scomoda verità (2006), passando per contributi scientifici come quello dedicato ai limiti della crescita dai ricercatori del MIT (1971), al Rapporto Brundtland delle Nazioni Unite su Il nostro comune futuro (1987), agli studi sul rilievo dei modelli di gestione policentrica e tutela collettiva delle risorse naturali nella logica di beni comuni vecchi e nuovi tra i quali quelli immateriali e della conoscenza e quindi di un’attiva, quotidiana, partecipazione alla soluzione dei problemi del clima (Governare i beni collettivi, 1990, del premio Nobel Elinor Ostrom).

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Diritti per le piante

A fronte del sempre più evidente disvelarsi della vita come un coevolutivo continuum di soggetti interconnessi siamo indotti a ogni passo a rivedere la convinzione della presunta supremazia dell’uomo sul resto della natura (del suo punto di vista, dei suoi interessi).

Così, nel riverberare questa dialettica entro quel sistema di valori in perenne evoluzione, il modello di un ideale di società cui tendiamo regolato dall’’etica e dal diritto, ecco l’affacciarsi sul piano teoretico, seppur con evidenti risvolti pratici, di un tema tanto urgente quanto all’apparenza provocatorio: prevedere e definire specifici “diritti delle piante”, tipici del mondo vegetale, da rivendicarsi nel più ampio quadro di quel complesso di norme con cui cerchiamo di regolare e mediare interessi diversi.

In questo processo ci aiuta la graduale presa di consapevolezza di come, pur tra sostanziali somiglianze che specialmente a livello biologico, cellulare e nel Dna, condividiamo con le altre specie, una radicale divergenza evolutiva ci divida, in quanto animali, dalle piante, nel senso della mobilità rispetto alla stanzialità (con tutte le conseguenze del caso).

E di come la nostra grande ignoranza del mondo vegetale necessiti uno sguardo compensatorio, capace di intenderle non più come “risorse”, magari brevettabili, ma come esseri viventi e senzienti, soggetti di vita e di diritto.

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Viandanti che raccolgono semi

Per mulattiere e lungo i torrenti, come pure nel verde che emerge dal dedalo delle topografie cittadine, saper passeggiare attraverso i paesaggi, lasciandosene attraversare, per cogliere i segni con cui la natura li illumina di episodi e associazioni vegetali ci pone tutti in una condizione di particolare attenzione. Camminare, si sa, induce considerazioni, attiva ricordi e emozioni, ci invita ad avere occhi nuovi.

In particolare poi, per un aspirante giardiniere, restare allerta in cammino di spirito e sensi, dischiude a ogni passo una serie di occasioni da cui trarre ispirazione, scatena l’impulso a imitare l’infinita varietà e diversità del vivente. Raccogliendo semi, rametti, prelevando talee, per trasferire magicamente quegli spunti nel proprio personale giardino di accoglienze.

Così nei loro Consigli per viandanti giardinieri, Emina Cevro Vukovic e Nora Bertolotti (Ediciclo, pp. 192, € 14.00) propongono cinque itinerari del cuore. A passeggio tra sentieri in equilibrio e vigne a belvedere colline della costa ligure da Campiglia a Porto Venere dove raccogliere semi di ginestra e ispirarsi ai profumi della macchia mediterranea, come pure sul crinale dell’Appennino tra Emilia e Toscana, tra le felci che illuminano radure o riscoprendo epilobi e cardi asinini, subito pronti a ricoprire la frana. Ma anche, per esplorazioni botaniche in città, dalla Milano dei cortili, tra macerie riconquistate da budleie, sambuchi e verbaschi alla Palermo delle peregrinazioni ispirate dai giardini di chiostri e chiese e dell’esotico diffuso tra jacarande e i frangipani che colonizzano i vasi dei balconi.

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Giardini d’occidente. Limite e “oltre”

Interamente riorganizzato da Paola Gallo e integrato dei capitoli su L’American garden e sul Novecento da Matteo Vercelloni, torna ora disponibile il volume di sintesi dedicato da Virgilio Vercelloni a L’invenzione del giardino occidentale (Jaca Book, pp. 282, € 90,00).

Tradizionalmente, l’impianto raccorda l’affermarsi del giardino rinascimentale ai recuperi e alle reinterpretazioni umanistiche delle radici della classicità dopo lo iato dei medievali horti conclusi, quindi dei modelli emblematici, della letteratura cortese e della trattatistica che intreccia semplici e agricoltura.

Il sistema di relazioni che il giardino intrattiene poi con l’architettura, la città e il paesaggio, il potere, le sue declinazioni e rappresentazioni, dal rigore geometrico dell’assolutismo al giardino di paesaggio nutrito di illuminismo, il rilievo che con l’Ottocento assume nella vita sociale dello spazio pubblico così come nell’interiorità del soggetto, testimoniano dell’incessante tensione tra l’elemento costitutivo del limite, il confine più o meno fisico che connota il giardino, e l’invito a oltrepassarne il recinto in un’incessante opportunità/inevitabilità di attraversamento.

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Meir Shalev, un giardino selvatico di fiori nella Valle di Jezreel

Da botanico dilettante, ma gran collezionista di fiori di campo, come pure di citazioni bibliche, ricordi, emozioni, il saggista e romanziere israeliano Meir Shalev, autore altresì di storie per ragazzi, ripercorre con sottile vena umoristica il topos che vuole il lavoro della scrittura e quello in giardino accomunati da pazienza, attenzione, capacità di cogliere e associare caratteri, essenze, di “temporeggiare”, di misurarsi con congiunture, come la pioggia giusta, di tenere assieme l’entusiasmante cernita del seminare con la sollecitudine del potare o la costanza del monotono diserbo.

Il mio giardino selvatico (Bompiani, pp. 336, €28.00, con llustrazioni di Refaella Shir) è il racconto in confidenza serrata di uno spazio tempo d’elezione, senza pretese né ideologie, dice l’autore, dove ospitare residui dell’antica foresta, limitarsi a piantare bulbi indigeni salvati dagli sterri dei cantieri, raccogliere semi dei fiori spontanei per agevolarne la riproduzione. È in realtà, anche botanicamente, molto di più.

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Gardens Policy

L’ecologia che cresce in giardino
Seppure osservata dal ridotto dei nostri obbligati spazi interni, o inseguita sui balconi, o negli scampoli di verde consentiti al nostro micropasseggiare, l’euforia floreale della primavera del fuori si impone, avvolgendoci nostro malgrado nel suo imperterrito, ciclico rinnovarsi, a farci sentir parte di un universo che normalmente, dandolo per scontato, ignoriamo. La mancanza di natura è un problema che ulteriormente risuona in questi tempi di segregazione. E non soltanto per chi si ritrova a vivere costretto in aree urbane incardinate attorno a un abitare fatto di uffici, banche, traffico, patrimoni immobiliari.

Il ParckFarm di Molenbeek-Saint-Jean, Belgio – c Lou-Vernin

Di questo irriducibile bisogno di natura il giardino in vario modo si è fatto via via interprete e mediatore. Come luogo privilegiato dell’esperienza polisensoriale, immergendoci nel flusso della metamorfosi continua, rende da presso palese il nostro partecipare delle combinazioni del vivente. Ma anche, e contemporaneamente in quanto “natura in artificio”, è la risultante, progettuale e operativa, del nostro desiderare come singoli e come collettività: sempre i giardini hanno indicato aspirazioni comuni, hanno preteso di raccontare il meglio delle società che essi illustrano.

Ora, il giardino si fa anche spazio privilegiato per leggere (e sperimentare) una riconsiderazione critica dell’altrimenti inossidabile assunto antropocentrico che vuole noi umani misura di tutto.

Si fa occasione per integrare il vivente in un’attenzione a tutto campo, interdisciplinare anche negli assunti delle cosiddette environmental humanities. Microcosmo di consapevolezza che ci proietta nella foresta di relazioni che ci include, il giardino ci induce a ripensare l’individualità all’interno della colonia ecologica di connessioni e conversazioni con altre specie.

Una sorta di cambio di paradigma riguarda oramai lo statuto del verde – in ogni caso fatto del coesistere di diversissime esperienze più o meno pop e raffinate, intime o collettive, estetiche o socialmente, criticamente connotate.

Un rinnovato interesse che, fin nel senso comune, paradossalmente arriva a intendere il giardino come metafora di un possibile, diverso modo di porsi di fronte all’evidenza dei limiti del modello di sviluppo basato sullo sfruttamento infinito delle risorse.

È ormai acquisita l’immagine del “giardino planetario” prospettata già molti anni fa dal paesaggista Gilles Clément, a dirci che il nostro pianeta è un universo chiuso nei confini della biosfera, dove ogni elemento è connesso in una logica di condivisione e collaborazione. Un giardino di cui tutti siamo chiamati a prenderci cura, operando come accorti giardinieri planetari. Con attenzione, responsabilità, rispetto.

C’è poi una nuova consapevolezza – esito anche degli sforzi di una divulgazione avvertita – sul come, nella sua irriducibile alterità, il mondo vegetale, evoluzionisticamente, ci suggerisca una serie di soluzioni totalmente diverse rispetto a quelle percorse dal mondo animale (è il caso del neurobiologo vegetale Stefano Mancuso), quando non addirittura nuovi paradigmi per modelli di società (con il filosofo Emanuele Coccia).

Nel suo farsi custode del giardino e del pianeta, capace di ascoltare la natura, di assecondarla, seppure creativamente imparando a lasciarsi sorprendere e assieme a integrare nel progetto l’invenzione dell’imprevisto, il giardiniere prefigura con il suo agire un’etica della cura dove, come in un climax che si ripropone (il giardino cura il giardiniere che cura le piante), si individua la dialettica di una solidarietà istintiva che lega tra loro tutte le forme di vita (Brunon e Martella).

L’attualità in giardino di un’ecologia “planetaria” va di pari passo con l’affermarsi di un’estetica che si lega ai temi della biodiversità, della bassa manutenzione, della scarsità, del secco. Un’estetica che oltre lo snodo del giardino “naturale” vira in direzione di un’etica intesa a promuovere, in senso lato, biodiversità e, assieme all’uso sostenibile delle risorse, a privilegiare pratiche di restituzione.

Oltre che come fatto estetico o botanico, nel giardino si intrecciano dimensione interiore e sociale, logiche proprie degli spazi individuali, intimi e attivismo. Investigato per il suo potere di rigenerazione mentale, suscitatore com’è di esperienze intense, relazioni estatiche, emozioni, sentimenti, stati d’animo, in un concerto di affetti che per il suo tramite, instauriamo anche con noi stessi, il giardino è al tempo stesso occasione di pratiche collettive che esigono e inducono una partecipazione attiva, continuativa e risoluta, con relativa assunzione di responsabilità. Che si traducono in esperienze di produzione di cibo su base locale, dinamiche di distribuzione e consumo, processi identitari, associativi, di integrazione sociale e culturale, educazione ecologica. Finché, dall’individuo alla collettività, il valore trasformativo delle pratiche di giardinaggio, che si moltiplica specialmente su scala urbana, può farsi strategia ambientale (Di Paola).

Mentre, al di là di funzioni e valenze convenzionali degli spazi di verde pubblico urbano cui siamo abituati a pensare, attorno all’orto e al giardino si moltiplicano progetti collettivi di riappropriazione, trasformazione, rigenerazione dello spazio pubblico, iniziative di cittadinanza attiva, reinvenzione e riutilizzo di luoghi abbandonati, residuali. Giardini temporanei, orti condivisi. Spesso occasioni di rinegoziazione del bene comune e di messa a verifica di soggettività, processi identitari, di sperimentazione di forme di dialogo e coesistenza (Lambertini).

Nel suo mutuo innescarsi di naturalezza e artificio, oltre a confrontarci produttivamente con il tema dell’impermanenza, il giardino, soprattutto, continuamente progetta di abitare il durante.

In maniera tanto più urgente oggi, di fronte alle conseguenze di un indiscriminato sfruttamento delle risorse, con l’evidenza del nesso di causalità che stringe povertà e sofferenze del pianeta, il giardino come principio di responsabilità ci aiuta a rimettere in discussione non soltanto un sistema di produzione e “sviluppo”, ma un sistema di conoscenza fondato su un paradigma che spiega ogni fenomeno, inclusi vita e pensiero, a partire da processi chimici e meccanici.
Verso, invece, una visione circolare, in una prospettiva a lungo termine.
E, nella prospettiva unitaria del giardino, che con la sua capacità di intermediazione e incontro è versato alla diversità, non semplicemente vita, ma “buona vita”, come diritto universale (Venturi Ferriolo).

Consigli di lettura
Assieme alla constatazione che dal nostro “rallentare” la natura ha soltanto da guadagnare e che una serie di ricadute positive sull’ambiente già si avvertono in tempi rapidissimi, la riflessione sul ruolo del giardino come grimaldello interpretativo, prisma attraverso il quale leggere e esprimere il bisogno di natura che tutti più o meno consapevolmente ci connota, potrà tornarci davvero molto utile per riconsiderare, nella nostra vita post reclusione, senso e funzioni degli spazi esterni, quelli pubblici come pure come pure quelli intermedi, dai cortili ai giardini condominiali, dai terrazzi agli orti condivisi.
Alcuni suggerimenti di lettura. Tra le opere di Gilles Clément, Elogio delle vagabonde. Erbe, arbusti e fiori alla conquista del mondo, DeriveApprodi; Il giardino in movimento. Da La Valée al giardino planetario, Quodlibet; Piccola pedagogia dell’erba. Riflessioni sul Giardino Planetario a cura di Louisa Jones, DeriveApprodi; Giardino, paesaggio e genio naturale, Quodlibet.
Il punto di vista del neurobiologo vegetale Stefano Mancuso, tra le altre opere, Verde brillante. Sensibilità e intelligenza del mondo vegetale, con Alessandra Viola, Giunti editore e quello del botanico Jacques Tassin, Come pensano le piante, Edizioni Sonda, nonché del filosofo Emanuele Coccia, La vita delle piante. Metafisica della mescolanza, Il Mulino.
E procedendo per coppie, Hervé Brunon, Giardini di saggezza in occidente, DeriveApprodi e Marco Martella, Un piccolo mondo, un mondo perfetto. Coltivare, raccontare e vivere un giardino, Ponte alle Grazie. Daniele Mongera, Niente di naturale, Officina Naturalis Editore e Pia Pera, L’orto di un perdigiorno, Ponte alle grazie. Carlos Magdalena, Il Messia delle piante. Alla ricerca delle specie più rare del mondo, Aboca Edizioni e Santiago Beruete, Giardinosofia, Ponte alle Grazie.
Infine, Marcello Di Paola, Giardini globali. Una filosofia dell’ambientalismo urbano, Luiss University Press; Anna Lambertini, Urban beauty!, Editrice Compositori e Massimo Venturi Ferriolo Oltre il giardino, Einaudi.

Andrea Di Salvo su Il manifesto del 14-5-2020, p. 10