Viandanti che raccolgono semi

Per mulattiere e lungo i torrenti, come pure nel verde che emerge dal dedalo delle topografie cittadine, saper passeggiare attraverso i paesaggi, lasciandosene attraversare, per cogliere i segni con cui la natura li illumina di episodi e associazioni vegetali ci pone tutti in una condizione di particolare attenzione. Camminare, si sa, induce considerazioni, attiva ricordi e emozioni, ci invita ad avere occhi nuovi.

In particolare poi, per un aspirante giardiniere, restare allerta in cammino di spirito e sensi, dischiude a ogni passo una serie di occasioni da cui trarre ispirazione, scatena l’impulso a imitare l’infinita varietà e diversità del vivente. Raccogliendo semi, rametti, prelevando talee, per trasferire magicamente quegli spunti nel proprio personale giardino di accoglienze.

Così nei loro Consigli per viandanti giardinieri, Emina Cevro Vukovic e Nora Bertolotti (Ediciclo, pp. 192, € 14.00) propongono cinque itinerari del cuore. A passeggio tra sentieri in equilibrio e vigne a belvedere colline della costa ligure da Campiglia a Porto Venere dove raccogliere semi di ginestra e ispirarsi ai profumi della macchia mediterranea, come pure sul crinale dell’Appennino tra Emilia e Toscana, tra le felci che illuminano radure o riscoprendo epilobi e cardi asinini, subito pronti a ricoprire la frana. Ma anche, per esplorazioni botaniche in città, dalla Milano dei cortili, tra macerie riconquistate da budleie, sambuchi e verbaschi alla Palermo delle peregrinazioni ispirate dai giardini di chiostri e chiese e dell’esotico diffuso tra jacarande e i frangipani che colonizzano i vasi dei balconi.

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Giardini d’occidente. Limite e “oltre”

Interamente riorganizzato da Paola Gallo e integrato dei capitoli su L’American garden e sul Novecento da Matteo Vercelloni, torna ora disponibile il volume di sintesi dedicato da Virgilio Vercelloni a L’invenzione del giardino occidentale (Jaca Book, pp. 282, € 90,00).

Tradizionalmente, l’impianto raccorda l’affermarsi del giardino rinascimentale ai recuperi e alle reinterpretazioni umanistiche delle radici della classicità dopo lo iato dei medievali horti conclusi, quindi dei modelli emblematici, della letteratura cortese e della trattatistica che intreccia semplici e agricoltura.

Il sistema di relazioni che il giardino intrattiene poi con l’architettura, la città e il paesaggio, il potere, le sue declinazioni e rappresentazioni, dal rigore geometrico dell’assolutismo al giardino di paesaggio nutrito di illuminismo, il rilievo che con l’Ottocento assume nella vita sociale dello spazio pubblico così come nell’interiorità del soggetto, testimoniano dell’incessante tensione tra l’elemento costitutivo del limite, il confine più o meno fisico che connota il giardino, e l’invito a oltrepassarne il recinto in un’incessante opportunità/inevitabilità di attraversamento.

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Meir Shalev, un giardino selvatico di fiori nella Valle di Jezreel

Da botanico dilettante, ma gran collezionista di fiori di campo, come pure di citazioni bibliche, ricordi, emozioni, il saggista e romanziere israeliano Meir Shalev, autore altresì di storie per ragazzi, ripercorre con sottile vena umoristica il topos che vuole il lavoro della scrittura e quello in giardino accomunati da pazienza, attenzione, capacità di cogliere e associare caratteri, essenze, di “temporeggiare”, di misurarsi con congiunture, come la pioggia giusta, di tenere assieme l’entusiasmante cernita del seminare con la sollecitudine del potare o la costanza del monotono diserbo.

Il mio giardino selvatico (Bompiani, pp. 336, €28.00, con llustrazioni di Refaella Shir) è il racconto in confidenza serrata di uno spazio tempo d’elezione, senza pretese né ideologie, dice l’autore, dove ospitare residui dell’antica foresta, limitarsi a piantare bulbi indigeni salvati dagli sterri dei cantieri, raccogliere semi dei fiori spontanei per agevolarne la riproduzione. È in realtà, anche botanicamente, molto di più.

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Le piante pensanti

Può sembrare ben strano, ma se finalmente ci si sottrae alla visione occidentale antropocentrica e ai suoi parallelismi indotti, appare evidente come una serie di comportamenti vegetali rivelino processi cognitivi che individuano una sorta di psicologia delle piante.
È quanto ci illustra, procedendo puntuale nella divulgazione delle più recenti acquisizioni scientifiche conseguenti spesso a inusitate, spericolate sperimentazioni, lo psicobiologo “vegetale” Umberto Castiello, docente di questo inedito insegnamento dell’Università di Padova.

Capacità di percepire consapevolmente il mondo, rilevazione e elaborazione multisensoriale dei dati, movimenti, delle parti aeree come delle radici, intesi deliberatamente a un obiettivo (arrampicarsi, ripiegarsi delle foglie di fronte a un pericolo, chiudersi per catturare una preda nel caso delle carnivore), memoria che integri esperienza e presente, apprendimento, interazione e comunicazione (acustica, chimica, sotterranea), valutazione del rischio e capacità di decidere (quando fiorire, quando germogliare), distinzione del sé e degli altri, strategie sociali in forma di comportamenti competitivi o cooperativi, son tutti capitoli che, individuandone sub specie vegetale i processi cognitivi, articolano La mente delle piante. Introduzione alla psicologia vegetale, il Mulino, pp. 175, € 14,00.

Per quanto spesso inevitabilmente stretti tra prestiti metaforici che indossano il nostro, umano, animale, punto di vista, riflettere sull’alterità delle piante, sui loro fondamenti biologici, come pure sul loro successo evolutivo, oltreché avvicinarci a un regno come si diceva con esperienze sensoriali qualitativamente diverse e regole affatto proprie, ci permette di riflettere per differenza. Quantomeno di approcci e metodologie, simulando situazioni sperimentali ad esempio in ambito decisionale, dove la “semplicità” delle piante sembrerebbe ridurre il peso delle variabili emotive. O quantomeno di quelle umanamente intese.

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Giardino. La cura del sé

Son molti i livelli sui quali si gioca la suggestione dell’analogia tra giardino e vita interiore. E non è certo un caso che spesso quella precipua capacità del giardino di render palesi, e perfin concreti, condizioni e stati psichici si ritrovi riflessa in metafora anche nel nostro parlare condiviso, dove una serie di pratiche e attività legate alla cura del giardino rivelano un’evidente valenza terapeutica.

Con la sua duplice esperienza di psicoterapeuta e architetto di giardini e con lo sguardo in andirivieni tra mondo esterno e condizione interiore, tra fuori e dentro di sé, Ruth Ammann indaga e racconta il giardino come spazio-dimensione, intermedio tra polarità. Tra natura e cultura, progetto e spontaneità, spirito e corpo, coscienza e inconscio (Il giardino come spazio interiore, Bollati Boringhieri, pp. 116, euro 18).

Per la vitalità delle sue capacità trasformative, come pure per la sua incertezza e imprevedibilità, il giardino risulta così ripetutamente occasione di analisi e immaginazione. Esperienze terapeutiche e di vita, ermeneutica di miti, fiabe e poesie, interpretazione di ricordi e sogni traversano il giardino per via di immagini, temi, simboli e archetipi. Dalla porta alla recinzione, spaziando tra quanto è corporeo e che pure si combina con l’immateriale, dal gioco all’esperienza della relazione, o dell’incontrarsi con il divino, dalla pratica del giardino come cura del quotidiano che ci proietta sul terreno della vita attiva all’educazione alla lentezza e al lavoro manuale come fonte terapeutica, antidoto al negativo.

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Karel Čapek. Il giardiniere dissacrante

Con L’anno del giardiniere, torna la classica riproposizione di quel tipo di meditazione che viaggia per il tramite del giardino (Elliot Edizioni, pp. 128, € 13,50). Una sorta di dissacrante meditazione sul tempo, letta attraverso gli occhi e sul filo delle preoccupazioni – volta a volta piuttosto ossessioni o idiosincrasie – dell’idealtipo del giardiniere, alter ego dell’autore Karel Čapek, intellettuale ceco tra i maggiori della prima metà del 900, romanziere e inventore, tra l’altro, del termine robot che per la prima volta appare in una sua commedia.

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Andar per giardini. Lindisfarne Castle

Lo scrigno-giardino di Gertrude Jekyll fra brughiera e castello

Rinserrato tra i bassi muretti di pietra grigio-chiara che lo ritagliano nell’indistinto della brughiera, sullo sfondo del mare del Nord e dell’imponente sperone di roccia su cui si staglia il profilo del castello che lo intitola, il giardino di Lindisfarne Castle è uno scrigno di fiori, forme, fragranze multicolori che striano la dominante del fogliame argenteo della stachis bizantina che come una trama lo percorre a terra invadendone i viottoli pavimentati in stile Arts and Crafts.

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Il giardino si fa gusto

Raccolta in campagna allo stato spontaneo o, meglio, di questi tempi, allevata anche in vaso per usarla in cucina – che se ne consumino gli inconfondibili fiori a stellina azzurroviola per aromatizzare insalate o accompagnare formaggi o che con altre selvatiche finisca in insalata o in frittata –, la borraggine, pianta che allontana la malinconia, officinale fin dal nome, è una soltanto delle tante erbe che assieme a molti ortaggi e qualche fruttifero possiamo permetterci di coltivare in piccoli spazi aperti o nell’orto. Inanellando così quella sequenza di piaceri (e di qualche faticosa attenzione) che dalla coltivazione direttamente conduce al consumo culinario dei prodotti delle piante che abbiamo imparato a riconoscere – coltivandole – nel corso della loro crescita anche in termini di caratteristiche, qualità e freschezza.

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Hobbs e West, alberi nella storia

A meno di non essere in lungo e in largo viaggiatori per ecosistemi, raramente si ha modo di misurare la sconfinata varietà delle fisionomie degli alberi. Come invece ci accade in uno di quei meravigliosi luoghi artificiali, parenti degli orti botanici, dedicati a scopo scientifico a studiarli e conservarli. Soltanto gli arboreti, specialmente se molto avanti negli anni, ci consentono di percorrere in parallelo questa ricchezza di diversità come in un album di famiglia allargata.

Senza muoversi affatto, c’è poi però quella sorta di genere editoriale di immancabile successo, seppure a rischio di inflazione, che è la ricognizione in repertorio dedicata agli alberi. Dove appunto, oltre a restituirci l’infinita rassegna di miti, raffigurazioni, cosmogonie in cui si specchia il nostro multiforme rapporto con la natura, ci è dato conto, pagina dopo pagina, di questa molteplicità di identità e caratteri.

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Giardini. Le componenti dell’artificio

Se l’essenza del giardino è l’artificio, imprescindibili risultano allora in questo spazio i suoi elementi compositivi, i manufatti che concorrono a creare i singolari giardini come pure il gusto che nelle diverse temperie li connota. Questo, almeno per come intende documentarli in un’accezione ampia il lavoro di ricognizione di Matteo Vercelloni nel volume, oggi in nuova edizione e che pure avrebbe meritato maggiori aggiornamenti, intitolato a Il paradiso terrestre. Viaggio tra i manufatti del giardino dell’uomo, Jaca Book, pp. 336, € 25,00.

In una logica compilativa ispirata al doppio registro della sistemazione di grandi temi per epoche e alla rassegna di singole componenti per come si modellano con il tramutarsi del gusto, si susseguono una serie di schede storico critiche, da leggersi singolarmente oppure incrociandole sulla base di indici per temi e argomenti.

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