Tra micorrize e microbiota, l’invisibile rete delle piante

Se del multiforme mondo delle piante, con la loro inarrivabile capacità di trasformare l’energia solare in energia chimica e una biomassa che costituendo più dell’80% del vivente determina le condizioni geoclimatiche del pianeta, quel che si staglia ad accomunare i sette temi-passeggiata che si dipartono dall’Orto botanico di Torino, ispirati dal ragionare serrato della biologa vegetale Paola Bonfante, è proprio il profluvio di relazioni in cui queste sono immerse, nel suo Una pianta non è un’isola. Alla scoperta di un mondo invisibile, il focus, diverso rispetto a una pubblicistica che pure testimonia di un interesse sempre più diffuso per questo regno, è però per tutto quanto delle piante immediatamente non vediamo (Il Mulino, pp. 212, € 15,00, con Caterina Visco). Al centro sta la loro parte ipogea. Il mondo nascosto delle radici che, oltreché ancorare e trasmettere nutrienti, consentono comunicazioni e corrispondenze tra individui, spesso per il tramite di funghi e batteri. Evidenziandone il ruolo dominante nell’intessere tali invisibili relazioni e tenendo conto che ogni singola pianta – che prima di tutto deve anche comunicare con i suoi organi – oltreché essere inserita nell’affollata società in cui vive in comunità di specie diverse, dialoga con una moltitudine di microorganismi che costituiscono il suo infinitesimale microbiota individuale.

Così, alle invisibili o quasi, almeno a occhio nudo, reti radicali di micorrize (da myko-rhiza, fungo-radice) che rappresentano una delle relazioni di maggior successo in natura per come, regolando e coinvolgendo la stragrande maggioranza delle specie identificate, influenzano la vita delle comunità vegetali epigee, quelle che noi vediamo, nel giogo di intrecci e costanti tra macro e microscopico indagate dal libro, per pensare a una pianta che – come del resto tutto il resto – non è un’isola, il collegamento è ai più recenti studi sul microbiota delle piante con la sua amplissima rilevanza ecologica.

Paola Bonfante, Una pianta non è un’isola. Alla scoperta di un mondo invisibile, Il Mulino, pp. 212, € 15,00, con Caterina Visco, recensito da Andrea Di Salvo su Alias della Domenica XI, 45, Supplemento de Il Manifesto del 28 novembre 2021

Rosetta S. Elkin, Pinus Pinea, 2018

Crisi climatica. Limiti cognitivi

Se l’occasione narrativa del reportage di viaggio che Fabio Deotto mette in pagina in forma di indagine ad ampio spettro sulle molte variabili implicate dal cambiamento climatico sta tutta nella verifica di come questo sia oramai già palesemente, irreversibilmente in atto proprio in alcuni luoghi stereotipo, idealmente considerati da sogno, luoghi icona come le Maldive, Miami Beach, la Lapponia, ma poi anche Venezia o la Franciacorta, il suo intrigante controcanto consiste nel costante interrogarsi sulle nostre reazioni, volta a volta agite o negate, di fronte all’evidente gravità del fenomeno (L’altro mondo. La vita in un pianeta che cambia Bompiani, pp. 348, € 19,00). Soffermandosi in particolare, oltre che sui comportamenti effettivamente progettati, procrastinati e anche variamente agiti, su automatismi e atteggiamenti mentali che ad essi si accompagnano. Sulle ragioni dei limiti cognitivi, culturali e biologici, e le loro radici di tipo evoluzionistico, che, ritardando o impedendo una vera generalizzata assunzione di realtà, si frappongono a ogni efficace cambio di prospettiva.

Tyler Mitchell, Impact 2021

Nell’interlocuzione diretta con luoghi, testimoni, esperti, attivisti, e con lo spostamento di accento sul presente, Deotto evidenzia, oltre i fenomeni dell’erosione costiera, del riscaldamento delle acque o dell’inquinamento da alghe, temi come le ricadute in termini di iniquità a livello sociale e ambientale dello sfruttamento indiscriminato di risorse e persone, i paradossi della gentrificazione climatica, l’incoltivabilità delle terre, l’equivoco della stanzialità e, tra le strategie di adattamento incrementale, la sperimentazione di nuove forme di ecologie urbane, le migrazioni e pratiche resilienti di convivenza con gli elementi. Focalizzando come la presa di consapevolezza dell’ansia climatica che pure pervade il nostro sguardo sul mondo sia viatico della possibilità di riapprenderlo fuori dai paradigmi in cui abbiamo fin qui voluto ridurlo a nostro esclusivo dominio.

Fabio Deotto, L’altro mondo. La vita in un pianeta che cambia Bompiani, pp. 348, € 19,00, recensito da Andrea Di Salvo su Alias della Domenica XI, 44, Supplemento de Il Manifesto del 21 novembre 2021

Senso della natura e storia nel farsi del paesaggio

La vocazione problematizzante che da sempre il paesaggio rileva nella ricerca storiografica assume in questi anni recenti un respiro più ampio nel continuo interpolarsi del tema con discipline come l’antropologia e le scienze sociali, quelle della vita, l’archeologia e l’architettura, appunto, del paesaggio, e quante altre vanno assumendo proprio quest’ultimo come termine medio dialettico del confluire di intenzionalità progettuali in divenire economico, proiezioni ideali e coevoluzione del vivente nel moltiplicarsi di soggettività via via riconosciute … attorno a quest’ambito..

È con questa plurale sensibilità di sguardi che si muove nel suo Viaggio nei paesaggi storici italiani lo studioso del Medioevo e del Rinascimento Arnold Esch, a lungo direttore dell’Istituto storico germanico di Roma, nonché con la dimestichezza che gli viene dalle lunghe frequentazioni dei suoi tanti, classici temi d’indagine, dove – sempre sotteso – il paesaggio permane come chiave d’accesso (LEG edizioni, pp. 321, € 22,00).

Prediligendo magari località remote e sguardi inusuali, la campionatura per argomenti, metodologie ed episodi procede interrogando sapientemente resoconti di viaggio, diari, dipinti, letture stratigrafiche ma anche indicazioni rintracciate nelle filze delle fonti archivistiche, come gli atti di proprietà medievali dove le rovine romane si rivelano sovente marcatori evidenti nel disegno di confini contesi.


Louis Gurlitt, Oberitalienische Küstenlandschaft mit Figurenstaffage, 1838, coll. priv. 

Così, il suggerimento a evitare letture di un primo Medioevo come paesaggio prevalente di antiche rovine, in una inerziale proiezione del passato che perdura, o la puntuale sottolineatura del mutare degli sguardi (e dei mezzi di trasporto) tra l’Italia del Grand Tour del XVII e del XVIII secolo e quella conosciuta dai viaggiatori del XIX secolo, e in particolare da Ferdinand Gregorovius, vanno insieme a riflessioni sull’uso frequente nel genere dei resoconti di viaggio del tardo Medioevo di rendere l’immagine di paesaggi stranieri e sconosciuti attraverso il confronto con una realtà familiare.

A tratti l’indagine assume l’andamento di una guida passo passo, chiesa dopo chiesa nel capitolo dedicato a quelle rurali dell’Umbria del primo Medioevo, dove il loro dislocarsi nel tempo, rileva della relazione tra dinamiche locali e orizzonti di maggior respiro.

Ma sempre, in controluce, si legge l’inquadramento per grandi temi. Il lungo processo del medievale farsi paesaggio della città di Roma viene ripercorso collocandolo in un contesto dove tutto si regionalizza, con gli approvvigionamenti ridotti a scambi a corto raggio, così come l’orizzonte delle consolari. All’interno delle antiche mura, ormai troppo ampie per quanto la città si era andata spopolando, estesi spazi vuoti si trasformano in pascoli o vigneti, mentre gli insediamenti si ridispongono verso i nuovi fulcri della vita religiosa e pubblica. Attorno a San Pietro si raccoglie Borgo e la popolazione gradualmente si ritira nell’ansa del Tevere. Anche l’area dei fori assume l’aspetto di un paesaggio di orti e viti, tra le torri medievali e le rovine che saranno a lungo ricoperte da una flora, peraltro fatta oggetto in passato di studi accurati.

Nell’indagine della vicenda di Venezia prima di Venezia il ruolo giocato dalle caratteristiche naturali e storiche del paesaggio lagunare nel lungo processo della sua colonizzazione si afferma in parallelo alla consapevolezza della necessità di mantenersi in equilibrio con un territorio che costantemente viene rimodellato dafiumi, maree e mareggiate e che costringe anche gli uomini a una vita anfibia, in insediamenti in tutto differenti da quelli che avevano caratterizzato le città murate, con strade lastricate e disponibilità di acqua potabile. Addestrandoli, con il continuo lavorio di regolare corsi d’acqua e consolidarefondali e fondamentain quel mondo d’isole dove scorre il futuro Canal Grande, a un impegno sempre rinnovato in un’azione solidale.

Con esiti testimoniali del tutto differenti, ad esempio dal caso del fermo fotogramma di Pompei, fissato al momento dell’eruzione, l’invito è a seguire poi la vicenda del lento processo di decadimento del paesaggio diOstia fino a quando anche gli ultimi abitanti abbandoneranno l’area urbana ormai deserta e ridotta a un territorio di saline, per ritirarsi nel più sicuro insediamento medievale fortificato di Gregoriopolis, mentre la natura prenderà per secoli il sopravvento dando vita a un paesaggio di rovine.

Da allora Ostia verrà a lungo ignorata dalle cronache, finché, con l’Umanesimo, proprio le sue rovine meriteranno, come tali, nuova attenzione. Visitate nel 1427 da Poggio Bracciolini e Cosimo de’ Medici e, meno di cinquanta anni dopo, da papa Pio II.

E proprio le puntuali e ricche descrizioni del paesaggio e delle genti che lo compongono, frequenti negli autobiografici Commentarii di Enea Silvio Piccolomini, testimoniano per Esch di un’esperienza del paesaggio e di un senso della natura per tanti versi inediti. E che – fatta pure la tara di letterarie repliche umanistiche di moduli classici – lasciano antivedere già in questo primo Rinascimento un’attenzione per lo spazio naturale e una sensibilità specifici che in generale vengono attribuiti a epoche più tarde.

Così, con le vedute descritte in parola – non ultime quelle ammirate dalla finestra da Pio II – sempre più spesso il paesaggio “autentico” viene inseguito anche in pittura. Negli sfondi, nelle architetture, nella pittura di paesaggio, ma anche, dai primi anni del XVI secolo, nelle immagini a volo d’uccello utilizzate come prove visive nella cartografia “forense”.

O, fin nel gioco erudito in cui si spinge il nostro autore di identificare – quando non correggere, integrando e risalendo alle componenti di paesaggi ideali in forma mista – titolazioni e attribuzioni dei siti del Lazio che a cavallo tra 700 e 800 una generazione di pittori stranieri che si avvia a restituire un’idea nuova di natura ritrae, oltre gli stilemi della tradizionale pittura di vedute. Che si avventuri insomma, al seguito delle strade storiche nell’alta valle del Tevere oppure sulla via Francigena da Lucca all’Arno, per via di arresti, sovrapposizioni e riutilizzi, o risalendo i “paesaggi con acquedotti” tra Tivoli e Palestrina o ancora evidenziando le tracce di segni, saperi, manufatti, dalla pista della transumanza in Molise al palcoscenico cinto da mura del paesaggio di Siracusa, Arnold Esch percorre qui palmo a palmo il territorio italiano con una molteplicità di approcci che, dal proscenio alle pieghe, ne setaccia la varietà dei paesaggi. Sempre tenendo insieme le questioni di grande respiro e i dettagli in cui, nella rinnovata attenzione dell’oggi, si inverano e fanno corpo. Innesco e testimonianza di processi, soggetto e oggetto di indagine storiografica

Arnold Esch, Viaggio nei paesaggi storici italiani, LEG edizioni, pp. 321, € 22,00, recensito da Andrea Di Salvo su Alias della Domenica XI, 43, Supplemento de Il Manifesto del 14 novembre 2021

William Turner, Veduta della Campagna romana con rovine dell’Aqua Claudia al tramonto, in realtà, veduta del lato interno delle Mura Aureliane nei pressi del Monte Testaccio, Tate Gallery, London

Le ragioni del riscaldamento globale. Per una storia anche culturale del clima

Al centro dell’attuale dibattito scientifico come di quello sui media, bussola delle scelte di indirizzo politico a livello mondiale, con le relative ricadute economiche e sociali, la climatologia è divenuta ormai una scienza che impegna a nuove condotte e azioni concrete – o almeno le addita. Ad essa si rivolgono Stati, decisori e le maggiori organizzazioni internazionali. Le Nazioni Unite che nel loro mandato hanno la protezione del clima. Ma la sua lunga e composita storia attraversa nel corso dei millenni fasi molto diverse, in un dialogo sempre serrato con la meteorologia. Il geofisico Gianluca Lentini ne ripercorre evoluzioni e tappe nel suo Storie del clima. Dalla Mesopotamia agli esopianeti, Hoepli Microscopi, pp. 139, € 12,90. Fin dall’ingresso del clima come termine geometrico descrittivo, con Eratostene, nel significato etimologico di inclinazione dell’asse terrestre e poi con la molteplicità di significati interscambiabili che hanno via via oscillato dal riferirsi al tempo atmosferico, ai cambiamenti stagionali, a quelli globali nelle temperature.

Per molti secoli il pensiero scientifico dell’Antichità sarà interessato dalla dialettica dove si affiancano e interagiscono tra il determinismo climatico mesopotamico e anatolico – con un approccio divinatorio e propiziatorio che vede la meteorologia strumento di comunicazione e manifestazione del divino –, la razionalizzazione analitica descrittiva di quello greco che cerca regolarità e ripetitività, legami di causa effetto, la meteorologia pragmatica. Fino alla loro fusione tra 8 e 900.

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Frederic Edwin Church, Cotopaxi, Detroit Institute of Arts, 1862

Da determinante geografico immutabile, dove è il clima, non suscettibile di cambiamento, a condizionare oltre che temperature, precipitazioni e flora, anche culture e convenzioni sociali, culturali e sanitarie delle popolazioni – e fino alla lettura eminentemente politica con Jean Bodin, che collega clima, attitudini e politica della nazione – con l’affermarsi dell’innovativo concetto della sua variabilità nel tempo, sarà invece l’uomo a poterlo determinare, modificandolo. Fino all’idea di una climatologia dinamica globale (concetto del XIX e XX secolo).

Dopo essere a lungo rimaste discipline compilatorie e classificatorie, per lo più di supporto ad agricoltura, navigazione, medicina, guerra, la meteorologia e poi la climatologia, avvalendosi del puntello di equazioni matematiche e leggi fisiche e dell’istituzionalizzazione derivata da ricerche svolte da reti di rilevamento con procedure omogenee, si son fatte scienza dinamica di un clima che può mutare, verso una moderna concezione del cambiamento climatico come riscaldamento globale.

Lentini richiama così episodi di una storia anche culturale del clima, dalla rivoluzione humboldtiana, che con le isoterme, tesse i fili di una nuova attenzione tra climi e ecosistemi, all’osservazione della terza dimensione in quota dell’atmosfera, dal ruolo delle leggi della termodinamica all’influenza di geologia e glaciologia, fino alla metafora dell’atmosfera come serra (nella letteratura scientifica, dal 1907), dalla teoria del caos al ruolo degli oceani e all’utilizzo del computer per ottenere modelli climatici capaci di profilare fenomeni e fornire previsioni verificabili.

Ora, coinvolgendo anche lo studio dei pianeti del sistema solare, con l’avvio di una climatologia esoplanetaria. E intanto, quantificando con evidenza scientifica le variazioni del cambiamento climatico di origine antropica per, se e quanto possibile, mitigarle.

Gianluca Lentini, Storie del clima. Dalla Mesopotamia agli esopianeti, Hoepli Microscopi, pp. 139, € 12,90, recensito da Andrea Di Salvo su Alias della Domenica XI, 42, Supplemento de Il Manifesto del 7 novembre 2021

Coevoluzione a passo di danza

La natura parla un linguaggio universale di multiforme, multicolore eleganza che, al di là delle nostre competenze e sensibilità, tutti intuitivamente comprendiamo. Anche se, a ben guardare, si tratta assieme di una bellezza funzionale, esito della molteplicità delle complesse relazioni tra piante e animali, noi compresi, e delle strategie volta a volta messe in campo per individuare soluzioni per alimentarsi, comunicare, difendersi, riprodursi, cooperare.

A questo duplice, complementare manifestarsi di una coevoluzione che assomiglia al combinarsi serrato dei passi di una danza Mariacristina Villani, ecologa e responsabile delle collezioni dell’Orto Botanico di Padova, dedica il suo Ci vuole un fiore. Racconti e meraviglie del silenzioso regno verde, Codice edizioni, pp. 220, € 28,00.

È in particolare con l’affermarsi delle angiosperme, con la loro plastica capacità di adattarsi alle più svariate condizioni ambientali, che va stringendosi la relazione mutualistica tra impollinatori e piante a fiore e frutto.

Nelle pagine illustrate dalle foto di Eleonora Marchi viene allora ripercorso il campionario cangiante di strategie combinate di ingaggio e ricompensa sotto forma di colori, profumi e sostanze, perfino narcotiche e vincolanti, dove, al momento dell’impollinazione e poi della dispersione dei semi, la combinazione di cromatismi e aromi vien modulata sulle abitudini degli interlocutori. Per uccelli e insetti, ma anche rettili, lumache, formiche, falene, pipistrelli. Avvantaggiati dalla funzione vessillifera di petali modificati, pigmenti con guide e striature di indirizzo. E poi dal rendere appetibile il frutto per far viaggiare i semi, quando non affidati all’aerodinamica di strutture a vela o a paracadute, fiocchi, piumini, all’acqua o al rotolare. In un continuo salto di scala tra le implicazioni ecologiche della variegatura delle foglie, e fenomeni indagati in generale, nel loro significato evoluzionistico, come camuffamenti, mimetismi, comunità e mutualismi.

Mariacristina Villani, Ci vuole un fiore. Racconti e meraviglie del silenzioso regno verde, Codice edizioni, pp. 220, € 28,00, recensito da Andrea Di Salvo su Alias della Domenica XI, 41, Supplemento de Il Manifesto del 31 ottobre 2021

Erbario animato … di soggettività. Riverberi da Chernobyl

Radiografici lampi proiettano sulla pagina la traccia liberata di quel che sono stati. Esemplari di piante cresciute nella zona di esclusione dopo il disastro nucleare di Chernobyl, raccolti e impressi a contatto con carta fotosensibile. Echi luminescenti della vita che, pure imbevuta di impercettibile pioggia radioattiva, riparte trasposta in radici, steli foglie e fiori. Riverbero estetico della redenzione vegetale che le trentacinque immagini della artista visuale Anaïs Tondeur ci additano dal volume Chernobyl Herbarium. La vita dopo il disastro nucleare, entrando in risonanza con altrettanti interventi di Michael Marder, frammenti di pensieri e ricordi del filosofo ambientale vittima indiretta delle radiazioni, considerazioni su filosofia delle piante, incubi energetici, stati di eccezione e vite dimezzate, eccessi di significato e straordinaria natura dell’ordinario (Mimesis, pp. 106, € 16,00).

A scandire gli anni trascorsi da quell’aprile 1986 che, con l’esplosione del reattore nell’allora Repubblica Socialista Sovietica Ucraina, vide il dissolversi di illusioni, fedi incondizionate, contorni dei soggetti, dal nero delle pagine, oltre ogni alienazione tassonomica, parole e radiogrammi di piante ferite di Lino, Geranium chinum, Comandra umbellata, Byrsonima lucida irradiano bagliori di un sapere in esse incorporato, per capacità di adattamento, in una relazione che dal sole ricava energia mite, senza consumare il mondo, estraendo e distruggendo equilibri nucleari.

Nell’elaborazione, tutta ancora da farsi, della coscienza collettiva d’esser noi umanità piromane, le piante – capaci come sono di penetrare nel cemento e, anche metaforicamente, in quello del sarcofago con cui pensiamo di seppellire uranio, polvere radioattiva e ben altro –, ci avviano a ricollegarci al flusso del molteplice, in un incredibile, empatico intrecciarsi di soggetti e relazioni all’indirizzo di una solidarietà tra specie e regni.

L’erbario s’anima così di soggettività vegetali che, finalmente ci consentono – relativizzandoci – di riconoscerci, in queste piante.

Michael Marder e Anaïs Tondeur, Chernobyl Herbarium. La vita dopo il disastro nucleare, traduzione di Donatella Caristina, Mimesis, pp. 106, € 16,00, recensito da Andrea Di Salvo su Alias della Domenica XI, 40, Supplemento de Il Manifesto del 24 ottobre 2021

Per noi tutti, cercatori di foglie

Né erbario dove collezionare piante, né prontuario dove riconoscerne le fisionomie. Si presenta invece con il formato dagli angoli arrotondati del libro da diporto, metà manuale, metà taccuino, che procedendo per via di alberi – venti ne illustra, tutti protagonisti dei nostri distratti, onnipresenti incontri per parchi e campagne, miti e immaginari –, ne racconta le foglie e ci invita a farci nuovamente tutti, quel che almeno qualche volta siamo stati, cercatori, appunto, di foglie. Da raccogliere e conservare, da dimenticare tra pagine appositamente lasciate bianche qua e là, dispiegandone i lembi a aderire tra citazioni di versi, da Kafka a Montale, indicazioni botaniche, racconti di miti, leggende, divagazioni lessicali, osservazioni dal vivo. E ovviamente, la descrizione delle mille fogge di quel meraviglioso laboratorio di creazione di vita per forza di fotosintesi.

È il Piccolo manuale illustrato per cercatori di foglie messo a punto dall’Officina de il Saggiatore per i testi sbrigliati di Giuseppe Zare e cucito dal filo delle illustrazioni di Sofia Paravicini, con giochi di entrate e uscite di piante, animali e prospettive distratte, col minuzioso tratto evanescente di un’impossibile miniatura che evoca e interroga una sorta di naturalismo onirico (pp. 152, € 15, 00).

Messa da parte ogni vertigine classificatoria, per foglie semplici o composte e, rispettivamente, dal bordo rotondo, ellittico, ovato e l’apice acuto, ottuso, smarginato o, invece, imparipennate, palmate, plurinervie… si tratta qui, collezionando foglie e suggestioni, di innescare un incontro a venire con il momento in cui tra le pagine ritroveremo quelle un tempo verdi e brillanti del biancospino, a evocare il profumo dolceamaro di mandorle così amato da Proust, o quelle del pioppo, che irrequiete vibrano, bicolori, volta a volta promessa di vita o guardiane funebri, o ancora quelle del fico con la loro ruvidezza e assieme la mediterranea memoria oleosa di quel loro lattice.

Piccolo manuale illustrato per cercatori di foglie, testi di Giuseppe Zare e illustrazioni di Sofia Paravicini, Officina de il Saggiatore, pp. 152, € 15, 00, recensito da Andrea Di Salvo su Alias della Domenica XI, 39, Supplemento de Il Manifesto del 17 ottobre 2021

Verso una storia culturale degli orti botanici

Fin dal loro sorgere alla metà del Cinquecento come orti dei “semplici” per la coltivazione delle piante medicinali, poi punti d’accesso di quelle in viaggio, nel loro andirivieni di scambi e ripartenze tra Asia, Africa, Americhe verso l’Europa (e viceversa), e ancora, con il moltiplicarsi del loro raggio di influenza e funzioni nei secoli a seguire, gli orti botanici sono andati disegnando un atlante delle relazioni tra umano e vegetale che nel vortice del gioco di potere e degli interessi economici coinvolge il diffondersi anche di idee, mode, conoscenze e innovazioni, con ricadute negli ambiti dell’estetica, del gusto, del piacere del giardino.

Via via, luoghi di accoglienza e cura, ma anche istituti di ricerca per studiarle, le piante, e insegnarne caratteristiche e utilizzi, laboratori di sperimentazione per moltiplicarle, diffonderle e … sfruttarne le potenzialità economiche, centri di conservazione, collezionismo e scambio di quelle rare o, più di recente, minacciate e a rischio, giardini della scienza ma anche riserva dove il verde può rifugiarsi in città, gli orti botanici sono, a modo loro, una delle istituzioni culturali più eccentriche e, in quella dimensione a un tempo pragmatica e speculativa, irriducibili ad altro. Elemento e assieme infrastruttura privilegiata, sempre in divenire come i gangli di una rete di snodi interconnessi, fatta di quel che transita, e che transitando muta.

A tenere assieme le fila di questo fitto intersecarsi di vicende e saperi, temi e protagonisti, ricostruendone la genealogia attorno a questa combinatoria di uomini e piante per via dei luoghi d’elezione, ci soccorre ora il volume dedicato agli Orti delle meraviglie. I giardini botanici e la diffusione planetaria delle piante da Silvia Fogliato, filologa di formazione, ma da sempre appassionata di piante, delle loro peregrinazioni e relative storie al seguito, di scienziati, vivaisti, orticultori, collezionisti, avventurieri e giardinieri (DeriveApprodi, collana habitus, pp. 216, € 17,00), nonché curatrice del blog i nomi delle piante.

Nell’arco dei circa 150 anni presi in considerazione, dal 1545, con la nascita del primo orto botanico rimasto nella sede originaria, quello di Padova, ai primi del Settecento, sulla soglia dell’affermarsi di nuovi modelli ispirati all’anelito di ricomprendere l’organizzazione del mondo naturale, tradotto nella sistematica, ciascuno dei sei capitoli, illustrato a partire da un orto botanico tra i più antichi d’Europa, individua tra peculiarità e elementi condivisi una tappa e assieme il rilancio di un filo di indirizzo.

In ordine di apparizione, il modello fondativo dell’orto botanico universitario, dove, a Padova, con Luca Ghini, andando oltre lo studio teorico di una botanica farmaceutica fin lì basato sulla lettura dei classici, si arriva finalmente a “dimostrare” tra le aiuole agli studenti di medicina l’esame delle piante vive. Comprese le esotiche, che a Venezia arrivano con le spezie dall’India, o quelle raccolte nell’erbario – da allora, ulteriore, imprescindibile strumento didattico. Si dà poi il caso del Jardin du Roi di Montpellier, fondato invece e finanziato dal sovrano, che riserva particolare attenzione alla raccolta sul campo e allo studio dal vivo della locale flora occitana, inserita nell’orto in modo da riprodurne l’ambiente naturale. E se dalla scuola della città ugonotta molti studenti stranieri protestanti dissemineranno in Europa i metodi appresi dal loro maestro Guillaume Rondelet, diversi tra quelli specializzati a Padova saranno poi gli animatori della stagione che tra fine Cinquecento e l’inizio Seicento vede il diffondersi di numerosi horti medici in Germania, dimostrando anche qui un’attenzione alla flora locale che così poco combaciava con quella mediterranea descritta nei classici di Dioscoride o Plinio.

L’Orto botanico di Leida in una stampa di Willem Swanenburgh del 1610

A cavallo del secolo si collocano poi le esperienze per tanti versi innovative del pur piccolo orto dell’università di Leida, fondato nel 1590 e che sotto la direzione di Carolus Clusius, grande botanico e collezionista di tulipani, si specializza nello studio e nell’acclimatazione delle piante esotiche. Così come poi farà, su larga scala, quello di Amsterdam, giardino dei semplici nelle intenzioni delle autorità municipali che lo fondano (1638) per rifornire le farmacie cittadine, divenuto presto importante centro di ricerca, promotore di grandi progetti editoriali, noto per le serre riscaldate, le collezioni e gli erbari, nonché per lo sviluppo di innovative tecniche di acclimatazione che lo collocano in una dimensione globale come crocevia di una rete internazionale nel quadro di quella rivoluzione commerciale, dove gli olandesi assumono il controllo del commercio delle spezie: quasi un’emanazione della potente Compagnia olandese delle Indie orientali intesa a sfruttare il potenziale economico di piante come il caffè o la palma da olio.

Espressione diretta della volontà di dominio della monarchia francese, infine, anche il giardino di Parigi costituirà un importante snodo e momento propulsivo nel processo di emancipazione della botanica dalla medicina. Presto intitolato perciò, Jardin royal des plantes, dotato di impressionanti collezioni di esotiche, medicinali e “coloniali”, per le quali si organizzano anche spedizioni scientifiche che anticipano quelle ben più impegnative tra Sette e Ottocento, nonché di serre, teatro didattico, erbario, gabinetto delle curiosità, contribuirà, operando in una logica interdisciplinare, all’elaborazione delle prime forme di classificazione sistematica. E, a cavallo tra ricerca, divulgazione e sfruttamento del valore economico riconosciuto all’introduzione e acclimatazione delle piante esotiche, finirà per porsi come modello per le future realizzazioni d’oltremanica.

Ma qui, con alcune argomentate assenze (i giardini spagnoli e britannici), la messa a punto del quadro generale, delle tendenze e dei protagonisti principali, per questi secoli fondativi è fatta. E anticipa il passaggio di testimone ai successivi, dove l’avventura delle piante per orti botanici vedrà, per un nuovo volume che si annuncia, l’irrompere di variabili differenti, dall’imporsi della tassonomia di Linneo alle innovazioni tecniche per conservare e trasportare le piante, dal rilievo di altri attori, come collezionisti, vivai, società orticole ai giardini coloniali, al profilarsi globale della botanica imperiale dei Royal Botanic Gardens di Kew e dei suoi cacciatori di piante.

Silvia Fogliato, Orti delle meraviglie. I giardini botanici e la diffusione planetaria delle piante, DeriveApprodi, collana habitus, pp. 216, € 17,00, recensito da Andrea Di Salvo su Alias della Domenica XI, 37, Supplemento de Il Manifesto del 10 ottobre 2021

Orto botanico di Padova

Per ritracciare un’ecologia della riconciliazione

C’è un altro modo di abitare quella natura che, almeno in Occidente, l’umano ha spesso ridotto a materia, oggetto inerte, sfondo per le proprie attività, ponendosi fuori e al di sopra di essa, autoescludendosi dalle comunità biotiche.

È una sorta di neonaturalismo che riserva invece una diversa attenzione al paesaggio animale e alle società dei vegetali, alla microfauna cosmopolita, alle alleanze di batteri e radici e prospetta una maniera rinnovata di interessarsi al vivente, seguendone le tracce per ricostruire abitudini e prospettive, per indagare l’arte di abitare degli altri esseri viventi, ponendo l’attenzione sulle relazioni piuttosto sugli esseri.

Si tratta perlopiù di tracce lievi (solo le nostre abitudini animali trasformano significativamente i paesaggi), indizi, come i percorsi che collegano punti dove bere, nidificare, riposare, visuali, aree di gioco, o dei rituali di accoppiamento.

E seguire queste tracce significa, nella prospettiva del filosofo e naturalista per diletto Baptiste Morizot ripercorrere Sulla pista animale un’antichissima attitudine, affinata nell’evoluzione (Nottetempo, pp. 259, € 19, per la traduzione di Alessandro Lucera e Alessandro Palmieri). Nel tentativo di operare quel decentramento che permette di assumere il punto di vista di coloro che vengono tracciati, per riuscire a diventare sensibili ai quei loro usi e costumi, capirne le intenzioni, in uno stato – malgrado l’irriducibilità tra noi – di indistinzione momentanea tra essere umano e l’altro, in una sorta d’intelligenza empatica, dai tratti di un’esperienza metamorfica. 

Cai Guo-Qiang, Head On

Si rintraccerebbero così, anche, alcune matrici comportamentali, cognitive e emozionali, che abbiamo in comune con svariati esseri viventi con cui abbiamo condiviso condizioni ecologiche di vita durante l’evoluzione. Ancestralità animali, tracce di quel che siamo stati, pur nei cambiamenti d’uso e funzioni delle eredità biologiche. Nell’ipotesi che sotto gli effetti delle pressioni di selezione su scala evolutiva che lo hanno riguardato il tracciamento abbia concorso all’origine di alcune attitudini intellettuali e quindi di una parte delle capacità del pensiero umano,

Animale combinatorio che, da primate a lungo frugivoro raccoglitore – che vaga instancabilmente con le sue attitudini a memorizzare e le capacità di generalizzare per induzione una proprietà, ma sprovvisto di un olfatto rilevante – è stato indotto con lo spostamento da un ecosistema forestale africano a quello della savana a farsi onnivoro a dominante carnivora e con la caccia di persistenza a stimolare l’occhio che vede l’invisibile attivando quello della mente per non perdere la pista.

È nella capacità di formulare e risolvere problemi “frequentando paesaggi assenti”, ricostruiti al proprio interno che avrebbe preso forma il pensiero astratto.

Grotta di Chauvet, Ardèche

Nella nostra identità cognitiva si compongono così le attitudini comportamentali del cacciatore-raccoglitore alla lettura di segni e all’indagine, all’interpretazione della traccia, l’estrapolazione da queste di una storia, la sospensione del giudizio, l’attesa necessaria a immaginare, confermare e confutare previsioni e, per via di convergenze evolutive, la pazienza condivisa con la pantera, quella del capriolo che discrimina il suo cibo, dell’orso sperimentatore per assaggi, del lupo esploratore di nuovi ambienti.

Ma con il sopravvenire della domesticazione e dell’agricoltura del Neolitico, le competenze del tracciamento speculativo, dissociate dall’urgenza della predazione, e il conseguente allentarsi della pressione per selezione finiscono per dirottarsi verso utilizzi diversi e inediti (exattamento). Particolari forme di attenzione gratuita, fino al senso dell’indagare che si dimentica perfino del suo oggetto, per attivare un circuito che esaudisce in sé il piacere e la gioia della ricerca o la dimensione sociale di competenze che prefigurerebbero l’origine della ragione collettiva e della cosa pubblica.

Ripercorrendo le piste di un’intelligenza di grande sensibilità ecologica (che perlopiù abbiamo lasciato da parte), nel tracciamento, filosoficamente arricchito, di Morizot si potranno altresì ricercare in un contesto etologico reso meno indecifrabile l’invenzione di forme migliori di relazione con gli altri esseri viventi, e un modo diverso per pensare la loro alterità. Riattivando alleanze, in una “ecologia della riconciliazione” verso una coabitazione tra specie differenti che, per via d’intelligenza, immaginazione e la padronanza di un’etichetta del selvatico, si dota di una vera e propria interminabile diplomazia.

Baptiste Morizot, Sulla pista animale, Nottetempo, pp. 259, € 19, traduzione di Alessandro Lucera e Alessandro Palmieri, recensito da Andrea Di Salvo su Alias della Domenica XI, 36, Supplemento de Il Manifesto del 3 ottobre 2021


Le lezioni del giardino scolastico

Muovendo sulla scia del rinnovamento delle scienze pedagogiche a cavallo dell’800, da Johann Heinrich Pestalozzi a Friedrich Fröbel e dell’importanza di integrare le attività manuali tra gli insegnamenti dedicati ai bambini, nonché delle indicazioni del poliedrico Patrick Geddes, biologo, sociologo e pioniere dell’urbanistica, a favore dell’introduzione dei giardini nelle scuole dell’infanzia, con l’inizio del nuovo secolo l’istitutrice e pedagogista Lucy R. Latter si spinge oltre. Nel suo volume del 1906, riedito ora dalle Edizioni Pendragon e intitolato a Il giardinaggio insegnato ai bambini (pp. 126, € 15,00), propone come l’osservazione della natura e la relativa confidenza che si acquisisce tramite il giardinaggio possano non solo essere parte integrante delle occupazioni scolastiche ma diventarne fulcro.

Snodo per catturare l’attenzione e attivare la concentrazione, come pure lo sviluppo di abilità e sensibilità, dalle conoscenze tecniche al rispetto delle forme di vita, il giardino scolastico consente di ricollegarsi volta a volta a tutti gli altri oggetti e lavori trattati nel corso dell’anno nel chiuso delle alule.

Sorta di testimonianza di una diretta, pluriennale esperienza, nel confronto con le colleghe, e delle relative difficoltà nella ricerca di consenso istituzionale e finanziamenti, il volume articola programmaticamente il pensiero della Latter tra schemi didattici e planimetrie di impianto, descrivendo come disporre i lotti per l’orto e i fiori, poi affidati a gruppi o coppie di bambini (con la predilezione di genere del trarne cibo, riservata alle bambine), come avviare la messa a dimora di semi, bulbi e rizomi, per poi apprendere la capacità di aspettare e osservare, fino alla frenesia ordinata nella rotazione delle raccolte.

Ma l’apprendistato della lezione della natura nel giardino a scuola – da integrarsi con le visite ai parchi – procura ulteriori, infinite quantità di materiali e spunti per altre attività didattiche. Procedendo per affinità e distinzioni, dal bocciolo del narciso all’analisi del suo poetico nome, dalla descrizione di forma, colore, grandezza e venature delle foglie nel loro crescere e disfarsi, e poi così, indagando per comparazione altre piante che sian parenti. Fino allo studio di misure, pesi, valori, alle relazioni tra le diverse forme di vita – un’intera sessione dedicata ai lombrichi, alle loro abitudini, alle loro irrinunciabili utilità –, alle diverse temporalità – quella accelerata delle piante annuali, quelle delle stagioni che intrecciano cicli vitali e cicli scolastici

Il volume propone esempi di tracce di lezioni che indicano e recensiscono poi, per le diverse classi, il prodursi di compiti, lavori, giochi, illustrazioni, con corredo di poesie, canti, lavori con la carta o con la sabbia. Calendari e suggerimenti puntuali di temi da approfondire: l’acqua e le sue forme, il sole e le sue funzioni, le nuvole, l’ombra, l’arcobaleno e la meridiana, il suolo e il brulicare di vita che, a saperci guardar bene, ospita, l’aria in movimento che è il vento che semina e rinnova

Anche in Italia la messa a punto di queste esperienze non mancherà di riverberarsi. Come nel metodo adottato nelle scuole rurali gratuite istituite in Umbria per i figli dei contadini da Alice Hallgarten sostenuta dal marito, senatore Leopoldo Franchetti, promotori peraltro della traduzione dall’inglese, allora, proprio del volume della Latter, come poi l’anno dopo, nel 1909, dell’edizione del metodo della pedagogia scientifica applicato all’educazione infantile nelle Case dei bambini di Maria Montessori.

Se la vita in giardino è un laboratorio dove, annotando fenomeni e ricorsività nel calendario didattico di lavoro, ci si inoltra dal visibile all’invisibile per via di strategie interdisciplinari che nella socialità del lavorare in comune, giocando, incrociano fin anche educazione alimentare e civismo della collaborazione, sempre occorre tenere bene a mente il sottostante circuito di reciprocità. Così, nella prefazione all’edizione inglese del libro della Latter (oggi non riproposta), suggerisce Geddes, ricordando come “il bambino che nel lavoro in giardino opera nella finzione e nel gioco, è dunque un vero drammaturgo in azione, dal quale gli aspiranti educatori han molto da imparare prima di poter adeguatamente insegnare”.

Lucy R. Latter, Il giardinaggio insegnato ai bambini, Edizioni Pendragon, pp. 126, € 15,00, recensito da Andrea Di Salvo su Alias della Domenica XI, 36, Supplemento de Il Manifesto del 26 settembre 2021