Grande Milano, le stagioni degli orti

Di là dalle mode più recenti, il variegato e diffuso fenomeno degli orti urbani denota un forte potenziale paesaggistico, specialmente se indagato alla grande scala, metropolitana e oltre. Rivelandosi a un tempo strumento di lettura e occasione di sperimentazione proprio per il suo accompagnarsi al processo di espansione e risacca che incrocia, spesso oltre i confini amministrativi, periferie e conurbazioni del territorio, infrastrutture di collegamento, vie d’acqua, spazi incerti delle campagne urbane, nonché tutta la serie di usi sociali e pratiche abitative e di vita che vi si dispiegano.

E, proprio incrociando la dimensione territoriale estesa con l’osservazione da presso della specifica realtà di singolari orti e ortisti muove lo studio promosso da Italia Nostra e dal Centro per la Forestazione Urbana Boscoincittà dedicato da Mario Cucchi, Daniela Gambino, Antonio Longo e altri a La città degli orti. Coltivare e costruire socialità nei piccoli spazi verdi della Grande Milano, Quodlibet, pp. 204 € 28,00.

Propriamente intesi alla produzione e al sostentamento alimentare o colonie di recinti destinate a ospitare molteplici, eterogenee pratiche d’uso, spontanei o disegnati, pianificati o irregolari, differenti per tipologie, dimensioni, coltivazione e gestione, gli orti figurano comunque come elemento connettivo nella fitta trama di opportunità e contraddizioni e nella fluida compresenza e permeabilità di usi e funzioni che sprigionano: spesso in aree degradate e marginali, sul crinale tra precarietà e abbandono, accoglienza e cura, risultano occasioni di recupero e rigenerazione, di socialità che incrocia un’utenza variabile, dalla prevalente presenza maschile di anziani a bassa scolarizzazione a miscele di popolazioni differenti per provenienza, età, culture.

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Il paradigma cosmogonia delle rinascite territoriali

Opportunamente sgombrato il campo dall’equivoco per cui non si tratta più tanto di salvare la natura o il sistema vivente Terra, emerge chiaramente come occorra invece riattivare – nel senso dell’averne cura collettiva – quell’ambiente dell’uomo che nel territorio, in una continua sovrascrittura di tracce e configurazioni fisiche, culturali, immateriali, si è andato ciclicamente rigenerando rendendolo vivente patrimonio collettivo di città, paesaggi, infrastrutture, modelli, saperi contestuali. Specialmente se quel sistema in equilibrio di relazioni coevolutive fra abitanti e ambiente abitato si è ormai seriamente ingrippato con l’affermarsi della civiltà delle macchine, del fordismo, con la crescita smisurata  delle megacities, con la concentrazione ipertecnologica dei poteri e l’urbanizzazione globale del pianeta, con la polverizzazione di habitat interscambiabili, omologanti, esito di una mercificazione estrattiva, del dominio delle leggi economiche e finanziarie.

Argomenta con ricchezza d’analisi la diagnosi, prospettando una radicale cura alternativa Alberto Magnaghi nel suo Il principio territoriale, Bollati Boringhieri, pp. 328, € 30,00. Dove riconsidera il lavoro di una vita, e assieme quello della scuola dei territorialisti, per articolare fasi e processi di una ipotesi di nuova civilizzazione che abbia il suo centro nel territorio come patrimonio di beni comuni, materiali e immateriali.

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La distinzione delle piante. 80 in viaggio botanico

Per paradosso distrattamente onnipresenti come alimenti nei mercati e sulle tavole, ridotte a fondali nelle nostre proiezioni dell’altrove nelle mitologie e nel viaggio, surrogato dell’esperienza di natura, ornamenti dei paesaggi ricreati nei giardini, le piante invece, se osservate da presso, in situ o nelle pagine illustrate, sanno catalizzare un’attenzione primordiale, trasversale al punto da innescare, nel disegno delle minuscole spore nascoste come nei panorami di interi ecosistemi da esse determinati, una visione del mondo patente eppure ogni momento inedita, illuminata di trasmutazioni, eterogeneità, interrelazioni.

Proprio a partire dalle sontuose illustrazioni di Lucille Clerc che si vogliono a un tempo documento e evocazione, è a questo soffermarsi distinguendo e misurando le infinite varietà di caratteri e forme, colori e profumi, soluzioni evolutive suggerite dalle piante, a questo affilarsi dell’attenzione, a questo tipo di percorso conoscitivo, di viaggio botanico ordinato dall’origine per continenti – e continuamente rimescolato dalle loro migrazioni, dagli usi e dal riverbero nei processi culturali – che ci invita Jonathan Drori nel suo, Il giro del mondo in 80 piante, Ippocampo, pp. 216, € 19,90.

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Labirinti. Di smarrimenti e rinascimenti

Che i labirinti, tralasciando quelli immaginari, fatti di citazioni, teorie di stanze, intrichi di lettere e memorie, siano, specialmente nella loro declinazione vegetale, un universale che pervade epoche e culture lo dimostra, ancora oggi, la loro fisica presenza e diffusione trasversale.

Simbolo archetipico, fin dalle incisioni rupestri, dell’incertezza e dello smarrimento della condizione umana in relazione al mondo, strumento di rivelazione del divino, dalle primitive raffigurazioni circolari monocursali al modello geometrico quadrato a sette involuzioni, dalla funzione funeraria in epoca romana a quella penitenziale che dai mosaici policromi li vede trasferirsi in percorsi percorribili nelle cattedrali gotiche, e già strumento magico tra cristianesimo e leggende pagane nei labirinti di erbe e pietre, con l’umanesimo si fanno poi modello ornamentale, dedalo, simbolo di potere e ricchezza, con fine ludico, amoroso, filosofico, esoterico, conoscitivo. Impreziositi, tra volute e snodi vegetali, di meridiane, statue, torri panoramiche, giochi prospettici, ma poi anche passeggi romantici con inizio 800, di nuovo, dopo molte demolizioni e abbandoni, saranno oggetto di ricostruzioni ed entusiasmi da parte dei ceti medi. E, dal secondo dopoguerra, protagonisti di un ulteriore rinascimento, di sperimentazioni di forme e materiali, che li vede diffondersi fino ai nostri giorni nei più diversi contesti e latitudini, entroparchi a tema, scuole, aziende, zoo, resort, aeroporti, memoriali; sul litorale atlantico dell’Argentina come in Alaska o in Australia, esportati, come già prima complice il fenomeno del colonialismo in Africa, America, Asia, ora per ogni dove nel rimpallarsi di mode tra stilemi omologanti e locali reinterpretazioni di modelli.

Nel suo Labirinti vegetali. La guida completa alle architetture verdi dei cinque continenti, Pendragon, pp. 247, € 25,00, Ettore Selli ripercorre ora in rassegna 188 di questi dispositivi catalizzatori a un tempo del timore di perdersi e dell’ingaggio nella sfida della scelta a ogni bivio di una meta che ci sfugge, illustrando (su un censimento di 420 complessivi) con singole schede di dettaglio molteplicità di disegni, complessità di tracciati singolarità e rilevanze storica e artistica. Volta a volta recensendo il variare delle forme, da quelle di base a incroci di maggiore complessità, organiche (piedi, mani, cuori), ispirate a animali (cigni, buoi, cicale, tartarughe, cervi, serpenti) e simboli nascosti nel disegno come quelli runici, punti interrogativi, chiavi di violino, stelle, interi paesaggi astrali; schemi architettonici, stratagemmi progettuali (come la regola della lettura, che considera la tendenziale – in occidente – predilezione della direzione di lettura, verso destra, indicazioni volutamente errate, vicoli ciechi, corti circuiti, cancelli mobili che consentono di trasformare il tracciato, vortici a scelta multipla, come a Longleat in Gran Bretagna); diverse tipologie di specie vegetali impiegate per realizzare le pareti verdi, da quelle classiche come carpino, bosso, tasso, tuia, differenziate in funzione dei climi e per le sfumature di colore del fogliame (differenti varietà di tasso, verde smeraldo e dorate, come nel Music Maze nei pressi di Cambridge) a quelle più diverse, edera arrampicata, rose, azalee, vite, lavanda cactus (in Costarica), bambù, dall’uso raro degli alberi da frutto ai labirinti su scala paesaggistica, fatti di alberi, come quello composto di 50.000 abeti in Danimarca, sull’isola di Samsø, o ospitato all’interno del bosco, di per sé “labirinto naturale”, nel castello di Gabiano in Monferrato.

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Per il Lazio. Paesaggi a passo di danza

Tra borghi e paesaggi, parchi, palazzi, fonti, abbazie e panorami, archeologie e giardini procede con passo di danza allungato in passeggiata l’esplorazione di quanto di intrigante ricade nell’area ritagliata allontanandosi a compasso da Roma … non oltre i 60 chilometri.

Fuori dai prevedibili binari di un modo solito di guardare alla conservalorizzazione dei patrimoni del territorio, ci invitano in questo gioco in progressione, come in una sorta di mandala con vizio centrifugo, Ida Tonini e Marta Salimei nel loro Toccata e fuga. Borghi e giardini nel paesaggio laziale, Palombi Editori, pp. 193, € 15,00.

Dopo averci accompagnato in Adagio per giardini per inusuali epifanie alla scoperta in città di giardini, corti, orti, chiostri e ninfei e poi subito oltre, in Andante tra le mura, eccole ora esplorare in rondò con il pedale steso sul registro del paesaggio le tante diversità di una regione crocevia di morfologie e biodiversità, ecosistemi e stratificazioni in palinsesto di vicende e culture, dove i sincretismi, tra classicità, cristianesimo, rinascimenti e via, le specificità e i contesti, anche minori, d’un tratto si riassociano, come personificati in quadri d’insieme.

Episodi da sfogliare nel succedersi di mode e consuetudini sociali, distillarsi del gusto, nuovi utilizzi. Sezioni geologiche e restituzioni stratigrafiche di aspirazioni di potere, allegorie. Affacci da Grand Tour, panorami che si colgono dall’alto, tracce e indizi disseminati in rovine, incastellamenti, abbandoni, riconversioni di fortilizi in giardini e residenze di piacere, paesaggi dipinti in gioco di reciproci rispecchiamenti.

Nove scenari-itinerari di questa lieve, festosa paideia al saper guardare, all’apprezzamento.

Dove certo non mancano i giardini – da quelli formali delle note ville a corona, a quelli dei maestri del 900 come dei raffinati giardinieri dell’oggi che increspano di tessiture e colori le geometrie sottese del paesaggio, dalle collezioni di rose al micro orto botanico sorto sul travertino di risulta delle cave, variopinte presenze floreali compagne degli onnipresenti resti e monumenti.

Ida Tonini e Marta Salimei, Toccata e fuga. Borghi e giardini nel paesaggio laziale, Palombi Editori, pp. 193, € 15,00, recensito da Andrea Di Salvo su Alias della Domenica X, 48, Supplemento de Il Manifesto del 6 dicembre 2020

Jacques Brosse. Alberi in risonanza

È alla ricerca delle tracce di quella fitta trama di corrispondenze e relazioni che gli alberi disegnano fin nei recessi del pianeta e nelle radure del nostro immaginario che muove l’impresa di Jacques Brosse, eclettica figura di naturalista e storico delle religioni, maestro zen e enciclopedista trasversale, nel suo Storie e leggende degli alberi, traduzione di Anna Zanetello, ora riproposto da Edizioni Studio Tesi, pp. 254, € 19,00.

Intesa a restituirne tessere in risonanza in una rassegna di caratteri, usi e simboli che procede in alfabeto di ritratti di un intuìto sistema d’insieme. Ripercorrendo tra epoche e continenti i tragitti dei diversi alberi in nostra compagnia, risalendone le tracce per etimologie, vernacoli, derivazioni lessicali, forme intermedie, accostamenti, assimilazioni, dalle figurazioni mitologiche all’araldica, dai culti al folclore, evidenziando epifanie, evoluzioni in parallelo, passaggi di testimone dalle più antiche credenze alle nuove religioni e a contrappunto evocando nella cultura materiale, alimentare, farmacologica, come nell’evoluzione delle tecniche le testimonianze dei loro diversi utilizzi e assieme delle citazioni disseminate

dalla presenza e dal rilievo degli alberi nei toponimi come nella letteratura (dall’odore ronzante dei biancospini di Proust al gelso nero di Piramo e Tisbe nelle Metamorfosi di Ovidio).

In un rispecchiamento dove i tratti della fisionomia – volta a volta mirabilmente evocata nel colore, portamento, drappeggio, nei singoli individui come nel loro modo di farsi commensali tra specie, di addensarsi nei boschi o infittirsi a schiera lungo argini di fiumi e passeggiate cittadine – vanno assieme alla ricognizione di quegli universali – verticalità e simmetria della connessione cielo terra, rigenerazione della vita oltre la morte, inconoscibilità apparente e a un tempo evidenza rivelata dell’amigdala (del mandorlo), proibizione rituale del frutto, duplicità delle piante spinose, funzione salvifica di talismano e assieme mediazione con le più temibili potenze avverse – che in tante, differenti culture e religioni gli alberi hanno costantemente finito per simboleggiare.

Jacques Brosse, Storie e leggende degli alberi, traduzione di Anna Zanetello, Edizioni Studio Tesi, pp. 254, € 19,00, recensito da Andrea Di Salvo su Alias della Domenica X, 46, Supplemento de Il Manifesto del 22 novembre 2020

Piante in viaggio, tra secoli e latitudini

Sospinte fra i diversi continenti, perlopiù per interposta, umana passione o interesse, e per il tramite di avventurosi botanici che tra XVII e XX secolo si fanno veicolo della loro scoperta, identificazione e quantomeno metaforica ridisseminazione, le piante ci affascinano per il loro viaggiare intorno al globo. E, come in un corale romanzo d’appendice, l’inesauribile filone che si ispira a questi resoconti di viaggio si arricchisce di ulteriori puntate. In questo caso, con il racconto di dieci storie, per dieci piante e dieci predilezioni di botanici sul campo, messe in fila da Katia Astafieff, dell’orto botanico di Nancy, nel suo Le incredibili avventure delle piante viaggiatrici, prefazione di Francis Hallé, traduzione di Sara Prencipe, Addeditore, pp. 200, € 16,00.

Dalla vicenda principe della Camellia sinensis, sottratta in Cina per conto degli inglesi a opera del botanico spia Robert Fortune a metà dell’Ottocento sullo sfondo della guerra dell’oppio, per coltivarla in India e imporre così un nuovo ordine commerciale (dalle sue foglie si ottiene il tè), a quelle più eccentriche del rabarbaro dalle grandi, appariscenti foglie amate dal naturalista Simon Pallas, nonché della specie canadese del ben altrimenti noto, e apprezzato in tutto l’Oriente, gingseng. Dal caso del fiore più grande del mondo, la Rafflesia arnoldii a quello dell’albero più alto, la sequoia, “scoperta” in nord America dalloscozzese Archibald Menzies, e oggetto tra i primi di campagne d’opinione per la salvaguardia. Passando per piante in grado di segnare intere culture ed epoche, dal  tabacco alla Hevea, l’albero che piange e dal cui lattice si estrae la gomma naturale o caucciù.

E via così, in prospettiva inevitabilmente eurocentrica, con qualche ammiccamento e digressione di troppo. In una sorta di accelerata retrospettiva etnobotanica che di tante piante diverse, spesso venute da lontano (qui, prevalentemente dalle Americhe e dall’Oriente), ripercorre usi e apprezzamenti. Nei diversi contesti sociali, dai luoghi d’origine fino alle nostre latitudini, anche culturali, e ai nostri tempi.

Katia Astafieff, Le incredibili avventure delle piante viaggiatrici, prefazione di Francis Hallé, traduzione di Sara Prencipe, Addeditore, pp. 200, € 16,00,  recensito da Andrea Di Salvo su Alias della Domenica X, 45, Supplemento de Il Manifesto del 15 novembre 2020

L’Atlante del paesaggio di Michael Jacob

Facendo perno sul concetto chiave di paesaggio, irriducibile e polisemica definizione di campo che sotto il segno della dimensione estetica si costituisce attraverso il nostro lo sguardo (corporeo) come ritaglio di natura, e che assieme opera però praticamente a cavallo di ambiti e scale di intervento e all’intersezione di saperi, Michael Jakob, docente, saggista, curatore di mostre, torna a distillare le sue riflessioni su L’architettura del paesaggio (Silvana editoriale, Mendrisio Academy Press, pp. 48, € 10.00).

Procedendo a evidenziar paradossi su come il paesaggio s’imponga come esperienza per la sua qualità folgorante, tanto quanto incondivisibile (l’incomunicabilità evocata dalle figure di spalle delle tele di Caspar David Friedrich), su come il paesaggio sussuma a un tempo eventi mentali ed artefatti, sia reazione radicalmente individuale eppure quanto collettiva nei modelli culturali che la originano, Jakob introduce qui la proposta di un Atlante critico che descriva e interpreti le opere realizzate durante la, tutto sommato, breve vita della disciplina (almeno a farla partire dal paesaggista moderno Frederick Law Olmsted con il suo fondativo Central Park).

Per tappe infinite di riformulazioni e ritocchi, in un crescendo che – come il progetto (che pensa l’insieme in termini processuali) e l’insegnamento teorico – non arriva mai, la forma Atlante, proprio nella sua incompiutezza strutturale, consente di avanzare elaborando conoscenze per via di composizione critica di oggetti. In un corpus che, all’insegna della differenza piuttosto che non dell’identità, possa ibridare il modello produttivistico dell’architettura e le logiche ricettive di una trasversale prospettiva paesaggistica. Nella misura breve delle Quarantotto pagine che intitolano la collana, un catalogo ragionato necessario per dar conto di una storia non ancora scritta, di cui si lascia intravedere l’andamento nella ventina di progetti inanellati nelle immagini delle tavole a corredo.

Michael Jakob, L’architettura del paesaggio, Silvana editoriale, Mendrisio Academy Press, pp. 48, € 10.00,  recensito da Andrea Di Salvo su Alias della Domenica X, 44, Supplemento de Il Manifesto dell’8 novembre 2020

Un viaggio in Italia per parchi e giardini

Il parco della Reggia di Monza

Da pochi giorni disponibile sulla rete, Garden route Italia è un portale  dedicato a far conoscere e valorizzare l’esteso, multiforme, ma spesso misconosciuto e trascurato, patrimonio di giardini e parchi che campeggiano in così tante città e diversi territori della nostra penisola (all’indirizzo www.gardenrouteitalia.it).

Uno strumento di supporto a quel turismo legato ai giardini che ancora stenta.
Promosso dall’Associazione Parchi e Giardini d’Italia, con il convinto sostegno di Lorenza Bonaccorsi, sottosegretario per il turismo del MiBACT, il portale ospita (per ora) 200 giardini. Chiediamo ad Alberta Campitelli, a lungo direttrice e curatore dell’Ufficio ville e parchi storici del comune di Roma, docente e organizzatrice culturale, e qui in qualità di vicepresidente dell’Associazione Parchi e Giardini d’Italia, di illustrarci il senso dell’iniziativa e in particolare dei percorsi tematici che costituiscono l’orditura del progetto.

Spesso, quando si parla di giardini, l’idea va al patrimonio storico legato alle ville che ce li hanno consegnati. Con un’immagine che rischia di risultare statica, prevalentemente legata al passato. Sappiamo che ogni giardino nelle sue molte vite è anche continua reinvenzione che ci coinvolge tutti. Come si evidenzia, come vien suggerita questa “contemporaneità” dei giardini nel progetto Garden route Italia?

Gli itinerari comprendono ovviamente i grandi giardini del passato, esempi indiscussi di armonia tra arte e natura, ma includono anche giardini amatoriali recenti, frutto della passione di privati, che si sono confrontati con la nostra grande tradizione a volte in modo davvero stupefacente, e questi giardini sono in gran parte poco noti e tutti da scoprire. Inoltre si dà conto di un fenomeno che si sta sempre più diffondendo, l’inserimento dell’arte contemporanea nei giardini. È una nuova declinazione dello storico rapporto tra sculture e disegno del verde che ha già prodotto, nel nostro paese, più di cento casi e che affonda le sue radici negli anni Settanta, quando la contestazione dell’arte commercializzata ha indotto a esposizioni all’aperto, fuori dagli spazi considerati elitari dei musei, per essere liberamente fruibile da tutti.

Esempi di rilievo sono, in Toscana, il Parco di Celle che dispiega una collezione straordinaria di opere, e il Giardino dei Tarocchi con le surreali e fantastiche figure di Niki de Saint Phalle. Rivisitazione della natura è Arte Sella a Borgo Valsugana in Trentino, dove nel bosco appaiono opere che conferiscono al luogo un segno quasi magico. E ancora, le sculture “liquide” di Giuseppe Penone che hanno dato identità a un settore anonimo del parco sabaudo di Venaria Reale, mentre a Catanzaro, all’interno di un grande parco dedicato alla biodiversità, si snoda un percorso di sculture immaginifiche e policrome. Non mancano esempi di dialogo con luoghi di connotazione storica: nei giardini di Boboli ci si imbatte in opere di Mitoraj e di Nagasawa e in un’altra villa medicea, La Magia, Anne e Patrick Poirier hanno inserito le loro opere nel disegno cinquecentesco del giardino.

Nella scelta dei percorsi tematici individuati per collegare tra loro i giardini, quali criteri avete adottato? Mi sembra che i nessi prescelti oltrepassino spesso l’universo dei giardini nel senso stretto?

Il grande storico dei giardini dell’antichità, Pierre Grimal, sosteneva che la storia del giardini consente di leggere l’evoluzione di una civiltà. Il giardino riflette infatti, al pari delle vicende politiche, il pensiero, i gusti, il modo di vivere del periodo. Nella scelta dei nostri itinerari abbiamo cercato appunto di rendere l’idea della complessità dell’universo dei giardini in tutte le sue connessioni, individuando delle chiavi di lettura storiche, sociali e ambientali. Così si comprende come i giardini di collezioni siano legati alle grandi esplorazioni ottocentesche che hanno introdotto esemplari esotici, o come a Venezia il passaggio da un’economia di mare a una economia di terra, a seguito della scoperta dell’America e dello spostamento dei traffici marittimi, abbia originato il proliferare di tante ville, luoghi di diletto ma anche centri di produzione agricola. Esemplare è il caso dell’affermazione settecentesca della Massoneria che ha trovato espressione privilegiata proprio nei giardini, popolati da arredi che segnano il percorso verso la “conoscenza”, oppure la “colonizzazione” della Toscana da parte degli anglo americani, nei primi decenni del secolo scorso, che ha originato il revival dello stile cosiddetto all’italiana, producendo mirabili giardini che ricreano i paesaggi dei dipinti rinascimentali.

Importante è anche l’itinerario dedicato ai giardini al femminile, che delinea un percorso di committenti e ideatrici che, accanto a molte personalità straniere, presenta interessanti figure come Lavinia Taverna, che da una landa desolata, ha saputo trarre il meraviglioso Giardino della Landriana.

A fronte di un interesse per il verde e il paesaggio che sempre più pare diffondersi, permane spesso invece su questi temi una scarsa sensibilità e incultura a livello istituzionale. Latita la consapevolezza di un patrimonio vivo che merita e necessita di essere continuativamente ripensato e curato. In che modo Garden route assume questa premessa che può peraltro essere innesco di una relazione virtuosa nel segno di un equilibrato sviluppo?

Il progetto è inserito nel programma di APGI, che opera in convenzione con il MiBACT, e che prevede, oltre alla valorizzazione, la formazione di personale adeguato a garantire una manutenzione corretta. É questa la sfida odierna, indurre nelle istituzioni la necessaria consapevolezza per gestire con professionalità un patrimonio quanto mai importante ma particolarmente fragile e che deve essere “curato” con costanza e competenza. Proprio per questo motivo uno dei requisiti per l’inserimento di un giardino nel sito è il suo stato di conservazione, mirando ad avviare una competizione virtuosa, sollecitando l’intervento pubblico ma anche quello dei privati che dispongono di giardini in molti casi esemplari. Un attento monitoraggio, con modalità ancora da definire, prevede anche la concessione di una “certificazione di qualità”, sul modello di quanto già avviene in Francia, a giardini che presentano uno stato ottimale sia dal punto di vista della manutenzione sia dei servizi offerti al pubblico. Inoltre riteniamo che la conoscenza del valore e del fascino dei nostri giardini sia un elemento che può indurre nel pubblico comportamenti rispettosi e consapevoli, facilitandone così la conservazione.

PERCORSI
Oltre duecento siti già visitabili e decine di itinerari proposti attraverso il portale Garden route Italia

L’Italia come una sorta di grande giardino. E i suoi giardini, disseminati nella varietà di climi e geografie culturali che caratterizza la nostra penisola, chiamati a raccontarne le contrade, nella loro estrema varietà di orizzonti, architetture, panorami culturali, vocazioni produttive.

Tra paesaggio e artificio, genio e governo dei luoghi, è di fatto una sorta di Grand tour dell’Italia dei giardini quello che ci viene proposto con l’iniziativa del portale Garden route Italia.

Un progetto avviato, in accordo con il MiBACT, dall’Associazione Parchi e Giardini d’Italia con l’obiettivo di mettere in rete un’offerta spesso dispersa e rilanciare la fruizione culturale e turistica dei parchi e dei giardini italiani, facendoli conoscere, oltre la cerchia ristretta degli appassionati, ai circuiti del turismo, al grande pubblico, come alle comunità locali magari con l’offerta di attività connesse, di carattere formativo e ludico, che si protraggano lungo l’intero arco del succedersi delle stagioni.

Nel sito appena lanciato, www.gardenrouteitalia.it,  che ospita già 200 giardini e presto si arricchirà di altri contenuti e nuove sezioni, nonché di una versione in inglese, vengono proposti 30 itinerari tematici e topografici (locali, interregionali e nazionali), secondo una serie di percorsi di lettura di carattere storico, botanico, artistico e paesaggistico. Dai giardini belvedere a quelli al femminile, dalle topografie in controluce dei paesaggi del vino, ai giardini dell’arte contemporanea.

Requisiti di qualità per il rilascio di una certificazione d’eccellenza sono stati individuati per consentire ai giardini di rientrare nel progetto: rilevanza e rappresentatività sul piano storico-artistico e botanico, accessibilità e stato di conservazione, manutenzione, integrità del rapporto con il contesto paesaggistico e offerta di servizi. In una relazione stretta di sinergia tra valorizzazione del patrimonio e sviluppo integrato e armonico delle ragioni dei territori.

Andrea Di Salvo,  Il Manifesto, giovedì 5 novembre 2020, Culture, p. 11

Contaminazioni gesuite nel giardino cinese

Tra godibili digressioni erudite e complesse vicende di debiti e attribuzioni, ma con l’oriente sempre attento a cogliere e illustrare gli snodi rilevanti della non proprio risaputa storia delle relazioni tra giardino orientale e occidentale, tra Cina e Europa, muove la penna di un maestro come Luigi Zangheri conducendoci, da osservatori privilegiati, Nel Giardino cinese della Luminosità Perfetta (Yuan Ming Yuan), Olschki, pp. 234, € 38.00.

Facendo perno sul regno dell’imperatore Qianlong, che dal 1735 a fine secolo segna l’apogeo della dinastia Qing, e sulla sua figura di poeta e pittore, calligrafo e mecenate, accorto nell’uso politico della cultura e attento alla ricezione della sua immagine, raffinato collezionista e, oltre che stratega militare e protettore delle religioni tradizionali, costruttore di giardini e palazzi, Zangheri esplora la trama di scritti e testimonianze iconografiche sui giardini cinesi, pervenutici da parte delle poche figure europee attive in quella fase nel rarefatto sistema di relazioni con la Cina regolato dall’impervia etichetta di corte.

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