Presentazione di Tornare al giardino di Marco Martella –Aula magna Facoltà di Architettura, Piazza Borghese 9 Roma, 28 aprile 2016

Tornare al giardino, il libro di Marco Martella è un libro poetico, nel senso che però riflette e si pone su un terreno che è quello dell’agire poetico, la poiesis (distinta dalla poesia come l’esser filosofi è diverso dal vivere filosoficamente).
E se, secondo l’affermazione di un poeta, Mario Luzi, un titolo è quasi sempre un mantra, qualcosa di misterioso che viene da molto lontano, Tornare al giardino si riconnette con Il giardino perduto (titolo originale del trattato-manifesto di Jorn de Precy – sempre alias Marco Martella[1].

È un giardino smarrito piuttosto che perduto. Perché anche se in exergo Penone dice che il bello di perdersi nel labirinto dei giardini è non ritrovarsi, il libro di Martella sembrerebbe invece se non una mappa dove trovare riferimenti precisi per orientarsi, una metodologia in miniatura per farsi cartografi del proprio ritrovarsi.

Se, come vedremo …Il giardino è il luogo del ritorno; nella scansione dei tre capitoli che strutturano il volume: Luogo/natura morta/giardino, prima di tutto occorre comprendere il rilievo dei luoghi, saperli riconoscere, soffermarcisi

Userò espressioni di Marco
Martella ci dice che il luogo è quella di sorta scarto dall’ordinario, di mondo a sé, che si determina come discontinuità nell’uniforme fondale della modernità, nelle scenografie dei non luoghi: spazi concepiti a tavolino che quantitativamente, per ogni dove uguali, funzionano orientati da presunti bisogni materiali.

Luoghi sono invece eccezioni, che risultano spesso da un inciampo, un abbandono, una dimenticanza, frutto di un caso che si determina nelle pieghe, nelle periferie, oltre il tempo ordinario, sempre in equilibrio precario e continuamente a rischio di sparizione.
Che si caricano di senso (anche se solo intuito) perché esito di stratificazioni del tempo e, per il solo fatto di esistere, assumono valenza di atto sovversivo.

I luoghi sono attivatori di appartenenza perché capaci di evocare quell’immanente presenza del divino nella natura; di intima connessione con quel sentimento del sacro la cui aura permane e permea i luoghi rendendoli tali, luoghi dove l’incontro ci trasforma, illuminandoci in un legame di profonda identificazione.

Ecco allora che il Giardino, microcosmo che escludendo/accoglie quanto c’è di meglio (la citazione di Martella e da Clément), è quindi il luogo cui tornare, luogo del ricongiungimento.

Che per Marco si fa ponte di un’appartenenza con una natura non ancora desacralizzata
Dove ritrovare in un sentire primigeneo che è fondamentalmente poetico il nostro stupore di fanciulli il turbamento di innamorati.
Un luogo che ci proietta nel Tempo multiverso della metamorfosi.
È l’occasione (spaziotempo in atto) dove siamo confrontati a tempi diversi da quelli che possiamo cogliere con i sensi che ci sono dati (per quel che si son perfezionati a fare): il tempo infinitamente “lento con moto” del crescere (specialmente vegetale) percepito solo se accelerato dalla foto sequenza che tanto assomiglia al linguaggio dei sogni) e quello che ci sovrasta in termini di generazioni (dimensione nella quale sempre meno siamo portati a ragionare: testimonianza più evidente della perdita etica di ogni senso di responsabilità): quante generazioni hanno visto magari già così come la vediamo noi oggi, la quercia nell’aia; quante ne ha viste lei, la quercia o quale sprofondo temporale richiama la sezione della sequoia che ci accoglie al Museo di storia naturale di Londra.

È un senso di appartenenza che sta nello sguardo: come (sempre in exergo) suggerisce il climax letterario del poeta della cosiddetta ecologia profonda Gary Snyder:
Ciò che è per noi
il dolce canto autunnale dei grilli
è ciò che noi siamo per gli alberi
ed è ciò che essi sono
per i sassi e le colline.

Un senso di appartenenza che è necessariamente anche separatezza: che sempre oscilla e si dibatte tra

  • La consapevolezza di essere parte di un qualcosa che ci trascende
  • La coscienza del fatto che possiamo darci conto di questa appartenenza, inevitabilmente soltanto a partire da noi, dalla nostra soggettività. Dai nostri sensi, dal linguaggio. Diverso si vedrà è il caso dell’abitare

Obbligati a mediare questa contraddizione ci affidiamo volta a volta

  • alla scienza (non più quella newtoniana, ma della fisica quantistica che ci insegna a pensare alla realtà non in termini di cose ma di relazioni)[2] e alle più recenti analisi scientifiche che indagano le forme di sensibilità e intelligenza vegetale[3].
  • al pensiero mitico o alla religione (ritagliando l’intermondo del sacro)
  • alla fantasia dell’immedesimazione:  proiezione antropomorfica
           • Autobiografia di un albero, di Didier van Cauwelaert[4]
           • Argo e il suo padrone, per forza di straniamento, da Italo Svevo
    • Fino all’efficacia del ribaltamento di prospettiva della Fattoria degli animali
  • come suggerisce il conservazionista proto-ecologista Aldo Leopold, pensare come una montagna: pensare la complessità delle relazioni, dove la montagna sa che senza il lupo, il cervo sgretolerà le sue pendici
  • alla poesia che più sinteticamente di altri fa ciò, magari per via di ribaltamento di prospettiva[5]

Più in generale, è importante evidenziare come, una volta ormai acquisito quanto la polarità natura/cultura (Descolà) sia interamente culturalmente connotata (prenda cioè forma diversa nei diversi contesti), occorre – piuttosto che ricercare nostalgiche ricomposizioni che non ci corrisponderebbero comunque – oggi cercare una nuova consapevolezza antropologica delle forme dei nostri rapporti con la natura e quindi con noi stessi e i nostri desideri e bisogni

Anche riattivando un dialogo, … tramite il giardino.

Nel nuovo volume di Marco Martella , come già in tutte le sue riflessioni, che spaziano dall’invenzione letteraria, alla cucina scientifica della rivista Jardins giunta al 6 numero con titoli monografici come genius loci, re-incanto, tempo, ombra, cura, nel senso di prendersi cura, la soglia, fino, appunto alla trattatistica che non si vuol tale del nostro volume di oggi, c’è un procedere del pensiero, come in una sorta di mandala che ci avvolge per cerchi concentrici ricorrenti.

Per cerchi con vizio centrifugo: come il “cerchio felice” di betulle[6] con tappeto di minuscoli ciclamini (veri) della scabra Islanda dell’adolescente De Precy: dove avviene la rivelazione di un’appartenenza ancestrale (il sentirsi come in un ventre materno planetario) e di un penetrare in sé di un sentimento: quello del giardino edenico di cui tutti gli altri sono copia e eco.

Quel cerchio del giardino, lontano dal mondo, retto da quest’altro tempo senza tempo, [dove] il genius loci, che credevamo perduto in un passato distante o nel regno ingenuo e nebbioso della favola, riappare.

È un procedere per continue domande (dove il punto interrogativo è lì anche quando si afferma: “Che importa se questo senso resta spesso inafferrabile?”.
Un procedere per paradossi, per ossimori: 1) le epifanie che lasciano più domande che certezze; sono interrogativi che radicano… per qualche istante; 2) Jorn de Précy, lavora tutti i giorni con l’invisibile. Senza accorgersene quindi, come un ribelle inconsapevole di esserlo, trasgredisce; 3) Assaporo, in gioia e in tristezza, quest’istante sospeso che si prolunga[7].
Un procedere che rincorre e incalza il nodo di questa Appartenenza perduta.

E così Martella ci dice che l’unica risposta possibile alla questione posta dall’ecologia, su come riconsiderare il nostro posto nel cosmo, sarebbe recuperare quella capacità di abitare poeticamente la Terra di cui parla Friedrich Hölderlin, capacità che abbiamo perduta pensando di farcene «padroni e possessori».

A questo punto ci sono due possibili esiti che però credo convergano.
Il primo, pur con la premessa che Martella/de Precy pratica come si è visto con delicatezza anche la provocazione (dice: che le sue argomentazioni sono faziose e radicali, mancanti di obiettività, che non gli interessa l’obiettività e il distacco critico), e così esclude l’ideologia e la rivoluzione, ma anche, sembrerebbe di capire, la politica.
Cito (p. 48): Ecco il messaggio che il giardino ha per noi oggi: un’utopia può materializzarsi, diventare spazio reale e realmente abitabile. Di modo che se avverrà davvero un cambiamento nel corso della storia, forse non sarà a causa di una rivoluzione e tanto meno di un’ideologia, ma di qualche giardino in cui innocui giardinieri coltivano le loro rose e il loro modesto orto, pensando ad altri. … Proprio come quella della poesia, la voce del giardino è quasi impercettibile nel rumore di fondo del mondo. Eppure per intenderla [la voce della poesia] basta varcare il cancello di un giardino, anche il più semplice e il più povero, avventurarsi lungo i suoi sentieri, rischiare di perdersi seguendo gli echi dei geni che lo abitano.
E quando ciò accade non resta che sedersi e ascoltare.

È un invito a farsi “custode dell’eco” nel verso del poeta di Palestina Mahmud Darwish …… o a proseguire nella consapevolezza della perdita come Samuel, il giardiniere cui De Precy raccomanda il giardino di Greystone.

Il secondo esito si ricollega invece alla precedente citazione di De precy, quando  dopo aver assaporato in gioia e in tristezza, quest’istante sospeso che si prolunga, quest’altro tempo che non so, che non è né passato né futuro, né presente, che forse è solo il luogo in cui accadono le cose” 45 (la metamorfosi)
conclude:
Poi mi asciugo la fronte e ricomincio a lavorare.

Il che ci riporta – dopo aver accettato il rischio di “perderci” – a riprendere “l’abitare poeticamente“ del  verso di Hölderlin.
Versi, che sono in realtà due: “poeticamente abita l’uomo su questa terra” è infatti  preceduto da “pieno di merito e tuttavia – poeticamente abita l’uomo su questa terra”.

Questo distico hölderliniano, contiene quindi anche una opposizione tra “abitare poetico” e “merito”.
C’è un’avversativa tra il “pieno di merito” e “tuttavia poeticamente abita l’uomo”.
Ci sono vari livelli di interpretazione che fanno riferimento all’esperienza estetica (Vattimo via Heidegger).

D’altro canto è lo stesso Martella a precisare:
“E cosa vuol dire abitare poeticamente se non rispondere con creatività alla creatività costante della vita; accettare il mistero dell’esistenza non come limite ma come apertura, come promessa; riscoprire il nostro appartenere al mondo, al visibile e all’invisibile, e il nostro essere radicati nel suolo, anche se con la testa tra le nuvole, non molto diversamente dagli alberi”.

Non so quanto qui siamo distanti o meno da proposte affatto politiche come l’Alternativa ambiente di Clément[8] o dal suggerimento di chi vede nel propagarsi dell’esercizio diffuso di giardinaggio la possibilità di trasporre dall’individuo alla collettività un’attenzione che guardi all’ambiente … dei luoghi.

O magari, e siamo lì, se non stiamo già guardando le cose da quel minuscolo giardino del cortile tra altissimi muri di Odile intravisto a Graz da Teodor Cerić (sempre alias Martella)[9] nel suo percorso iniziatico tra i giardini in permanente tempo di guerra: giardino che proprio in città sembrerebbe voler salvare la modernità riconciliandola con la natura.

Tra agire meritevole e il sedersi e ascoltare, magari capaci di vera poetica ricezione.
A me interessa sottolineare la dialettica. Entrambi mobilitano il bravo giardiniere

E anche se non sono forse più i tempi  –  con i terribili, notissimi versi di Brecht – nei quali:
     discorrere d’alberi è quasi un delitto,
     perché su troppe stragi comporta silenzio![10]

Sedersi soltanto ad ascoltare in silenzio non è l’attitudine dei poeti che preferisco né – credo – il modo di guardare al mondo dei giardinieri che ci racconta Martella.

Grazie e grazie a Marco per averci portato questo bel libro e per il suo stimolante lavoro.

 

 


[1] Non, come tradotto in italiano, E il giardino creò l’uomo.

[2] Un paradigma che nella comprensione del mondo, va sostituendo quello newtoniano: fondato sulle cose, sulla datità, se così si può dire, delle cose: il paradigma di un “relazionalismo” profondo fra le cose. Secondo la fisica teorica dobbiamo imparare a pensare alla realtà non in termini di cose ma di relazioni.

[3] Cfr. Stefano Mancuso e Alessandra Viola, Verde brillante, Giunti 2013.

[4] Cfr. l’autobiografia di un albero nel romanzo di Didier van Cauwelaert , Le Journal intime d’un arbre, Michel Lafon, 2016

[5] Cfr. Jacques Prévert, Alberi, incisioni originali di Georges Ribemont-Dessaignes, testo originale a fronte, Guanda 2010.  Prévert costruisce un albero di parole, dando la parola agli alberi stessi. E la lingua degli alberi è lingua primordiale, gergo più antico di quello degli uomini, chiaro ai bambini che, divenendo adulti, non sanno però più intenderlo: gli alberi parlano albero/come i bambini parlano bambino (e non a caso, è ai bambini che Munari – come un grimaldello per intendere la vita – insegnava a Disegnare un albero). Crescendo, il bimbo parla arboricoltura …/ più non intende la voce degli alberi. E allora, direttamente, parla nei versi una cosmogonia arborescente che richiama un tempo remoto, dove gli alberi … erano persone come noi// ma più solidi/ più felici/ più innamorati forse/ più saggi // tutto qui. La comunanza tra alberi, animali, uomini procede in un’analogia di rispettive cicatrici: graffiti come tatuaggi, vivaisti come vivisettori, potatori come chirurghi estetici … Ma Prévert denuncia come l’uomo prepotente abbia passato il segno e il regno vegetale si sia rivoltato. Lo apprendiamo da un frammento de La speranza verde, romanzo d’anticipazione arborescente, come recita una sezione di Alberi. Qui, alberi prigionieri che alzavano fitte barricate, accompagneranno i loro piccoli a vedere gli umani dietro i cancelli nel giardino degli Uomini a Parigi e le balie racconteranno loro storie di orchi vegetariani. Protagonisti della coreografia arborea sono allora il cipresso “incorruttibile” signore del luogo doloroso; il faggio Essere, che nel gioco linguistico del nome francese che suona come il verbo dichiara la propria identità; il gran Bagolaro nell’ospizio dei vecchi di Antibes, albero millenario con cui si misura – con invidia e ammirazione – un ospite apprendista centenario; o ancora Un ulivo tutto solo/ getta disperatamente/ verso il cielo bruciato/ due braccia di carbone/ come un negro linciato. Scenario che evoca attualissimi interventi della polizia geologica mentre prende le impronte alle felci, o la dissacrante risata della foresta alla richiesta di documenti: on demande ses papiers proprio a chi dal proprio corpo fornisce la carta per la stampa, anche dei documenti. La nostra carta… d’identità. Sfilano poi olmi, cedri, carpini e, con loro, i loro usi e destini: strumenti per musica più vera; complementi fondamentali come manici d’attrezzo o cornici per quadri; steccati appena a fianco di alberi della Libertà; ma anche, ultime ruote del carro o tavole della buca del suggeritore a teatro. O ancora, alberi della cuccagna, aste di bandiera, patibolo, ceppo, forca; Legno d’albero/della conoscenza del bene e del male/ detto anche albero di trasmissione/dei cattivi pensieri. Fuor di cosmogonia, destini degli alberi tutti, e nostri con loro, sordi – ricordava già Prévert – al ringhio sempre attuale della sega dentata, che sparge sull’erba la segatura/ come fosse sangue (da Alias, Il Manifesto, 31-7-2010).

[6] Che pure evocano i nostrani, fungini, cerchi (o ellissi) delle streghe.

[7] “quest’altro tempo che non so, che non è né passato né futuro, né presente, che forse è solo il luogo in cui accadono le cose”, cerca di dar conto della metamorfosi.

[8] Cfr. Gilles Clément, L’Alternative ambiante, in Carnets du Paysage, 2009, Ècologies à l’œuvre. Poi, Paris Sens & Tonka, 2014 (il testo è anche disponibile sul sito di Clément) e idem Écologie et politique. Pour Jean-Laurent Felizia, Parigi, gennaio 2011, nonché l’ipotesi interpretativa di Marcello Di Paola, Giardini globali. Una filosofia dell’ambientalismo urbano, Luiss University Press 2013.

[9] Teodor Cerić, Giardini in tempo di guerra, a cura di Marco Martella, Ponte alle grazie 2015.

[10] Bertolt Brecht, A coloro che verranno. Cfr anche: Discorso mattutino all’albero Griehn (1927):

Griehn, devo pregarLa di scusarmi.
Stanotte non ce l’ho fatta a prender sonno, tanto rumoreggiava la tempesta.
Guardando fuori ho notato che Lei oscillava
Come una scimmia sbronza. L’ho esternato.

Oggi il sole giallo splende tra i Suoi rami spogli.
Lei sgronda ancora qualche lacrima, Griehn.
Ma adesso sa, Lei, quello che vale.
Ha combattuto la battaglia più aspra della Sua vita.
Gli avvoltoi si interessano a Lei
E io so ora che unicamente per la Sua implacabile
Arrendevolezza lei sta ancora in piedi stamattina.

Dinanzi al Suo successo penso oggi:
Non è stata un’inezia levarsi così in alto
Tra i casermoni in affitto, così in alto, Griehn, che
La tempesta può giunger fino a  Lei così come stanotte.

(traduzione di Anna Maria Curci)

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