Alberi di città

Oltre ogni approccio settoriale, si fa strada la consapevolezza dell’interconnessione stretta tra esiti del cambiamento climatico, con scatenarsi di precipitazioni e ondate di calore, perdita di biodiversità, consumo di suolo come ecosistema dotato di vita, e impatti diversi in termini di diseguaglianze socioeconomiche e salute. Alle diverse scale, ma specialmente in ambito urbano, dove sempre più si concentrano alcuni fenomeni e la stragrande maggioranza della popolazione. E al ruolo degli alberi, come sintesi, minimo comun denominatore, emblema dell’agire che questa consapevolezza comporta nei processi di rigenerazione urbana sostenibile è prevalentemente dedicato il Manuale di autodifesa ambientale di Ludovico Del Vecchio e Francesco Ferrini, intitolato Resistenza Verde, Elliot, pp. 192, € 18,00. Anche perché, come ci viene ricordato, “un albero in città ha una valenza ecologica fino a 4-5 volte superiore rispetto a un albero in foresta”.

Ecco che allora, nella logica di aggiornare quanto già esiste, migliorando e incrementando, nel senso della manutenzione, risalta in primo piano la trama delle alberature di città. Da quelle lungo le strade a quelle nei parchi e nelle aree verdi degli spazi pubblici, collante imprescindibile tra luoghi e comunità, magari da ridisseminare in dimensioni ridotte, ma alla portata di tutti. Fino agli alberi degli arcipelaghi delle proprietà private, a costituire un patrimonio vegetale spesso misconosciuto.

Claude Monet, Le Boulevard del Capucines, 1873, Museo Puškin, Mosca

Distinguendo volta a volta i fattori per la scelta delle specie arboree. Da usare secondo le caratteristiche strutturali e estetiche (portamento, capacità di sopportare le potature, resistere ai patogeni, ombreggiare) e il contesto (il procedere per filari omogenei o per diverse specie alternate, distanze e densità consentite, presenza di impianti, cavi, tubature, strozzature). Nonché in termini di funzioni assolte – dallo stoccaggio dell’anidride carbonica e cattura del particolato inquinante all’assorbimento delle precipitazioni in eccesso e alla mitigazione delle temperature, dal favorire il movimento e la contemplazione per noi umani al farsi corridoio per il mimetizzarsi o il nidificare degli animali.

Così, ricombinando riflessioni, dati scientifici e analisi su macrofenomeni, tecniche e pratiche consolidate, ma anche ricordi e sensazioni particolari, si trascorre dall’analisi di potenziali modelli di città per un urbanismo verde al tema della produzione di cibo nei siti urbani, dall’intrapresa di piantagioni notturne, non autorizzate, all’analisi del prodursi di fenomeni di gentrificazione ambientale, dalla presenza degli alberi nel cinema ai riverberi dell’imprevedibile volo delle foglie, del loro stormire al vento, del cricchiare sotto i nostri piedi, una volta cadute e volte a divenire, con l’humus, ecosistema dotato di vita che contribuisce al nostro equilibrio microbiotico.

Così, per forza d’alberi e attorno a loro, si attiva, spesso dal basso, una “resistenza” dove l’estetica concorre al benessere ambientale.

Ludovico Del Vecchio e Francesco Ferrini, Resistenza Verde. Manuale di autodifesa ambientale, Elliot, pp. 192, € 18,00, recensito da Andrea Di Salvo su Alias della Domenica XII, 1, Supplemento de Il Manifesto del 2 gennaio 2022

Dettaglio della Pianta topografica napoleonica della città di Roma dell’anno 1813

Emily Dickinson. Giardini e missive-erbario

Sarà di certo frutto dell’inconsueta prospettiva che su tutto pretende di prediligere botanica e orticultura, ma a ben guardare le cose dal punto di vista delle piante e del giardino con cui Emily Dickinson dialoga e a cui variamente si dedica lungo l’intero corso della sua vita, l’impressione è di un protagonismo complice, un polimorfo dialogare che si dispiega all’interno di un universo per lei costitutivo, in una fitta trama di scambi e attenzioni, suggestioni, favori e doni.

Perno dell’intera esistenza è difatti, per Emily, il giardino della casa di famiglia in stile federale fatta costruire dal nonno nel 1813 sul limitare della città di Amherst, a circa 130 km da Boston, e poi, per cerchi concentrici, il profilo mosso del paesaggio della valle del Connecticut, tra colline, ruscelli e campi coltivati.

Otis Allen Bullard, Emily Elizabeth, Austin, and Lavinia Dickinson, 1840 c., Houghton Library, Harvard University

E, casa, giardino e paesaggio d’intorno resteranno sempre un riferimento costante, fin dalla giovanile passione per la natura e la botanica testimoniata dalla cura affettuosa riposta nel comporre il suo erbario, dai vagabondaggi delle gite, quando di sé diceva “sono piccola come lo scricciolo e la mia chioma è impavida come il riccio della castagna”, e poi nelle diverse fasi della vita, allontanandosi soltanto per qualche breve viaggio – quando, comunque, si preoccupa di chi, nel mentre, avrebbe badato alle sue piante. Occasione di diletto e di fuga, per lei che preferisce l’aria aperta: “sono una dei campi, si sa, e se mi trovo a mio agio col dente di leone, in un salotto faccio solo una triste figura”. Rifugio sicuro, anche a fronte del suo progressivo ritrarsi entro la strettissima cerchia familiare e le poche amicizie, con la riduzione della vista, il definitivo isolamento, i lutti familiari degli ultimi anni. Nel giardino d’inverno fatto annettere in un secondo momento alla casa sul lato est, tra lo studio e la sala da pranzo . Dove si concentrano le fragranze floreali e, come scrive all’amica Elizabeth Holland, “mi basta attraversare un pavimento per ritrovarmi sulle Isole delle spezie”.

È in questa prospettiva, tutta dedicata appunto alla Emily Dickinson e i suoi giardini, che Marta McDowell privilegia e rilegge le fonti più diverse (L’Ippocampo, pp.270, € 19,90). Dai testi di botanica della biblioteca di casa alle composizioni e note dell’erbario, dagli inventari delle piante al chiuso alla favola giardiniera che Emily scrisse per alcune bambine, fino ai saggi d’indagine scavati in vari punti del giardino in vista del restauro di quella che è oggi la sua casa museo. E, soprattutto, setacciando la miriade di appunti e citazioni di argomento botanico e giardiniero disseminate nella corrispondenza e nei testi della poetessa.

Il giardino d’inverno

Continuo è lì il trascorrere, tra esterno e interno, di preoccupazioni e attività nel riverbero tra espressione dei sensi e interiorità. La passione condivisa del raccogliere i fiori del giardino – con i fratelli, il Primo Maggio, per appenderli nei cestelli alle porte, con manici di nastri–; la sottolineatura della magia della semina, “Il desiderio è come il seme/che si dibatte nella terra”; la nota dominante a inizio estate delle rose che si ritrovano anche nel disegno della carta parati della camera; il passarsi di testimone tra il profumo del caprifoglio e quello del lillà; l’andirivieni delle piante più delicate che, in un gioco tutto di equilibri, con la buona stagione trasmigrano fuori, nella “piazza” – cosiddetta secondo i dettami in voga del giardino ispirato all’italiana – sul lato ovest della casa, che si riempie dei verdi mastelli di dafne profumate e oleandri, per poi rientrare con i primi freddi: “ieri sera le piante sono partite per l’accampamento [il giardino d’inverno], le loro corazze erano insufficienti per le notti insidiose”.

E, tra le descrizioni delle attività in giardino, l’annaffiare alla vecchia maniera, la forzatura dei prediletti bulbi, quando scrive a un’amica: “Ho creato un arcobaleno permanente riempiendo una finestra di giacinti e di questo la scienza dovrebbe compiacersi, e poi ho un carico di garofani degni di Ceylon”, il piacere del compulsare cataloghi di semi per antivedere e combinare forme, masse e colori nelle sue bordure, con l’innesco delle annuali e poi con le perenni che rompono la formalità della struttura di alberi e arbusti, quest’ultima piuttosto da ricondursi alle piantagioni del padre e del fratello Austin, che con lei condividono una passione di famiglia per il giardinaggio.

Meno citato, l’orto. Piuttosto il frutteto, che ripetutamente compare nelle poesie assieme alle viti davanti al granaio, e, riparati oltre la pergola, gli alberi di fico, le mele per il sidro, quelle cotogne, e la primizia della pesca che “rende possibili tutte le stagioni e fa apparire gli emisferi un capriccio”.

Ancora, l’attenzione alle api e agli impollinatori, anche in una delle rare poesie pubblicate in vita, Il vino di maggio e specialmente nel campo aperto, dall’altro lato della strada: il Campo dei Dickinson dove, tra l’erba alta del trifoglio dei prati, occhieggiano ranuncoli e carote selvatiche e poi, con l’autunno, il giallo delle verghe d’oro e il viola degli astri.

Mentre, dalle finestre, il sentiero che conduce a The Evergreens e al giardino della villa del fratello la rassicura, bordato da un corteo di malva che Emily chiama “sorella Sue”, sulle colline s’accende il blu violaceo delle genziane e ai margini del bosco s’affaccia l’amamelide gialla, “una graziosa aliena […] strega e ammaliatrice della mia mente allegra”.

Herbarium, c. 1839-1846

Compartecipi, convocati di pari passo nell’erbario come nelle poesie, spesso personificati, come il geranio citato in una lettera a Mary Bowles: “Ho un Geranio che sembra una sultana – e quando calano i Colibrì – io e Geranio chiudiamo gli occhi – e andiamo lontano”, fin anche i fiori selvatici, in un tripudio che li affianca alle predilette iris e peonie, ai gigli, alla digitale. Al pressoché soprannaturale fiore fantasma (Monotropa uniflora), bianco e senza foglie, incapace di fotosintesi. Già compagnia degli anni giovanili e colto per l’erbario, in seguito ritratto su tavola da Mabel Tood, suscitando l’entusiasta reazione di Emily e finito poi inciso sul piatto della copertina della prima edizione delle sue opere di cui Mabel sarà la curatrice dopo la sua morte.

L’edizione dei Poemi del 1890

Se, in quell’ispirato elenco visivo di piante trasposte che è il suo erbario, il gusto per la regola del dare ordine – o tentarlo – si alterna, nella composizione di esemplari pressati e disseccati dopo averne contato gli stami con la lente d’ingrandimento, con la sperimentazione che rimescola generi e stagioni – fin nella disposizione delle minuscole etichette della nomenclatura latina, tralasciata invece nei versi–, nei suoi componimenti segreti Emily Dickinson attinge piuttosto a piene mani al vocabolario botanico, tra calici, stami e corolle, giochi di parole, indovinelli. Nella consapevolezza dell’urgenza condivisa, dall’erbario e dai versi, di dover disporre senza indugio sulla pagina foglie, fiori e parole, cogliendo l’estro, come la riscrittura delle varianti.

Ma, fintanto che la sua poesia restava ignota ai più, Emily mise a punto e diffusamente praticò una forma ibrida di linguaggio naturato, tra esemplari botanici, intenzioni e parole. Una sorta di missive-erbario, tramite cui inviava omaggi vegetali, allegando biglietti o viceversa che dir si voglia. Boccioli di rosa cuciti al foglio di una poesia, nosegays, mazzolini profumati, di fiori stretti in cerchi concentrici legati con un nastro; un ramo di salice che recita: “messaggio color cuoio lasciato per lei a Amherst dalla Natura”; lettere con acclusi fiori pressati secondo le stagioni: l’epigea, descritta senza nominarla, per segnalar la primavera, campanule di inizio aprile, nontiscordardimé, e a tarda primavera un soffione o dente di leone pressato in una lettera assieme a una poesia, legato con un nastro intorno, per dire come: “la pallida colonna del soffione/sgomenta l’erba”.

E ancora, la missiva che annuncia “Le porto una felce della mia foresta personale dove mi balocco tutti i giorni” o l’invio all’amico Samuel Bowles di una poesia su un pino cui acclude un mazzetto di aghi verdeazzurri.

Se la struttura espositiva che nel libro procede per stagioni, nel loro succedersi, dalla primavera all’inverno, associandole a quelle della vita della Dickinson, è certo intesa a enfatizzare, con il ciclo delle piante, crescita, morte, resurrezione, uno dei motivi ricorrenti della sua poesia, il ricco quadro restituito dalla messe di notazioni e dalle citazioni rintracciate da Marta McDowell nella sua indagine su L’universo verde della poetessa (come recita il sottotitolo del volume) corre però il rischio, in assenza di puntuali riferimenti temporali, di un indistinto assolutizzare una vicenda dove invece “Esiste una luce in primavera/non presente nell’anno/in nessun altro momento”. Trascurando come – anche secondo le indicazioni di Silvio Raffo nella sua recente scelta tematica dai versi di Emily Dickinson, Natura, la più dolce delle madri – in quel perimetro costante abiti un andirivieni di trascendentali corrispondenze tra dimensione fisica, naturale, sempre attentamente descritta, e l’analogo di una interiorità comunque piuttosto allusa che non rivelata (traduzione con testo a fronte per l’editore Elliot, pp. 176, € 15,00).

Marta McDowell, Emily Dickinson e i suoi giardini. L’universo verde della poetessa, L’Ippocampo, pp.270, € 19,90 e Emily Dickinson, Natura, la più dolce delle madri, a cura di Silvio Raffo, con traduzione con testo a fronte per l’editore Elliot, pp. 176, € 15,00, recensito da Andrea Di Salvo su Alias della Domenica XI, 48, Supplemento de Il Manifesto del 19 dicembre 2021

Herbarium, c. 1839-1846

Linguaggi animali e punti di vista sull’evoluzione

Posture di minaccia o cerimonie di saluto, danze di corteggiamento, canti, suoni, pose, parate, messaggi olfattivi, tattili, o diramati tramite vibrazioni, molecole chimiche, impulsi elettrici. L’ininterrotto flusso di comunicazioni in cui siamo implicati combina segnali trasmessi in maniera spontanea e involontaria e altri che in una logica coevolutiva di mutuo vantaggio sono andati espressamente modellandosi per innescare reazioni e intenzionalmente interagire. Vale per tutti i viventi, tanto all’interno della stessa specie che nelle relazioni interspecifiche. Perciò studiare la comunicazione animale contribuisce a restituirci anche un diverso nuovo punto di vista sull’evoluzione.

Attorno a questo tema ripercorre i passaggi salienti, le domande e le correzioni di rotta di una scienza tutto sommato recente come l’etologia, la naturalista Francesca Buoninconti, divulgatrice e voce nota anche dai microfoni di Radio3scienza nel suo Senti chi parla. Cosa si dicono gli animali, Codice Edizioni, pp. 384, € 24,00, con le illustrazioni a corredo di Federico Gemma.

Cetacei, Federico Gemma

Dall’impiego di segnali chimici (la prima forma di messaggistica) in forma di odori molesti e profumi, per stabilire gerarchie e marcare un territorio, lasciare tracce per non perdersi durante una migrazione (come per gli gnu striati) o ribadire un rango sociale, intercettare un compagno o scampare a un predatore, si trascorre così – nell’estrema variabilità di funzioni e soluzioni, che volta a volta sconta i diversi preadattamenti (organi e apparati trasmissivi e ricettivi) e gli habitat in cui si vive – ai messaggi visivi del proiettare rituali ipnotici di corteggiamento (per calamari e seppie) o livree minacciose, e – anche per sottrazione – del rendersi invisibili ai predatori tramite il camouflage (dei polpi). Fino alle danze di uccelli (come quelli del paradiso), vere e proprie coreografie con pose, figure e varianti, elementi e sequenze di rituali di corteggiamento o segnali per tenersi in contatto e sincronizzare le svolte di uno stormo in volo, o ancora di allarme per difendere confini, rafforzare relazioni.

Indicatori spesso associati, correlando modalità diverse, come contatto visivo e dimensione acustica, e che in contesti diversi possono magari assumere significati diversi, ma sempre esito, ripetuto e affinato, di un processo di ritualizzazione che si cristallizza in un codice univoco, che nel meccanismo di apprendimento per imitazione e esperienza sociale (memorizzando prove e errori), nella comunicazione tra genitori e prole assicura la trasmissione tra generazioni. Non dimenticando che, pur nella sua ricchezza, in una economia di costi e benefici la parsimonia della comunicazione animale si basa sul mutuo vantaggio e presuppone un principio di onestà. E quindi l’affidabilità del segnale. Con le immancabili eccezioni di quelli ingannevoli e appositamente manipolati, di chi mente o finge d’esser chi non è. Come le specie imitatrici (il tordo di Lawrence) capaci di riprodurre il canto di oltre 50 altre specie di uccelli.

Parotia, Federico Gemma

Francesca Buoninconti, Senti chi parla. Cosa si dicono gli animali, Codice Edizioni, pp. 384, € 24,00, con le illustrazioni di Federico Gemma, recensito da Andrea Di Salvo su Alias della Domenica XI, 46, Supplemento de Il Manifesto del 5 dicembre 2021

Federico Gemma

Tra micorrize e microbiota, l’invisibile rete delle piante

Se del multiforme mondo delle piante, con la loro inarrivabile capacità di trasformare l’energia solare in energia chimica e una biomassa che costituendo più dell’80% del vivente determina le condizioni geoclimatiche del pianeta, quel che si staglia ad accomunare i sette temi-passeggiata che si dipartono dall’Orto botanico di Torino, ispirati dal ragionare serrato della biologa vegetale Paola Bonfante, è proprio il profluvio di relazioni in cui queste sono immerse, nel suo Una pianta non è un’isola. Alla scoperta di un mondo invisibile, il focus, diverso rispetto a una pubblicistica che pure testimonia di un interesse sempre più diffuso per questo regno, è però per tutto quanto delle piante immediatamente non vediamo (Il Mulino, pp. 212, € 15,00, con Caterina Visco). Al centro sta la loro parte ipogea. Il mondo nascosto delle radici che, oltreché ancorare e trasmettere nutrienti, consentono comunicazioni e corrispondenze tra individui, spesso per il tramite di funghi e batteri. Evidenziandone il ruolo dominante nell’intessere tali invisibili relazioni e tenendo conto che ogni singola pianta – che prima di tutto deve anche comunicare con i suoi organi – oltreché essere inserita nell’affollata società in cui vive in comunità di specie diverse, dialoga con una moltitudine di microorganismi che costituiscono il suo infinitesimale microbiota individuale.

Così, alle invisibili o quasi, almeno a occhio nudo, reti radicali di micorrize (da myko-rhiza, fungo-radice) che rappresentano una delle relazioni di maggior successo in natura per come, regolando e coinvolgendo la stragrande maggioranza delle specie identificate, influenzano la vita delle comunità vegetali epigee, quelle che noi vediamo, nel giogo di intrecci e costanti tra macro e microscopico indagate dal libro, per pensare a una pianta che – come del resto tutto il resto – non è un’isola, il collegamento è ai più recenti studi sul microbiota delle piante con la sua amplissima rilevanza ecologica.

Paola Bonfante, Una pianta non è un’isola. Alla scoperta di un mondo invisibile, Il Mulino, pp. 212, € 15,00, con Caterina Visco, recensito da Andrea Di Salvo su Alias della Domenica XI, 45, Supplemento de Il Manifesto del 28 novembre 2021

Rosetta S. Elkin, Pinus Pinea, 2018

Crisi climatica. Limiti cognitivi

Se l’occasione narrativa del reportage di viaggio che Fabio Deotto mette in pagina in forma di indagine ad ampio spettro sulle molte variabili implicate dal cambiamento climatico sta tutta nella verifica di come questo sia oramai già palesemente, irreversibilmente in atto proprio in alcuni luoghi stereotipo, idealmente considerati da sogno, luoghi icona come le Maldive, Miami Beach, la Lapponia, ma poi anche Venezia o la Franciacorta, il suo intrigante controcanto consiste nel costante interrogarsi sulle nostre reazioni, volta a volta agite o negate, di fronte all’evidente gravità del fenomeno (L’altro mondo. La vita in un pianeta che cambia Bompiani, pp. 348, € 19,00). Soffermandosi in particolare, oltre che sui comportamenti effettivamente progettati, procrastinati e anche variamente agiti, su automatismi e atteggiamenti mentali che ad essi si accompagnano. Sulle ragioni dei limiti cognitivi, culturali e biologici, e le loro radici di tipo evoluzionistico, che, ritardando o impedendo una vera generalizzata assunzione di realtà, si frappongono a ogni efficace cambio di prospettiva.

Tyler Mitchell, Impact 2021

Nell’interlocuzione diretta con luoghi, testimoni, esperti, attivisti, e con lo spostamento di accento sul presente, Deotto evidenzia, oltre i fenomeni dell’erosione costiera, del riscaldamento delle acque o dell’inquinamento da alghe, temi come le ricadute in termini di iniquità a livello sociale e ambientale dello sfruttamento indiscriminato di risorse e persone, i paradossi della gentrificazione climatica, l’incoltivabilità delle terre, l’equivoco della stanzialità e, tra le strategie di adattamento incrementale, la sperimentazione di nuove forme di ecologie urbane, le migrazioni e pratiche resilienti di convivenza con gli elementi. Focalizzando come la presa di consapevolezza dell’ansia climatica che pure pervade il nostro sguardo sul mondo sia viatico della possibilità di riapprenderlo fuori dai paradigmi in cui abbiamo fin qui voluto ridurlo a nostro esclusivo dominio.

Fabio Deotto, L’altro mondo. La vita in un pianeta che cambia Bompiani, pp. 348, € 19,00, recensito da Andrea Di Salvo su Alias della Domenica XI, 44, Supplemento de Il Manifesto del 21 novembre 2021

Senso della natura e storia nel farsi del paesaggio

La vocazione problematizzante che da sempre il paesaggio rileva nella ricerca storiografica assume in questi anni recenti un respiro più ampio nel continuo interpolarsi del tema con discipline come l’antropologia e le scienze sociali, quelle della vita, l’archeologia e l’architettura, appunto, del paesaggio, e quante altre vanno assumendo proprio quest’ultimo come termine medio dialettico del confluire di intenzionalità progettuali in divenire economico, proiezioni ideali e coevoluzione del vivente nel moltiplicarsi di soggettività via via riconosciute … attorno a quest’ambito..

È con questa plurale sensibilità di sguardi che si muove nel suo Viaggio nei paesaggi storici italiani lo studioso del Medioevo e del Rinascimento Arnold Esch, a lungo direttore dell’Istituto storico germanico di Roma, nonché con la dimestichezza che gli viene dalle lunghe frequentazioni dei suoi tanti, classici temi d’indagine, dove – sempre sotteso – il paesaggio permane come chiave d’accesso (LEG edizioni, pp. 321, € 22,00).

Prediligendo magari località remote e sguardi inusuali, la campionatura per argomenti, metodologie ed episodi procede interrogando sapientemente resoconti di viaggio, diari, dipinti, letture stratigrafiche ma anche indicazioni rintracciate nelle filze delle fonti archivistiche, come gli atti di proprietà medievali dove le rovine romane si rivelano sovente marcatori evidenti nel disegno di confini contesi.


Louis Gurlitt, Oberitalienische Küstenlandschaft mit Figurenstaffage, 1838, coll. priv. 

Così, il suggerimento a evitare letture di un primo Medioevo come paesaggio prevalente di antiche rovine, in una inerziale proiezione del passato che perdura, o la puntuale sottolineatura del mutare degli sguardi (e dei mezzi di trasporto) tra l’Italia del Grand Tour del XVII e del XVIII secolo e quella conosciuta dai viaggiatori del XIX secolo, e in particolare da Ferdinand Gregorovius, vanno insieme a riflessioni sull’uso frequente nel genere dei resoconti di viaggio del tardo Medioevo di rendere l’immagine di paesaggi stranieri e sconosciuti attraverso il confronto con una realtà familiare.

A tratti l’indagine assume l’andamento di una guida passo passo, chiesa dopo chiesa nel capitolo dedicato a quelle rurali dell’Umbria del primo Medioevo, dove il loro dislocarsi nel tempo, rileva della relazione tra dinamiche locali e orizzonti di maggior respiro.

Ma sempre, in controluce, si legge l’inquadramento per grandi temi. Il lungo processo del medievale farsi paesaggio della città di Roma viene ripercorso collocandolo in un contesto dove tutto si regionalizza, con gli approvvigionamenti ridotti a scambi a corto raggio, così come l’orizzonte delle consolari. All’interno delle antiche mura, ormai troppo ampie per quanto la città si era andata spopolando, estesi spazi vuoti si trasformano in pascoli o vigneti, mentre gli insediamenti si ridispongono verso i nuovi fulcri della vita religiosa e pubblica. Attorno a San Pietro si raccoglie Borgo e la popolazione gradualmente si ritira nell’ansa del Tevere. Anche l’area dei fori assume l’aspetto di un paesaggio di orti e viti, tra le torri medievali e le rovine che saranno a lungo ricoperte da una flora, peraltro fatta oggetto in passato di studi accurati.

Nell’indagine della vicenda di Venezia prima di Venezia il ruolo giocato dalle caratteristiche naturali e storiche del paesaggio lagunare nel lungo processo della sua colonizzazione si afferma in parallelo alla consapevolezza della necessità di mantenersi in equilibrio con un territorio che costantemente viene rimodellato dafiumi, maree e mareggiate e che costringe anche gli uomini a una vita anfibia, in insediamenti in tutto differenti da quelli che avevano caratterizzato le città murate, con strade lastricate e disponibilità di acqua potabile. Addestrandoli, con il continuo lavorio di regolare corsi d’acqua e consolidarefondali e fondamentain quel mondo d’isole dove scorre il futuro Canal Grande, a un impegno sempre rinnovato in un’azione solidale.

Con esiti testimoniali del tutto differenti, ad esempio dal caso del fermo fotogramma di Pompei, fissato al momento dell’eruzione, l’invito è a seguire poi la vicenda del lento processo di decadimento del paesaggio diOstia fino a quando anche gli ultimi abitanti abbandoneranno l’area urbana ormai deserta e ridotta a un territorio di saline, per ritirarsi nel più sicuro insediamento medievale fortificato di Gregoriopolis, mentre la natura prenderà per secoli il sopravvento dando vita a un paesaggio di rovine.

Da allora Ostia verrà a lungo ignorata dalle cronache, finché, con l’Umanesimo, proprio le sue rovine meriteranno, come tali, nuova attenzione. Visitate nel 1427 da Poggio Bracciolini e Cosimo de’ Medici e, meno di cinquanta anni dopo, da papa Pio II.

E proprio le puntuali e ricche descrizioni del paesaggio e delle genti che lo compongono, frequenti negli autobiografici Commentarii di Enea Silvio Piccolomini, testimoniano per Esch di un’esperienza del paesaggio e di un senso della natura per tanti versi inediti. E che – fatta pure la tara di letterarie repliche umanistiche di moduli classici – lasciano antivedere già in questo primo Rinascimento un’attenzione per lo spazio naturale e una sensibilità specifici che in generale vengono attribuiti a epoche più tarde.

Così, con le vedute descritte in parola – non ultime quelle ammirate dalla finestra da Pio II – sempre più spesso il paesaggio “autentico” viene inseguito anche in pittura. Negli sfondi, nelle architetture, nella pittura di paesaggio, ma anche, dai primi anni del XVI secolo, nelle immagini a volo d’uccello utilizzate come prove visive nella cartografia “forense”.

O, fin nel gioco erudito in cui si spinge il nostro autore di identificare – quando non correggere, integrando e risalendo alle componenti di paesaggi ideali in forma mista – titolazioni e attribuzioni dei siti del Lazio che a cavallo tra 700 e 800 una generazione di pittori stranieri che si avvia a restituire un’idea nuova di natura ritrae, oltre gli stilemi della tradizionale pittura di vedute. Che si avventuri insomma, al seguito delle strade storiche nell’alta valle del Tevere oppure sulla via Francigena da Lucca all’Arno, per via di arresti, sovrapposizioni e riutilizzi, o risalendo i “paesaggi con acquedotti” tra Tivoli e Palestrina o ancora evidenziando le tracce di segni, saperi, manufatti, dalla pista della transumanza in Molise al palcoscenico cinto da mura del paesaggio di Siracusa, Arnold Esch percorre qui palmo a palmo il territorio italiano con una molteplicità di approcci che, dal proscenio alle pieghe, ne setaccia la varietà dei paesaggi. Sempre tenendo insieme le questioni di grande respiro e i dettagli in cui, nella rinnovata attenzione dell’oggi, si inverano e fanno corpo. Innesco e testimonianza di processi, soggetto e oggetto di indagine storiografica

Arnold Esch, Viaggio nei paesaggi storici italiani, LEG edizioni, pp. 321, € 22,00, recensito da Andrea Di Salvo su Alias della Domenica XI, 43, Supplemento de Il Manifesto del 14 novembre 2021

William Turner, Veduta della Campagna romana con rovine dell’Aqua Claudia al tramonto, in realtà, veduta del lato interno delle Mura Aureliane nei pressi del Monte Testaccio, Tate Gallery, London

Le ragioni del riscaldamento globale. Per una storia anche culturale del clima

Al centro dell’attuale dibattito scientifico come di quello sui media, bussola delle scelte di indirizzo politico a livello mondiale, con le relative ricadute economiche e sociali, la climatologia è divenuta ormai una scienza che impegna a nuove condotte e azioni concrete – o almeno le addita. Ad essa si rivolgono Stati, decisori e le maggiori organizzazioni internazionali. Le Nazioni Unite che nel loro mandato hanno la protezione del clima. Ma la sua lunga e composita storia attraversa nel corso dei millenni fasi molto diverse, in un dialogo sempre serrato con la meteorologia. Il geofisico Gianluca Lentini ne ripercorre evoluzioni e tappe nel suo Storie del clima. Dalla Mesopotamia agli esopianeti, Hoepli Microscopi, pp. 139, € 12,90. Fin dall’ingresso del clima come termine geometrico descrittivo, con Eratostene, nel significato etimologico di inclinazione dell’asse terrestre e poi con la molteplicità di significati interscambiabili che hanno via via oscillato dal riferirsi al tempo atmosferico, ai cambiamenti stagionali, a quelli globali nelle temperature.

Per molti secoli il pensiero scientifico dell’Antichità sarà interessato dalla dialettica dove si affiancano e interagiscono tra il determinismo climatico mesopotamico e anatolico – con un approccio divinatorio e propiziatorio che vede la meteorologia strumento di comunicazione e manifestazione del divino –, la razionalizzazione analitica descrittiva di quello greco che cerca regolarità e ripetitività, legami di causa effetto, la meteorologia pragmatica. Fino alla loro fusione tra 8 e 900.

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Frederic Edwin Church, Cotopaxi, Detroit Institute of Arts, 1862

Da determinante geografico immutabile, dove è il clima, non suscettibile di cambiamento, a condizionare oltre che temperature, precipitazioni e flora, anche culture e convenzioni sociali, culturali e sanitarie delle popolazioni – e fino alla lettura eminentemente politica con Jean Bodin, che collega clima, attitudini e politica della nazione – con l’affermarsi dell’innovativo concetto della sua variabilità nel tempo, sarà invece l’uomo a poterlo determinare, modificandolo. Fino all’idea di una climatologia dinamica globale (concetto del XIX e XX secolo).

Dopo essere a lungo rimaste discipline compilatorie e classificatorie, per lo più di supporto ad agricoltura, navigazione, medicina, guerra, la meteorologia e poi la climatologia, avvalendosi del puntello di equazioni matematiche e leggi fisiche e dell’istituzionalizzazione derivata da ricerche svolte da reti di rilevamento con procedure omogenee, si son fatte scienza dinamica di un clima che può mutare, verso una moderna concezione del cambiamento climatico come riscaldamento globale.

Lentini richiama così episodi di una storia anche culturale del clima, dalla rivoluzione humboldtiana, che con le isoterme, tesse i fili di una nuova attenzione tra climi e ecosistemi, all’osservazione della terza dimensione in quota dell’atmosfera, dal ruolo delle leggi della termodinamica all’influenza di geologia e glaciologia, fino alla metafora dell’atmosfera come serra (nella letteratura scientifica, dal 1907), dalla teoria del caos al ruolo degli oceani e all’utilizzo del computer per ottenere modelli climatici capaci di profilare fenomeni e fornire previsioni verificabili.

Ora, coinvolgendo anche lo studio dei pianeti del sistema solare, con l’avvio di una climatologia esoplanetaria. E intanto, quantificando con evidenza scientifica le variazioni del cambiamento climatico di origine antropica per, se e quanto possibile, mitigarle.

Gianluca Lentini, Storie del clima. Dalla Mesopotamia agli esopianeti, Hoepli Microscopi, pp. 139, € 12,90, recensito da Andrea Di Salvo su Alias della Domenica XI, 42, Supplemento de Il Manifesto del 7 novembre 2021

Coevoluzione a passo di danza

La natura parla un linguaggio universale di multiforme, multicolore eleganza che, al di là delle nostre competenze e sensibilità, tutti intuitivamente comprendiamo. Anche se, a ben guardare, si tratta assieme di una bellezza funzionale, esito della molteplicità delle complesse relazioni tra piante e animali, noi compresi, e delle strategie volta a volta messe in campo per individuare soluzioni per alimentarsi, comunicare, difendersi, riprodursi, cooperare.

A questo duplice, complementare manifestarsi di una coevoluzione che assomiglia al combinarsi serrato dei passi di una danza Mariacristina Villani, ecologa e responsabile delle collezioni dell’Orto Botanico di Padova, dedica il suo Ci vuole un fiore. Racconti e meraviglie del silenzioso regno verde, Codice edizioni, pp. 220, € 28,00.

È in particolare con l’affermarsi delle angiosperme, con la loro plastica capacità di adattarsi alle più svariate condizioni ambientali, che va stringendosi la relazione mutualistica tra impollinatori e piante a fiore e frutto.

Nelle pagine illustrate dalle foto di Eleonora Marchi viene allora ripercorso il campionario cangiante di strategie combinate di ingaggio e ricompensa sotto forma di colori, profumi e sostanze, perfino narcotiche e vincolanti, dove, al momento dell’impollinazione e poi della dispersione dei semi, la combinazione di cromatismi e aromi vien modulata sulle abitudini degli interlocutori. Per uccelli e insetti, ma anche rettili, lumache, formiche, falene, pipistrelli. Avvantaggiati dalla funzione vessillifera di petali modificati, pigmenti con guide e striature di indirizzo. E poi dal rendere appetibile il frutto per far viaggiare i semi, quando non affidati all’aerodinamica di strutture a vela o a paracadute, fiocchi, piumini, all’acqua o al rotolare. In un continuo salto di scala tra le implicazioni ecologiche della variegatura delle foglie, e fenomeni indagati in generale, nel loro significato evoluzionistico, come camuffamenti, mimetismi, comunità e mutualismi.

Mariacristina Villani, Ci vuole un fiore. Racconti e meraviglie del silenzioso regno verde, Codice edizioni, pp. 220, € 28,00, recensito da Andrea Di Salvo su Alias della Domenica XI, 41, Supplemento de Il Manifesto del 31 ottobre 2021

Erbario animato … di soggettività. Riverberi da Chernobyl

Radiografici lampi proiettano sulla pagina la traccia liberata di quel che sono stati. Esemplari di piante cresciute nella zona di esclusione dopo il disastro nucleare di Chernobyl, raccolti e impressi a contatto con carta fotosensibile. Echi luminescenti della vita che, pure imbevuta di impercettibile pioggia radioattiva, riparte trasposta in radici, steli foglie e fiori. Riverbero estetico della redenzione vegetale che le trentacinque immagini della artista visuale Anaïs Tondeur ci additano dal volume Chernobyl Herbarium. La vita dopo il disastro nucleare, entrando in risonanza con altrettanti interventi di Michael Marder, frammenti di pensieri e ricordi del filosofo ambientale vittima indiretta delle radiazioni, considerazioni su filosofia delle piante, incubi energetici, stati di eccezione e vite dimezzate, eccessi di significato e straordinaria natura dell’ordinario (Mimesis, pp. 106, € 16,00).

A scandire gli anni trascorsi da quell’aprile 1986 che, con l’esplosione del reattore nell’allora Repubblica Socialista Sovietica Ucraina, vide il dissolversi di illusioni, fedi incondizionate, contorni dei soggetti, dal nero delle pagine, oltre ogni alienazione tassonomica, parole e radiogrammi di piante ferite di Lino, Geranium chinum, Comandra umbellata, Byrsonima lucida irradiano bagliori di un sapere in esse incorporato, per capacità di adattamento, in una relazione che dal sole ricava energia mite, senza consumare il mondo, estraendo e distruggendo equilibri nucleari.

Nell’elaborazione, tutta ancora da farsi, della coscienza collettiva d’esser noi umanità piromane, le piante – capaci come sono di penetrare nel cemento e, anche metaforicamente, in quello del sarcofago con cui pensiamo di seppellire uranio, polvere radioattiva e ben altro –, ci avviano a ricollegarci al flusso del molteplice, in un incredibile, empatico intrecciarsi di soggetti e relazioni all’indirizzo di una solidarietà tra specie e regni.

L’erbario s’anima così di soggettività vegetali che, finalmente ci consentono – relativizzandoci – di riconoscerci, in queste piante.

Michael Marder e Anaïs Tondeur, Chernobyl Herbarium. La vita dopo il disastro nucleare, traduzione di Donatella Caristina, Mimesis, pp. 106, € 16,00, recensito da Andrea Di Salvo su Alias della Domenica XI, 40, Supplemento de Il Manifesto del 24 ottobre 2021

Per noi tutti, cercatori di foglie

Né erbario dove collezionare piante, né prontuario dove riconoscerne le fisionomie. Si presenta invece con il formato dagli angoli arrotondati del libro da diporto, metà manuale, metà taccuino, che procedendo per via di alberi – venti ne illustra, tutti protagonisti dei nostri distratti, onnipresenti incontri per parchi e campagne, miti e immaginari –, ne racconta le foglie e ci invita a farci nuovamente tutti, quel che almeno qualche volta siamo stati, cercatori, appunto, di foglie. Da raccogliere e conservare, da dimenticare tra pagine appositamente lasciate bianche qua e là, dispiegandone i lembi a aderire tra citazioni di versi, da Kafka a Montale, indicazioni botaniche, racconti di miti, leggende, divagazioni lessicali, osservazioni dal vivo. E ovviamente, la descrizione delle mille fogge di quel meraviglioso laboratorio di creazione di vita per forza di fotosintesi.

È il Piccolo manuale illustrato per cercatori di foglie messo a punto dall’Officina de il Saggiatore per i testi sbrigliati di Giuseppe Zare e cucito dal filo delle illustrazioni di Sofia Paravicini, con giochi di entrate e uscite di piante, animali e prospettive distratte, col minuzioso tratto evanescente di un’impossibile miniatura che evoca e interroga una sorta di naturalismo onirico (pp. 152, € 15, 00).

Messa da parte ogni vertigine classificatoria, per foglie semplici o composte e, rispettivamente, dal bordo rotondo, ellittico, ovato e l’apice acuto, ottuso, smarginato o, invece, imparipennate, palmate, plurinervie… si tratta qui, collezionando foglie e suggestioni, di innescare un incontro a venire con il momento in cui tra le pagine ritroveremo quelle un tempo verdi e brillanti del biancospino, a evocare il profumo dolceamaro di mandorle così amato da Proust, o quelle del pioppo, che irrequiete vibrano, bicolori, volta a volta promessa di vita o guardiane funebri, o ancora quelle del fico con la loro ruvidezza e assieme la mediterranea memoria oleosa di quel loro lattice.

Piccolo manuale illustrato per cercatori di foglie, testi di Giuseppe Zare e illustrazioni di Sofia Paravicini, Officina de il Saggiatore, pp. 152, € 15, 00, recensito da Andrea Di Salvo su Alias della Domenica XI, 39, Supplemento de Il Manifesto del 17 ottobre 2021