Gilles Clément. Giardini di resistenza

Postfazione di Andrea Di Salvo all’edizione italiana di Gilles Clément,
Piccola pedagogia dell’erba. Riflessioni sul Giardino Planetario a cura di Louisa Jones, pagg. 159, €15, DeriveApprodi, 2015
Piccola Pedagogia dell'erba Gilles Clémet
Gilles Clément. Giardini di resistenza per l’Alternativa (ambiente).

Fin dalla lettura del primo saggio di questa raccolta di testi del giardiniere Gilles Clément, intitolato a L’incolto addomesticato[1], formulazione d’avvio, nel lontano 1985, del suo pensiero “in movimento”, si incontrano espressioni e metafore, domande e giri di frase, immagini, spesso sul filo del paradosso, che diverranno poi, negli interventi e nelle sue molte opere successive, familiari di un lessico che efficacemente addensa significati nel senso di un’inedita, produttiva presa di consapevolezza del potere di invenzione della natura.

Nel precisarsi del pensiero di Clément, come per il suo giardino, v’è un frequente ritornare su alcune intuizioni – via via corrette e raffinate – tratte dalla pratica di osservazione e indagine delle relazioni del vivente, quindi di interrogazione e di proposta su come consapevolmente interagire con il suo inesausto modificarsi. Fino a distillare in comportamento alcuni elementi cardine di un rivoluzionario progetto di interazione etica con il nostro pianeta giardino.

Giardino in movimento (1991), Giardino planetario (1999), Terzo paesaggio (2004), i concetti-metafora per cui Clément è noto e variamente amato e contestato, spesso tirato per la giacca (che raramente indossa), sono gli elementi di prima grandezza di una costellazione di pensiero ormai dispiegata quando, a illustrarne la genealogia in divenire, esce in Francia nel 2006 questa selezione di scritti curata da Louisa Jones, intesa, come dice Clément nella Prefazione, a “raccontare l’evoluzione delle riflessioni che nutrono i miei progetti”[2].

Contraltare centrifugo della sintesi interpretativa (di quanto sopra) che – sempre nello stesso anno e sempre con la Jones – parallelamente esce in volume con il felice titolo di Un’ecologia umanista[3], questa raccolta individua, nella sua molteplice diversità di interventi brevi, pensati per sedi, tempi e con intenzioni volta a volta specifiche, indirizzi comuni nel verso proprio di quelle Riflessioni sul Giardino Planetario, come recita il sottotitolo nell’originale dell’edizione francese.

E proprio la molteplicità di approcci, temi, stili espressivi, nonché la ricchezza di fonti di ispirazione e riflessione che oltre quelle pagine preme, intercetta già in premessa e si proietta su certi sviluppi poi centrali nell’ecologia umanista di Clément per come si è andata consolidando negli anni a noi più vicini: l’urgenza di un pensiero alternativo, un progetto politico orientato all’ecologia; l’importanza, nella presa di consapevolezza che questo presuppone, di una pedagogia del sogno e del progetto di paesaggio; il ruolo giocato dall’arte, a un tempo strumento di trasmissione, occasione di uno sguardo innovativo, fin sovversivo, motore di pensiero originale, collaborativo, condiviso.

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Oggi, una mostra itinerante, Toujours la vie invente – Carte blanche à Gilles Clément, ne racconta il percorso professionale. Un’esposizione personale che prospetta una sorta di riepilogo in soggettiva: “La libertà che mi è stata consentita dandomi carta bianca mi offre la possibilità di far apparire le differenti faccette di quel che definisco mestiere di giardiniere attraverso la sua complessità tecnica, la mediazione e la componente pedagogica che implica, ma anche attraverso la sua dimensione concettuale e artistica in relazione con le preoccupazioni dei nostri tempi che vedono strettamente collegate ecologia, economia, società”[4]. Filmati e disegni, planimetrie, foto e pastelli, installazioni e schemi, ma anche oggetti personali, curiosità raccolte o fabbricate illustrano e mettono in scena sfide e progetti, realizzazioni e fonti di ispirazione, resoconti di viaggi e di incontri tra ecosistemi e culture diverse, riflessioni su esperienze di lavoro e nodi teorici, nonché su i tre concetti fondativi ripensati anche con la distanza che consente la loro messa a punto e sperimentazione nel tempo e in molti diversi contesti.

Formalizzata con i primi anni Novanta, la teorizzazione del Giardino in movimento nasce ben prima, da una lunga consuetudine di osservazione e sperimentazione nel suo giardino-laboratorio di La Vallée, nella Creuse, e dallo studio del ruolo che in esso giocano le erbe vagabonde[5].

Il Giardino in movimento si fonda su un’attenzione nuova per le energie del vivente. Restituito il centro della scena alla natura, l’uomo, il giardiniere, deve imparare, a leggerne le tracce, osservare nel trascorrere del tempo la dialettica delle energie dei luoghi, il nascere e diffondersi delle specie e degli esseri che li abitano. Per avvantaggiarsi dell’ordine biologico, deve assecondarne il movimento: massima manifestazione della vita. Procedere secondo il principio del “fare quanto più possibile con, e quanto meno possibile contro”.

Un principio sottoposto a verifica nel Parc André Citroën, dove “l’incolto parigino” viene però ancora confinato in un “margine”, a contrappunto dei giardini seriali. Un principio da estendere alla scala del Giardino Planetario. Altro concetto guida nel lessicopensiero di Clément che assimila ad un giardino – per definizione concluso – il nostro pianeta, ecologicamente determinato nei confini della sua biosfera[6].

 “Frammento irrisolto del Giardino Planetario”, il Terzo Paesaggio è ancora uno spaziodefinizione, frutto dell’osservazione sul campo (nel 2003 sul sito di Vassivière nel Limousin). Un paesaggio Terzo, somma degli spazi negletti, residuali o di transizione, dove l’uomo abdica alla natura, capace però di ospitare la vita e le specie estromesse dai paesaggi normati, quindi con vocazione d’asilo della diversità biologica. Qui, l’osservazione e lo studio dell’energia della vita che vi si ridispiega, introduce paradossalmente all’indicazione di un suo utilizzo come luogo “per il futuro”, riserva genetica del pianeta. Ad esempio, nel Parco Matisse, a Lille, Clément allestisce il Terzo Paesaggio quando lascia al centro dell’area una “foresta ideale” impraticabile, l’île Derborence[7].

Se, dunque, nel Terzo Paesaggio si osservano e misurano gli esiti dell’assenza di ogni intervento umano, nella logica del Giardino in movimento si procede, sempre per forza di levare, agendo il meno possibile, seguendo le istruzioni della natura, interpretando e utilizzando le energie dei luoghi.

E d’altro canto, ogni verifica sperimentale degli assunti di partenza del Giardino in movimento determina nel lavoro di Clément correzioni incrementali e nuove messe a punto. Così negli interventi successivi nel Parc André Citroën in dialogo con gli usi del pubblico come nella accresciuta responsabilità della “cura” dei giardinieri; così nell’affidamento alle piante madri dell’innesco della disseminazione sui ripidi pendii del parco ferroviario de La Fichelle a Losanna o nei programmi di “vegetalizzazione” di Lione, fino – ad attingere la dimensione Planetaria – al ruolo di expertise sulle potenzialità di riconversione di cave, peschiere e canali del Lago Tai in Cina o del giardino come “macchina biologica” di riqualificazione ambientale del Parc du Chemin de l’île sulle rive della Senna[8]; o alla valenza simbolica, nel suo essere cosmogonia di cosmogonie, del giardino senza aggettivi del Musée des Arts Premiers del Quai Branly[9].

E fino, ancora, alle realizzazioni più recenti, dal Parco Salvator a Marsiglia presso l’ospedale per adolescenti con problemi psichiatrici, a interventi specifici come i due giardini realizzati per l’edizione 2014 di Presqu’île en fleurs a Cherbourg: il Jardin Mandala, “giardino alla francese dei tempi moderni” e la Prairie en îles, giardino in movimento fatto di graminacee. E, ulteriormente, al recente Sesto continente, un giardino inaugurato nel luglio 2014, che nasce come contraltare simbolico della internazionalità del conflitto mondiale cui si riferisce e che fa della mescolanza di specie vegetali un’opportunità di vita e condivisione. Nello stagno adiacente l’Historial de la Grande Guerre di Péronne sono state ricavate due isole. Una maggiore, detta dei cinque continenti, raggiungibile tramite passerelle e segnata da cinque rilievi ospita specie di ogni provenienza; una seconda, minore, priva di vegetazione, viene detta isola della pace, o Sesto continente. La si raggiunge solo in barca ed è stata intenzionalmente lasciata spoglia, mentre i visitatori sono invitati via via a popolarla con piante originarie del loro paese di provenienza, a farsi parte dello sviluppo del giardino in un’evoluzione segnata da un approccio collaborativo che dovrebbe concludere un suo ciclo nel 2018.

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Tornando al momento dell’uscita dei volumi curati dalla Jones, occorre notare come la decisa reazione di Gilles Clément al risultato delle elezioni presidenziali francesi del maggio 2007, che vedono la vittoria di Nicolas Sarkozy, non abbia soltanto un valore narrativo di spartiacque. Come paesaggista affermato, rinunciare per anni alle commesse pubbliche di un sistema di cui, in quel momento, si stigmatizza che “abdica a ogni utopia e progetto di società e che si affida a un capitalismo non più produttivo ma puramente finanziario[10]” è un atto significativo di resistenza.

Il giardino di resistenza immaginato da Clément intende operare fuori dagli indirizzi e oltre i modelli imposti dalle logiche di mercato[11]. È un giardino che si fa spazio politico dove, impegnarsi a preservare ogni diversità impiegando al meglio le risorse esistenti, ingegnarsi a cogliere le potenzialità di nuovi ecosistemi residuali e variamente meticci sperimentando nuovi modi di partecipazione e di condivisione collettiva del bene comune, prefigura un più ampio spirito e metodo di intervento.

Giardini, dunque come luoghi di resistenza con l’auspicio di un incremento di consapevolezza, di un proliferare di iniziative che propositivamente costruisca micro soluzioni. Operando in parallelo, e quindi al di fuori, rispetto a una politica ufficiale che resta espressione degli interessi di un modello economico che non sa e non vuole smentirsi[12]. Giardini di resistenza che prospetticamente “permettono a una società o a degli individui di uscire dal sistema attuale e dai suoi valori dominanti … offrono [all’uomo] la possibilità di riflettere sul mondo e il vivente, di comprendere cosa è un ecosistema, cosa è un luogo e in che modo può abitarlo”[13].

E nel mentre che il discorso, dilatandosi nel gioco produttivo del continuo passaggio di scala tra giardino e pianeta, giardiniere e umanità, …, finisca poi per trasporsi alla scala del giardino planetario, Clément realizza i suoi personali giardini di resistenza.

Nell’ambito della Biennale internazionale d’arte contemporanea di Melle del 2007 allestisce un Jardin d’eau – Jardin d’orties. In un campo fitto di ortiche che attestano l’eutrofizzazione del suolo per eccesso di nitrati, la realizzazione di tre bacini d’acqua con piante filtranti illustra il lagunaggio e la possibilità di ristabilire naturalmente l’equilibrio biologico di un ambiente umido inquinato. Qui, nel Parc de la Maladrerie, al centro di una piattaforma attorniata dalle ortiche, spicca, fuori scala, un filtro-scultura in metallo. Un imbuto che serve davvero a preparare un macerato di ortiche utilizzato come attivatore delle difese delle piante. Per distribuirlo poi pubblicamente, palesemente contravvenendo a una legge del 2006 che vieta l’impiego e il commercio di prodotti non omologati (dalle multinazionali) e con ciò resistendo e stigmatizzando simbolicamente il processo di confisca di beni comuni (l’ortica!) indotto dall’improvvida logica che consente la brevettabilità del vivente[14]. Non è che un esempio.

Con la pubblicazione nel 2008 di Toujours la vie invente: réflexions d’un écologiste humaniste[15] e poi con il suo netto intervento nel numero della rivista Carnets du Paysage dedicato a Écologies à l’œuvre nel 2009, dove firma il testo programmatico L’Alternative ambiante[16], Clément addita l’opportunità di guardare il mondo altrimenti, di mettere a punto un nuovo paradigma. Prospetta la necessità di una preminenza della politica sull’economia.

Un progetto politico orientato dall’urgenza ecologica che consideri la natura un bene comune planetario, che sia teso a una “gestione accorta degli scambi di energia, delle forme di salvaguardia della biodiversità e delle economie ri localizzate, interdipendenti ma autonome, a immagine stessa degli ecosistemi naturali”.

Come già in passato, seppure non in esplicito, fin dalle considerazioni in Thomas et le voyageur, Clément tornerà più volte su questo nodo in interventi pubblici, dibattiti, interviste[17]. Dall’invito a considerare l’uomo come parte integrante di un sistema di relazioni, di un ecosistema nel quale riapprendere a muoversi, riconciliandosi con la natura per il tramite del giardino, fino ad affermare che “il fatto nuovo, nella storia della cultura occidentale è, ne sono convinto, l’avvento dell’ecologia. … una vera rivoluzione a livello di civiltà”[18].

Nel suo intervento-pamphlet, L’Alternative ambiante, Clément ritaglia i termini di questa terza via. Non si tratta di seguire i precetti dell’ecologia radicale, facile da ridicolizzare o condannare come impraticabile deriva estremista, e tantomeno di acquietarsi in quella versione normalizzata dell’ecologia mercificata dal green-business all’insegna dell’invenzione mistificatoria di un presunto sviluppo sostenibile[19].

A fronte di un’economia capitalistica sempre più sregolata, al neoliberismo della finanza che ignora i limiti delle risorse, a una vulgata che considera anche la natura privatizzabile, brevettabile, vendibile, contro il pensiero dominante che dispone del pianeta come fosse una risorsa da sfruttare illimitatamente, la consapevolezza sconcertante e rivoluzionaria della sua finitudine ristretta nei confini della biosfera, limitata nelle risorse e dove ogni elemento è connesso in una logica di condivisione e collaborazione confronta l’umanità a una responsabilità inedita, farsi garante dell’avvenire della vita sulla terra.

È questa consapevolezza  che, ripensando e rimodellando distanze nello spazio e nel tempo, crea una sorta di senso di appartenenza planetaria, induce una forma di solidarietà obbligata e impone con urgenza la pratica di resistenza de L’Alternative ambiante. Alternativa che comporta la rinuncia all’assunto cartesiano del dominio da parte dell’uomo sulla natura, rivedendone la posizione, non più al centro o al di sopra dell’universo, ma come sua parte, immerso nel sistema di relazioni che lo trama. Alternativa che presuppone una disponibilità al dialogo, ad accogliere e preservare la biodiversità in un graduale processo di riavvicinamento che, dice Clément, si fa per il tramite di una sempre maggiore acquisizione di conoscenze del mondo del vivente, tentando di colmare quell’enorme ignoranza (generalizzata, ma anche a livello di specialismi) dei meccanismi di funzionamento degli ambienti[20]. Un vero e proprio riposizionamento di gerarchie, priorità, valori[21]. Che necessita di una pedagogia che accresca la conoscenza per maturare consapevolezza. Fino all’istituzione di specifiche Écoles du Jardin planétaire, due, ad oggi, à Viry-Châtillon e sull’Isola di Réunion, che funzionano come università popolari, dove si insegni a conoscere le piante, il funzionamento degli ecosistemi … quel che il sistema scolastico nazionale non propone.

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Nel pensiero e nell’agire partecipato di Clément è evidente il rilievo e la centralità del ruolo del progetto pedagogico. Una pedagogia del progetto di paesaggio portata avanti da anni traducendo nell’insegnamento e nella divulgazione, in una multiforme pubblicistica di successo le sue sperimentazioni e le sue pratiche di realizzazione di giardini, sempre più “di resistenza”. Una pedagogia del progetto di paesaggio a tutto campo – premesso che “il giardino non si insegna. È lui l’insegnante” –, come ricorda nella presentazione della lezione inaugurale del suo corso 2011-12 presso la cattedra di Creazione artistica al Collège de France[22]: “La mia pratica professionale consiste in un’attività globale dove figurano la concezione e la realizzazione di paesaggi o giardini, la scrittura e la pubblicazione di testi legati a questa attività e la comunicazione ragionata di questa pratica. Quest’ultimo punto dà luogo a conferenze, esposizioni ma anche e soprattutto a una pedagogia del ‘progetto di paesaggio’ nel quadro dell’insegnamento, nello specifico, all’École Nationale Supérieure du Paysage di Versailles”[23].

Docente dalla fine degli anni 70 – con appunti critici sui metodi di insegnamento e distinguo che lo spingeranno a dare le dimissioni per poi rientrare anni dopo alle sue condizioni di linea e finendo per avere un posto da titolare soltanto nel 2000 –, Clément propone per il paesaggista a venire una didattica che privilegia in prima istanza un’immersione assoluta nei luoghi, a scatenare negli studenti una sorta di “incantamento realista”, rivendicando loro il diritto di sbagliare pur di non ripetere modelli noti. Una pedagogia che apre le porte al sogno, e che solo dopo questo esercizio, li vede chiamati a correggere il tiro, integrando nell’idea l’analisi dei dati oggettivi[24].

Una concezione dell’insegnamento legato alla pratica … del ricercare. Del porsi domande, magari modificando l’asse prospettico da cui si è soliti guardare le cose. Del trasmettere, ben oltre l’aula: che sia l’esperienza diretta delle sperimentazioni del vagabondare di piante e animali, le conoscenze della flora dei continenti desunte dai viaggi di studio e dal girovagare .. per biomi, le acquisizioni della dialettica attivata con soggetti e collettività nelle operazione partecipate o di tutto quanto emerge dalle interazioni innescate dalla sua inesausta attività di incontri, conferenze, workshop, esposizioni, divulgazione.

E quanto al ventaglio di mezzi praticati, in un’intervista recente del 2014, Clément ricorda di aver cominciato a scrivere per formulare correttamente – lui forgiatore di un lessico pensiero di espressioni e metafore quanto mai produttive – quanto voleva insegnare ai suoi studenti. Ben prima di diffondere a stampa le sue prime opere faceva circolare molte delle sue “constatazioni” in forma di dispense ciclostilate. Per ricorrere poi, quando sente di non poter render chiara altrimenti la sua idea di “una Terra antropizzata e sottomessa al rimescolamento planetario da considerarsi come un giardino”, a un saggio-romanzo in forma epistolare, con Thomas et le voyageur[25]. Fino a intercettare l’interesse di circa 400.000 visitatori in pochi mesi con l’Esposizione-passeggiata Le jardin planetaire, tenutasi a cavallo del 2000 a la Grande Halle de La Villette, a Parigi, dove interpella il grande pubblico con l’interlocutorio suggerimento del sottotitolo Ou comment réconcilier l’homme et la nature[26].

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Come è stato notato[27], le tappe essenziali del processo di sperimentazione e messa a punto teorica del lavoro di Clément trovano spesso trasposizione e sviluppo per il tramite di eventi espositivi. Ennesima conferma del sovrapporsi di mezzo e messaggio, dov’è peraltro sottile il crinale che unisce e separa utilizzo in regia dello strumento scenografico e divulgativo dell’esposizione e intervento diretto, partecipazione attiva in prima persona, “incursioni di Clément nel mondo delle arti figurative”[28].

È, tra altri, il caso di due mostre del 2007 che illustrano il concetto di Terzo Paesaggio dove, a contrappunto con la documentazione del lavoro di ricerca e formalizzazione che ruota attorno a questo tema, variamente si allestiscono in scena le occasioni di biodiversità racchiuse, non solo metaforicamente, nei giardini spontanei dei residui urbani esplorati presso le rispettive sedi espositive: che si tratti del Lustre, lampadario di gocce di resina che imprigiona pollini e rifiuti pronti al riciclo nell’esposizione di Montreal, Environnement: manières d’agir pour demain[29], o dell’effetto di raddoppio e proiezione sul paesaggio urbano oltre la parete vetrata del Centre Pompidou nell’installazione realizzata a ridosso della trasparente soglia esterna dell’edificio in occasione di Airs de Paris con oggetti e specie vegetali raccolte in un terreno abbandonato a Nanterre[30].

Come poi è il caso nel 2009 della serie di sei disegni proposti per la Biennale internazionale d’arte contemporanea di Melle, Être arbre-Être nature intitolati, a L’Homme symbiotique, un essere, dunque, assimilabile all’albero o all’erba nel suo saper “restituire all’ambiente l’energia che gli sottrae”[31]. Espressione icastica per un uomo in costante ricerca di equilibrio nel rapporto con la natura, capace di partecipare di quello scambio senza distruggere la diversità, idea prospettata in conclusione del testo L’Alternative ambiante, che difatti nell’edizione riproposta nel 2014 presso l’editore Sens & Tonka comprenderà questi disegni e il significativo paratesto integrativo di didascalie. Peraltro, i due ultimi disegni della serie, quelli dell’albero e dell’erba, verranno poi utilizzati, replicati su lastre calpestabili in cemento, nel Jardin Mandala realizzato nel 2010 nel Parco Arte Vivente a Torino[32].

Ma qui, rientrando in giardino, si rientra anche nello specifico del linguaggio espressivo di un Clément artista non certo della composizione del colore e della forma ornata, quanto di un bello intercettato e perseguito inserendosi nella dialettica delle energie del genio naturale, sintetizzato e ricompreso in un’estetica “di resistenza”.

La stessa ragion d’essere di un approccio “ecologista”, che nel progetto di paesaggio privilegia la dimensione biologica, comporta nell’artificio che comunque resta il giardino riflessi e interazioni di ordine estetico, oltreché sociale e culturale.

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Si tratta, a vario titolo, di interazioni di segno artistico, esiti estetici di una perseguita biodiversità in equilibrio, interventi che accompagnano e rendono visibili le invenzioni di quelle forme di “inedita cooperazione tra uomo e ambiente che uno sguardo attento all’estetica può anche arrivare a considerare come artificio, ma che la natura ha invece creato autonomamente o nell’intreccio casuale con l’esistenza umana”[33]. Quelle invenzioni recensite da Clément e raccontate nel suo più volte ampliato Traité succinct de l’art involontaire[34]. E, si tratta appunto, del loro utilizzo in gradazioni variamente miscelate[35].

Che sia la reinvenzione di una forma-paradigma come nel caso della Fontana d’erba del Giardino tropicale della Direzione regionale degli affari culturali di Réunion, nelle Antille francesi, scultura viva, orizzontale vibrare di bamboo nano in una vasca illuminata[36], o, come nel Giardino Lamarck o dell’evoluzione, a Valloires, l’illustrazione di concetti chiave dell’insegnamento dello scienziato prediletto, per il tramite di interventi-stanze. Qui, collegati da piante disposte dalle specie più arcaiche alle più recenti nella sistematica dell’evoluzione, i tre ambienti sintetizzano rispettivamente, con la stanza dell’erosione il concetto di idrologia; con quella degli esseri viventi la biologia; con la stanza delle nuvole – e le sculture di Miguel Georgieff –, la meteorologia[37].

O ancora, e tornando allo stesso 2007 spartiacque del giardino di resistenza delle ortiche, che sia come per il Belvedere dei licheni presso Saint-Mélany, nella Ardèche. Ibridazioni, ancora, tra intervento di indagine sugli effetti di ritorno di terzo paesaggio a fronte dell’abbandono agricolo, echi landartistici, casualità della minuziosa bellezza involontaria, in questo caso dei licheni sulle rocce[38]. Con il Belvedere dei licheni, nel quadro del programma artistico e di ricerca collettivo dell’opera che diventa il Sentier des Lauzes, Clément propone l’istallazione di un camminamento in legno che, conformandosi al territorio, conduce a un tempo il passo e lo sguardo disteso sul paesaggio cui appartiene e che attraversa e, più da presso, su piattaforme dove incise nella lamiera si possono leggere i nomi delle contermini specie presenti. Licheni, perlopiù, specifici di questo ecosistema, che ne rivelano la diversità botanica “valorizzandola come territorio del futuro biologico (Terzo paesaggio)”.

Su quanto stia dietro questo trascorrere in gradazioni di interventi e invenzioni, su questa tensione conoscitiva tra arte, paesaggio e biodiversità, Clément si sofferma ancora nel 2009 in un suo testo conversazione con Gilles Tiberghien[39]. Contribuendo a evidenziare come, se certo nella sua ispirazione, nella sua etica non sia prioritario l’assumere, il riferirsi, classicamente, a un paradigma estetico, comunque una dimensione, una componente artistica è imprescindibile e implicita nel lavoro del paesaggista. Per quanto nella forma indeterminata di una sua condivisione “autoriale”: della firma partecipata con molti diversi altri attori (per la specifica professione di facilitatore di incontri, di punti di vista e competenze propria del paesaggista), con la natura, con il tempo che tutto rimette in circolo[40] .

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Più volte, l’invito di Clément è a “lasciar venire l’invenzione… Accompagnare l’evoluzione”. In giardino come sul pianeta, c’è l’opportunità – la necessità – di traguardare responsabilmente l’illusione di un ordine, di una forma che controlla e struttura l’ignoto, accettando la mescolanza, il meticciato, verso un ordine dinamico (il disordine naturale) che – se letto con sguardo straniato[41] – porta con sé la bellezza dell’imprevisto, l’involontario, l’inedito.

Giardiniere anomalo, capace di osservare con identico stupore e raccontarci l’incrocio di vita che si dispiega in un metro quadro del suo giardino sperimentale, come nei paesaggi disegnati in cielo[42], Clément ha viaggiato dal giardino alla politica in un lungo lavorìo dove i suoi diversi saperi di ingegnere agronomo, botanico, paesaggista, entomologo si fondono in una pratica che amministra l’indagine e la riflessione divenuta pensiero attivo assieme all’attività progettuale di paesaggista e alla prassi feconda della divulgazione.

La mostra del 2014 Toujours la vie invente – Carte blanche à Gilles Clément, con l’allestimento della Camera delle letture e del Gabinetto delle curiosità, i taccuini di viaggio e le raccolte di oggetti di Clément, ci introduce oltre la soglia del suo universo più intimo.

Lo stesso, avviene nel volume dove Clément ripercorre, nel 2009, la vicenda della costruzione con le proprie mani della sua “casa da giardiniere”, in quella Valle delle farfalle, per antonomasia poi La Vallée, dove giovane esploratore delle meraviglie di fogliami, insetti, fiori, aveva incontrato la propria passione di naturalista solitario. Costruzione in parallelo con il dispiegarsi della sua continua, personale ricerca, tra osservazione e sperimentazione in giardino, pensiero ecologista ante litteram e pratica politica anticipatrice di modelli alternativi allo sviluppo unidirezionale. E poi, la sua esigenza di viaggiare (in quel caso, completata dopo anni la casa, per un giro del mondo di quasi due anni) perché “solo il viaggio apre le porte di una casa di cui si credeva di avere le chiavi”; il suo rapporto con il padre[43]

Ora, una biografia della giornalista Frédérique Basset su Clément, esito di un soggiorno a La Vallée e di un lavoro di cucitura di conversazioni e di analisi dei suoi testi, ci consegna anch’essa una vista su una dimensione interiore, privata, fin qui leggibile piuttosto in filigrana[44].

Nel complesso, un pensiero e un agire che proprio per la mutua interrelazione, per il loro farsi partito preso ma con un incedere sempre in movimento, hanno costituito uno spartiacque difficile da ignorare nella riflessione sul ruolo del giardino di oggi. E ancor più di quello di domani. L’invito provocatorio a pensare un giardino per come sarà nel suo divenire da qui a qualche decennio dice dello sforzo immaginativo di tale pedagogia[45].

Chiamato a proteggere la vita nei nostri futuri giardini “reliquiari”, provoca Clément, il giardiniere nutrito di sensibilità e sapere ecologico, con il passo attento al tempo della durata, per farsi interprete del linguaggio delle invenzioni della natura, dovrà far leva sul suo profilo di artista[46].


[1] Gilles  Clément, La friche apprivoisée, in Urbanisme, 209, settembre 1985, pp. 91-95.

[2] Per il criterio di selezione dei testi e la loro ripartizione in tre blocchi, si veda l’Introduzione della Jones.

[3] Gilles  Clément, Louisa Jones, Une écologie humaniste, Paris Aubanel, 2006.

[4] Ideata nel 2013, Toujours la vie invente – Carte blanche à Gilles Clément, 30 settembre-25 ottobre 2014, significativamente approda con l’avvio dell’anno accademico presso Ecole Nationale Supérieure d’Architecture Paris-Val de Seine. Cfr. www.paris-valdeseine.archi.fr/actu/clement.php

Toujours la vie invente è già la prima parte del titolo di una precedente pubblicazione di Clément (éd. de l’Aube, 2008).

[5] Cfr. Gilles Clément, Il giardino in movimento. Da La Vallée al giardino planetario, Macerata Quodlibet, 2011, ed. or. Paris Sens & Tonka 1991, con varie edizioni; Gilles Clément, Elogio delle vagabonde. Erbe, arbusti e fiori alla conquista del mondo, Roma DeriveApprodi, 2010, ristampato nel 2012, ed. or. Paris Nil éditions, 2002. Nella ricerca di Clément è fondamentale la funzione attribuita alle vagabonde. Specie nomadi che con la loro tendenza a ridisseminarsi vagano di luogo in luogo, viaggiando tra le stagioni per il tramite delle generazioni. Riluttanti ad ogni forma predeterminata, paradossalmente esse evidenziano il “valore progettuale dell’imprevisto”.

[6] Anticipata nel romanzo epistolare Thomas et le voyageur: esquisse du jardin planétaire, Paris Albin Michel, 1997, l’idea viene poi illustrata al grande pubblico con l’esposizione per il 2000 alla Grande Halle de La Villette, a Parigi.

[7] A sette metri di altezza rispetto al piano del parco, in questo settore cui è vietato l’accesso, viene riconsegnata alla natura la possibilità di fare il suo corso, derivandone una sorta di “matrice e indicatore per una gestione nella più grande economia possibile degli otto ettari di parco pubblico“.

http://www.gillesclement.com/cat-tierspaysage-tit-le-Tiers-Paysage

[8] Gilles Clément, Il giardino in movimento, cit., passim e Andrea Di Salvo, Lo sguardo “frazionato” di Gilles Clément, in Alias – Supplemento de Il Manifesto del 9 agosto 2011, disponibile all’indirizzo http://viride.blog.tiscali.it

[9] Per un’analisi semiotica della ricerca di Clément, in particolare sul giardino del museo, cfr. Isabella Pezzini, “Il Giardino Planetario e i limiti della biosfera. Osservazioni semiotiche sull’opera di Gilles Clément”, in G. Marrone, a cura, Semiotica della natura (natura della semiotica), Milano-Udine Mimesis, pp. 137-146, 2012. Ripreso e ampliato in Paris, Quai Branly. Le dialogue des natures et des cultures, in Actes sémiotiques, 118, 2015.

[10] Cfr. il Comunicato che inizia: “Par son vote du 6 mai 2007 la France a choisi le projet qui nous engage tous dans la mécanique de destruction de la planète”: http://www.gillesclement.com/cat-communique-tit-Communiques

[12] Lorène Lavocat, Gilles Clément: Jardiner c’est résister, intervista a Gilles Clément, su Reporterre, aprile 2014: “Oui, c’est l’accroissement de la conscience et de la connaissance. C’est très positif. La multiplication de ces initiatives, apparemment minuscules, permet la construction d’un futur plutôt que l’expression d’une inquiétude. Ça installe une structure, une économie, une pensée complètement différentes de celles qui dirigent le monde aujourd’hui. Les monnaies alternatives, les productions locales… La politique officielle est impuissante car elle est prisonnière des lobbys. Puisqu’on ne veut pas changer de modèle économique, tout ça ne sert à rien. Tout ce qui sert, c’est ce qu’on fait en dehors du système. Ceux qui disent ‘cette gouvernance on n’en veut pas’ et qui construisent en dehors ont raison. Il faut construire en parallèle. S’attaquer au système, c’est la révolution, et c’est dangereux, ça peut être violent“: http://www.reporterre.net/Gilles-Clement-Jardiner-c-est

[13] Jardins de résistance, Entretien avec Gilles Clément, in Jardins, Revue fondée par Marco Martella, n 1, 2010, Paris Édition du Sandre, pp. 55-64, p. 63.

[15] Gilles Clément, Toujours la vie invente: réflexions d’un écologiste humaniste, La Tour-d’Aigues, Vaucluse Ed. de l’Aube, 2008.

[16] Gilles Clément, L’Alternative ambiante, in Carnets du Paysage, 2009, Ècologies à l’œuvre. Poi, Paris Sens & Tonka, 2014. Il testo è anche disponibile sul sito di Clément.

[17] Si confronti anche Gilles Clément, Écologie et politique. Pour Jean-Laurent Felizia, Parigi, gennaio 2011, da cui è tratto il virgolettato della frase precedente. http://www.gillesclement.com/index.php?action=cherche&incat=lhommesymbiotique

[18] Jardins de résistance, Entretien avec Gilles Clément, cit., p. 61.

[19] L’ecologia umanista di Clément viaggia a suo modo oltre l’opposizione natura-cultura, peraltro superata sul filo della più avvertita critica antropologica e stigmatizzata nella sua vulgata mediatizzata dall’analisi semiotica (rispettivamente, al riguardo Philippe Descola, autore di Par-delà nature et culture, Paris Gallimard, 2005, del quale in italiano si può leggere L’ecologia degli altri. L’antropologia e la questione della natura, Linaria Roma, 2013, e che chiamerà Clément al Collège de France, e Gianfranco Marrone, Addio alla Natura, Torino Einaudi, 2011).

[20] Gilles Clément, Écologie et politique. Pour Jean-Laurent Felizia, cit.

[21] Gilles Clément, L’Alternative ambiante, cit. dal sito: “Telle est l’hypothèse du glissement d’intérêt de notre société …“.

[22] Gilles Clément, Giardino, paesaggio e genio naturale, Macerata Quodlibet, 2013, pp. 65, 2013, ed. or., Paris Collège de France Fayard, 2012. Le lezioni del corso si possono seguire nei filmati disponibili sul sito del Collège de France.

[23] Gilles Clément, Giardino, paesaggio e genio naturale, cit., http://www.gillesclement.com/cat-collegefrance-tit-College-de-France

[24] Il termine sogno ricorre spesso nel lessico di Clément. Cfr. Gilles Clément, Rêver le paysage, se soucier du vivant: pour une recherche-fiction. ENSP, une école de projet, pubblicato il 24-12-12009 su Projets de Paysage

http://www.projetsdepaysage.fr/editpdf.php?texte=549

[26] Con le scenografie di Raymond Sarti, l’esposizione è articolata in due sezioni. Nel Giardino delle conoscenze il visitatore percorre in parallelo la storia “naturale” e la storia “culturale” della natura seguendo tre grandi tappe: diversità, mescolamento (brassage), assemblaggio delle specie, degli uomini e delle culture; nel Giardino delle Esperienze trova invece delle proposte, sorta di istruzioni per l’uso del Giardino Planetario articolate in otto grandi gesti. Cfr. in questo volume, il testo di bilancio dove Clément si pone il problema di che fare ancora dei materiali della mostra dopo la chiusura della sessione parigina.

[27] Gaia Bindi, Sognare il mondo. Gilles Clément e l’arte, in Parco Park Parc. Arte e territori di resilienza urbana, a cura di C. Cravero, Torino Eventi&Progetti, 2010, Quaderni annuali del parco sperimentale di arte contemporanea, Parco Arte Vivente, Torino, pp. 64-71, dove l’autrice analizza l’opera di  Clément nel contesto del dibattito su specificità e sovrapposizioni tra estetica del giardino e arte ambientale.

[28] Gaia Bindi, Sognare il mondo, cit., p. 66.

[29] Environ(ne)ment: manières d’agir pour demain, Montreal, Centre Canadien d’Architecture, 18 ottobre 2006 – 10 giugno 2007, installazioni di Gilles Clément e di Philippe Rahm, a cura di Giovanna Borasi, CCA/Skira, 2006, cfr. Le lustre, pp. 102−113 citato in Matthew Gandy, Starting Points: Gilles Clément and the Recuperation of Space, in New Geographies 1 (2009), 110-19, p. 112.

[30] Airs de Paris, Centre Pompidou, Parigi, 25 aprile – 15 agosto 2007.

Cfr. http://mediation.centrepompidou.fr/education/ressources/ENS-airsdeparis/ENS-airsdeparis.html

[31] Gilles Clément, L’Homme symbiotique, Biennale internazionale d’arte contemporanea di Melle, 27 giugno – 30 agosto 2009. Être arbre Être nature, cfr. http://www.biennale-melle.fr/Programme-Melle.pdf

[32] Parco Arte Vivente, Centro sperimentale d’arte contemporanea http://www.parcoartevivente.it/pav/index.php?lingua_sito=1

[33] Gaia Bindi, Sognare il mondo, cit., p. 64.

[34] Gilles Clément Traité succinct de l’art involontaire, Paris Sens & Tonka, 1997, nuova edizione ampliata 2014.

[35] Del dibattito su quanto e come si incrocino approccio ecologico e considerazioni estetiche, cfr. Danielle Dagenais, The Garden of Movement: Ecological Rhetoric in Support of Gardening Practice, in Studies in the History of Gardens and Designed Landscapes, 24-4, 2004, pp. 313−340 e poi Louisa Jones, Gilles Clément Revisited: Biology, Art and Ecology: A Reply to Danielle Dagenais, in Studies in the History of Gardens and Designed Landscapes, 26-3, 2006, pp. 249−252.

[36] Giardino tropicale DRAC, Réunion2003-2004, Gilles Clément, Nove giardini planetari, a curadi Alessandro Rocca, Milano 22publishing, 2007, pp. 150-159.

[37] Jardins Lamarck o dell’evoluzione, nei pressi dell’abbazia di Valloires – 2003-2004 (abbazia oggetto di un precedente intervento di  Clément nel 1987-89), cfr. Gilles Clément, Nove giardini planetari, cit., pp. 148-149.

[38] Belvédère des Lichens sul Sentier des Lauzes, Comune di Saint Mélany, Ardèche, 2007.

Cfr. http://www.surlesentierdeslauzes.fr/parcours/parcours.html Anche in questa operazione, fanno parte dell’opera testi e disegni che raccontano la ricognizione e la riflessione sul territorio condotte da Clément: Gilles Clément, Belvédère des lichens, Jean Pierre Huguet éditeur/Parc Naturel des Monts d’Ardèche, St Julien Molin Molette, pp. 44.

[39] Gilles Clément, Dans la Vallée. Biodiversité, art, paysage, Entretiens avec Gilles A. Tiberghien, Paris Bayard, 2009.

[40] Dedicato all’oggetto-tempo è il paragrafo conclusivo di Gilles Clément, Giardino, paesaggio e genio naturale, cit., pp.52-58 .

[41] Come lo sguardo straniato suggerito dall’Uomo simbiotico o dall’Hieracium pilosella, l’erba medicinale che da La Vallée per il tramite di Clément ci detta il punto di vista del mondo vegetale, indirizzandolo a noi “animali” con tanti saluti e formula di cortesia “Recevez l’expression de ma considération végétale”. Cfr. Vous, animaux, in Les carnets du paysage, 26, 2014.

[42] Gilles Clément, Nuvole, Roma Derive Approdi, 2011, ed. or. Paris Bayard, 2005.

[43] Gilles Clément, Ho costruito una casa da giardiniere, Macerata Quodlibet, 2014, ed. or., Paris Nil éditions, 2009.

[44] Frédérique Basset, Les quatre saisons de Gilles Clément. Biographie, Paris Éditions Rue de l’échiquier, 2014, pp.180.

[45] Gilles Clément, Giardino, paesaggio e genio naturale, cit., e Andrea Di Salvo, Il genio naturale di Gilles Clément, Alias della Domenica III, 24, Supplemento de Il Manifesto del 16 giugno 2013, disponibile all’indirizzo http://viride.blog.tiscali.it

[46] Gilles Clément, Breve storia del giardino, Macerata Quodlibet, 2011, pp. 129, ed. or. Paris Béhar, 2011.

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