Chris Thorogood e la Rafflesia dai fiori impudenti

A cavallo tra esplorazione botanica e percorso iniziatico, il diario di viaggio di Chris Thorogood nelle foreste pluviali del sud-est asiatico alla ricerca delle più rare, ormai pressoché introvabili, specie della bizzarra Rafflesia – una pianta parassita che compie gran parte del suo ciclo di vita all’interno dei tessuti di una liana, per poi produrre boccioli grandi come un pallone da calcio e giganteschi fiori impudenti che simulano l’odore di un cadavere per attrarre le mosche impollinatrici – si configura come una quête al seguito di un’ossessione.

Fanatico fin dall’infanzia del mondo vegetale com’egli stesso si proclama, Thorogood, studioso di base all’orto botanico di Oxford, è un esperto di enigmi botanici e piante parassite: come lo è più o meno l’1% di tutte quelle a fiore che, spesso prive di foglie, magari hanno smesso di compiere la fotosintesi.

Rafflesia arnoldii in una illustrazione di Auguste Faguet per l’Histoire des plantes di Louis Figuier, 1867

Per costoro, Thorogood reclama una collezione vivente, che ad oggi manca, a tutela di una sopravvivenza sempre più precaria, minacciate come sono dall’incalzante distruzione degli habitat e, nel caso della Rafflesia, dall’estrema difficoltà di coltivarla negli orti botanici, o di conservare i semi recalcitranti nelle apposite banche.

Considerando che delle foreste pluviali delle Filippine che ancora un secolo fa coprivano gran parte del territorio, oggi resta meno del 10%, dove vive però circa il 5% delle specie vegetali esistenti al mondo – una straordinaria biodiversità in gran misura riconducibile a un passato geologico che ha confinato nelle diverse isole specie separate destinate a vivere vite diverse – e dato che, per quel che se ne sa, nelle sue montagne resistono ancora un numero di specie di Rafflesia maggiore che in qualsiasi altro luogo del mondo, si trattava di studiarla in natura, individuarne la presenza al seguito di improbabili avvistamenti, mapparne i siti finalmente individuati nelle foreste più impraticabili per proteggerli, insistere nella complessa alchimia di saperi e pratiche locali per tentare di riprodurla.

Nel racconto del suo viaggio di ricerca, l’autore procede da straniero a tutti gli effetti Nel labirinto della foresta dando voce, alternativamente, anche alle sue guide locali, studiosi, erboristi, conservatori di erbari, custodi, vivaisti che insegnano alla comunità locale a propagare piante rare da reimpiantare nella foresta (ad uso degli ecoturisti), nonché il punto di vista presunto della stessa Rafflesia (sottotitolo La spedizione per salvare il fiore più grande del mondo, Codice edizioni, pp. 360, € 28,00).

Rafflesia in una figurina Liebig

Se al tono enfatico delle peripezie si intercalano frequenti digressioni sui più diversi temi – dalla biomimetica al ruolo degli erbari, dalla storia evolutiva delle piante per come tenta di fissarla la tassonomia cui sfugge il processo di speciazione al ruolo che la medicina vegetale sta recuperando nel sud est asiatico anche nelle forme di assistenza sanitaria come alternativa disponibile ed economica ai farmaci convenzionali –, l’esplorazione si snoda inanellando impervi trasferimenti con annesse trafile burocratiche dalle inaccessibili foreste del monte Makiling sull’isola di Luzon, che si ritiene ospiti più specie legnose dell’intero territorio degli Stati Uniti, qui alla ricerca della Rafflesia banaoana della quale sono custodi i membri della tribù banao che pure ne ritengono il fiore uno spirito malvagio, per proseguire alla volta di R. banahawensis sul sacro monte Banahaw, vulcano attivo sui cui versanti si intrecciano migliaia di specie di piante, funghi e animali sotto lo sguardo di quasi centoquaranta specie di alberi – sempre per far confronti, nell’intero Regno Unito se ne contano una sessantina – e ancora fino nell’entroterra di Bengkulu, Sumatra alla volta di Rafflesia arnoldii, la maggiore,cheproduce fiori della larghezza di circa un metro.

Tra gli effetti perturbanti infine del ritrovamento – con l’intera spedizione accovacciata intorno in cerchio, ammutolita di fronte all’indecifrabile alterità di questa pianta – la resa al dato che buona parte delle conoscenze sulla sua misteriosa biologia sopravvive ad oggi soltanto nella considerazione dei saperi tradizionali locali, imprescindibili per la sua conservazione.

Chris Thorogood, Nel labirinto della foresta. La spedizione per salvare il fiore più grande del mondo, Codice edizioni, pp. 360, € 28,00, recensito da Andrea Di Salvo su Alias della Domenica XVI, 23, Supplemento deI Manifesto del 28 giugno 2026

Nello stesso stile, ancora una incisione per il volume dello scienziato e naturalista francese Félix Archimède Pouche, L’Univers: les infiniment grands et les infiniment petits, 1865

Il giardino nel cinema: cura, palestra dei sensi, luogo dell’anima, …

Nella miriade di film che nei più diversi generi e contesti narrativi hanno via via fatto ricorso al giardino come universo di rifermento reale e simbolico, esso è variabilmente chiamato a svolgere ruoli e funzioni diverse: protagonista di gran rilievo scenografico, come invece scenario ibrido, luogo intermedio; occasione compositiva e riferimento narrativo; testimone silente, comunque sagace, magari distaccato, di eventi e presenze, oppure complice partecipe della complessità dei rapporti umani; innesco di relazioni e tramite di consonanze ideali o affettive ma anche labirinto senza meta, trappola dove ci si può smarrire, strumento di seduzione e bellezza, metafora del tempo…

Il posto delle fragole, di Ingmar Bergman, 1957

A fronte di questa assidua frequenza di spazi del giardino – concreti e immaginati – come ambientazione privilegiata, set adottato e ricomposto per le riprese di molta cinematografia, l’interrogativo è – senza poter certo prescindere dalle specifiche intenzionalità di registi e opere – quali forme di ricorsività, quali invarianti emergano in questo addensarsi di rappresentazioni anche in termini di procedimenti, pratiche, soluzioni tecniche.

Aggiornando oggi un loro precedente volume, Laura Falqui e Raffaele Milani tornano a sistemare un cospicuo corredo di film, tra i principali, dove la presenza del giardino determina uno scarto di significato. Disponendoli – dal giardino al parco, alle loro proiezioni in dimensioni fantastica – in una rete di riferimenti, tra ideativi e funzionali, estetiche, grammatiche e tecniche di ripresa: I giardini nel cinema. L’invenzione della natura nell’immagine-movimento, Olschki, pp 125, € 19,00. Ben oltre quelli dove il giardino è protagonista assoluto, come nei Misteri del giardino di Compton House (1982) di Peter Greenaway o nel Giardino segreto (1939) di Fred M. Wilcox, e tenendo invece fuori casi di genere dov’esso è sfondo, luogo di dichiarazioni d’amore, ospite, assoluto dalle logiche del film, come in Messaggero d’amore (1971) di Joseph Losey, Camera con vista (1985) di James Ivory, Il giardino dei Finzi-Contini (1970) di Vittorio De Sica.

Barry Lyndon di Stanley Kubrick, 1975

È prima di tutto sullo sfondo di un rapporto diretto, in prima istanza di cura, che, tra serre e giardini, si trascorre dall’affettuosa reciprocità tra uomini e piante (e, per loro tramite, magari tra donne: Il giardino indiano, 1985, di Mary McMurray), al culto talvolta esclusivo (ad altro compensare) per la botanica, al giardino come palestra dei sensi, educazione e percorso di conoscenza(L’enigma di Kaspar Hauser, 1974, di Werner Herzog), al suo catalizzarsi come luogo dell’anima, che rimonta, magari dall’infanzia, tra sogno e nostalgia (Il Posto delle fragole, 1957), o spazio d’inquietudine tra voci interiori e una natura che si presenta come un immenso giardino (Effi Briest,1974, di Rainer Werner Fassbinder). Fino a farsi desolati scenari di malessere e addirittura, nel loro lindore, testimoni di orrori (il procedere del disagio esistenziale tra stereotipati giardini privati con piscina di Un uomo a nudo, 1968, di Frank Perry; l’innocenza vegetale, immediatamente contigua al crimine di Auschwitz ne La zona d’interesse, 2023, di Jonathan Glazer).

Effi Briest, di Rainer Werner Fassbinder, 1974
Misteri del giardino di Compton House, di Peter Greenaway, 1982

Dove il giardino non cura, va in scena la sua negazione: il giardino della droga di Clockers,1995, di Spike Lee o il Giardino di cemento, 1993, privo di emozioni e ingombro di rottami di Andrew Birkin da Ian McEwan. Mentre diventa set di martirio il giardino di un Derek Jarman avviato alla morte nel suo The Garden,1990: lo stesso, senza confini, del suo Prospect Cottage dove pure a lungo, fuori dalla scena, l’artista giardiniere ostinava a ricombinare ginestre spinose e cavoli marini, legni e selci trasportate dall’oceano.

Oltreché reali, naturalistici, i giardini assurti a set si dispiegano nelle vesti di immaginari regni del fantastico, mondi fiabeschi dove una natura mascherata procede secondo leggi altre. Quelle sfumate dei sogni, del brivido e della paura. Dell’incubo di un’altra sorta di giardini notturni riservato ai morti, cimiteri con prati fioriti pronti a trasformarsi in una scenografia dell’orrore con fantasmi (La notte dei morti viventi, 1968, di Romero). Giardini, peraltro verso capaci di inscenare fantasie, enigmi e misteri del mondo dell’infanzia nelle proiezioni colorate e nei cartoni animati. Laddove, saltando nel disegno tracciato a gessetti sull’asfalto da Bert, i due bambini affidati a Mary Poppins (diretto nel 1964 da Robert Stevenson) finiscono per ritrovarsi in un parco incantato, o quando la protagonista di Alice nel paese delle meraviglie, 1951, scopre come nel giardino dei fiori parlanti anche le piante in perenne metamorfosi abbiano ciascuna, oltre alla facoltà di parlare, un proprio stravagante carattere.

Spesso nella fragilità dell’abbandono o della perdita di un genitore, l’associazione tra giardino e bambini risuona di una naturale protettiva corrispondenza, della complicità di una crescita condivisa sul filo delle stagioni, dell’anno come della vita: su tutti, il caso della versione cinematografica del Giardino segreto dal romanzo di Frances Hodgson Burnett di Agnieszka Holland(1993).

Il giardino di cemento, di Andrew Birkin, 1993
La zona d’interesse, di Jonathan Glazer, 2023
Il giardino segreto, di Agnieszka Holland, 1993

Su una ben diversa scala, e con il portato d’essere assunti a modello, i grandi parchi: dove la teatralità del giardino esteso alla natura, particolarmente si presta ai giochi d’invenzione del cinema, enfatizzata come è nell’interpretazione che questo ne dà combinando elementi compositivi e punti d’osservazione, ritmi e percorrenze.

Se con i loro paesaggi sinuosi di fiumi, laghi e boschetti, i parchi di Waterford Castle, Stowe (ma anche Sansouci), accolgono la pittoresca serie di quadri animati dov’è immersa la manierata ricostruzione del Barry Lyndon (1975) di Stanley Kubrick, nelle lunghe, geometriche prospettive, quantomai evidenti nelle visioni d’insieme o riprese dall’alto, di Versailles, convergono tanto la visita al giardino voluto dal sovrano, che ne La presa del potere di Luigi XIV, 1966, di Roberto Rossellini figura traduzione di una totalitaria volontà di controllo, sulla natura nella sua dimensione architettonica come sull’osservatore (visita di cui peraltro lo stesso Luigi XIV detta il percorso cerimoniale), come anche l’irrompere dell’irregolare nell’ordine imposto al giardino: con la realizzazione ardita di un anfiteatro di verde e acque ad opera di un’immaginaria, specialmente per l’epoca, “architettrice”, appoggiata dal grande maestro André Le Nôtre (Le regole del caos, 2014, di Alan Rickman).

La presa del potere di Luigi XIV, di Roberto Rossellini, 1966
Le regole del caos (Little chaos), di Alan Rickman, 2014

Se può parere scontato l’assunto d’avvio degli autori che “lo spazio che il cinema assegna al giardino sta sempre per qualcos’altro, anche se è riconoscibile come tale”, e che quindi il giardino rappresentato sia sempre, per definizione, anche altro da sé – e, specialmente, un altrove sempre mutevole per eccellenza, nel trascorrere del respiro del tempo che lo anima, sul filo delle stagioni, come nella pluralità di simboli e sogni che vi si proiettano; cangiante nel suo inevitabile sottrarsi al dominio del disegno di un progetto che, inevitabilmente, continuamente lo plasma in divenire, diffratto nella sua identità tra mille abbandoni, tradimenti, after life –, assumerne il punto di vista innanzi tutto, rischia di amplificare per troppo voler comprendere questa sua elusività che pur sempre, soprattutto, ci interroga al di là di tutte le costanti desunte. Fin nella vertigine della lista dove sempre mancherà qualcosa (come è stato notato, anche, ad esempio, per quell’Oltre il giardino (Being There) di Hal Ashby, del 1979, dove l’evocazione a sproposito di regole della cura del giardino-mondo buone per tutte le stagioni da parte di Chanche-Peter Sellers beneficiano della paradossale ratifica del fraintendimento di ciascuno per suo proprio conto).

Laura Falqui e Raffaele Milani, I giardini nel cinema. L’invenzione della natura nell’immagine-movimento, Olschki, pp 125, € 19,00, recensito da Andrea Di Salvo su Alias della Domenica XVI, 25, Supplemento deI Manifesto del 21 giugno 2026

Un uomo a nudo, di Frank Perry, 1968
Oltre il giardino (Being There) di Hal Ashby, 1979

Meraviglie della biologia degli alberi

L’incontenibile varietà delle pur discrete presenze vegetali è forse quanto di più evidente a darci la misura della diversità che ci circonda. Una percezione pressoché subliminale che, da parte degli studiosi, si accompagna all’inesausto tentativo di censire quanti tipi di alberi esistano. Una recente ricerca ne ha contate 73.000 specie solo tra quelli viventi, escludendo quindi quelle estinte e le 9.000 specie che si ipotizza siano ancora da scoprire. Mentre gli scienziati sociali testimoniano di quanto la presenza di alberi influenzi il modo in cui percepiamo la realtà circostante (e le nostre decisioni) – rendendoci dell’80% in più a nostro agio anche nel compiere attività come ad esempio fare shopping –, traducendo la loro esistenza in valore (anche economico) al di là del contributo che danno in termini ecologici, per la loro bellezza e gli infiniti usi pratici.

È a partire dall’immediatezza e dal cortocircuito che innescano questo tipo di notazioni semplici e svelte che muove la capacità di TreeNote – programma radio di successo del venerdì mattina negli Stati Uniti – di interrogarci sulle meraviglie della biologia degli alberi e sui modi in cui costoro si affacciano nella nostra vita quotidiana.

Francesco Ghirotti, Nuova maniera di disegnare alla lavagna per uso degli Istituti Magistrali e degli Insegnanti Elementari, varie edizioni, inizi Novecento

Con interventi di due minuti – oggi confluiti nel serrato susseguirsi di pagine a coppie scandite dal trascorrere delle stagioni –, ci riesce (quasi sempre) l’ecologa forestale Nalini Nadkarni (Un anno in compagnia degli alberi, traduzione Anna Talò, Corbaccio, pp. 128, € 18), da alcuni anni instancabile divulgatrice, ma a lungo studiosa in particolare di quel paesaggio di presenze vegetali e animali che abitano la chioma degli alberi, specie nella foresta pluviale temperata e in quella nebbiosa tropicale: osservatorio privilegiato da cui indagare frequenze di formiche arboricole, distribuzione delle piante epifite in relazione a specie arboree e suoli, microclimi che si generano alle diverse altezze, determinarsi della plasticità delle foglie sul filo delle variazioni nell’immersione delle nuvole.

Dal pur largo orizzonte dell’ecosistema delle foreste – scrigno della ricchezza di specie per oltre un 43% sono i tropici, dove la vita si è evoluta senza le interruzioni glaciali – il salto è qui al rilievo ecologico degli alberi su scala planetaria. Colto però piuttosto nelle pieghe di piccoli episodi, intrecci del quotidiano, incontri in controtempo.

John Constable, Studio di un frassino, 1801-3, Yale Center for British Art

Dalle singolarità di protagonisti come il baobab, capace di immagazzinare enormi quantità d’acqua, al pero da fiore, recuperato, malconcio ma vivo, dalle macerie di Ground zero, al pernambuco o pau brasil della foresta atlantica del Brasile che da quello prese il nome, alle relazioni, che vedono le minuscole formiche-ghianda abitare in oltre 200 appunto in uno di quei frutti (secchi) tra le migliaia prodotte dalle querce in maniera sovrabbondante, ma a scadenze tali da indurre predatori sazi a nasconderle lontano. Per ricordare poi la pletora di oggetti e terminali dagli alberi derivati tramite cui nel mondo volta a volta mangiamo (le bacchette usa e getta prodotte ogni anno in circa 80 miliardi di paia), viaggiamo (traversine, più di 3.000 per ogni miglio di ferrovia), diamo la morte (il calcio marezzato o dai disegni ondulati di pistole e fucili realizzati in noce bianco), animiamo il tempo (la bacchetta del direttore d’orchestra o quelle per la batteria realizzate con un singolo blocco e laccate per stabilizzarne l’umidità). E, ancora, i tappi delle bottiglie, gli onnipresenti e quindi invisibili pali del telefono, le mazze da baseball, … Ma, è specialmente alla fisiologia di questi nostri interlocutori l’invito a volger lo sguardo per prender finalmente confidenza e avviarsi a un’etichetta della coabitazione: dalla loro architettura in filigrana al linguaggio di un corpo sempre in divenire che muove per tensioni, compressioni, inclinazioni, cicatrici, dalla tempistica del loro scolorir di foglie alla lettura sepolcrale di una vita oltremisura nell’irradiarsi degli anelli sul ceppo tagliato.  

Nalini Nadkarni, Un anno in compagnia degli alberi, traduzione Anna Talò, Corbaccio, pp. 128, € 18, recensito da Andrea Di Salvo su Alias della Domenica XVI, 22, Supplemento deI Manifesto del 31 maggio 2026

Lorenz Frølich, Una grande quercia, 1837, New York MET
Félix Vallotton, Il vecchio ulivo, 1922, Ginevra, Petit Palais

Il giardinaggio punk di Éric Lenoir

L’invito, tutto in controtendenza, è a liberarsi dalle regole del giardinaggio tradizionale, dai manuali ai luoghi comuni. Come pure dai condizionamenti delle conoscenze tecniche accumulate. Consentire agli alberi di crescere assecondandone l’estetica anche nell’ombra proiettata, disegnare con la falciatrice sentieri per sottrazione, lasciando intorno porzioni di prato fiorito e graminacee che con la loro clarità raffreddano il suolo, evitare pigramente di annaffiare, eliminare quel che ci disturba, e quindi diradare creando paesaggi, affidando spazi al caso, liberando specie fino allora nascoste, magari a sorprenderci, per imparare a convivere quando non profittare dell’impetuoso diffondersi delle piante selvatiche.

Un approccio poco convenzionale, da praticare seguendo il proprio istinto, a conciliare messa in valore di ciò di cui già si dispone – attrezzature e piante, supporti e competenze – con una sobrietà che risparmia risorse – soldi e magari il troppo tempo destinato – per godersi invece il giardino senza esserne schiavi. Un modo diverso di concepirlo nel paesaggio senza per forza dover disciplinare la natura, lottarle contro.

Questo, in sintesi, tra ecologia e gioiosa trasgressione, l’approccio del modo d’esser proposto già nel 2018 da Éric Lenoir nel suo Piccolo trattato di giardinaggio punk (ora da Elliot con esplicito sottotitolo Imparare a disimparare, pp. 95, € 20,00), ampliato poi nel 2021 in un Grand traité du jardin punk per le edizioni Terre Vivante. Paesaggista formatosi all’École du Breuil e attivista dalle molte esperienze, viaggi e pubblicazioni, specialista di ambienti e contesti selvatici, Lenoir è anche vivaista esperto di piante acquatiche e dei terreni umidi che dal 2012 dispiega una sua pedagogia nel giardino sperimentale a bassissima manutenzione Le Flérial, nella Yonne, zona umida, in quota su altipiani argillosi (soltanto cinque giorni di manutenzione all’anno per un ettaro e mezzo).

Pino Musi, Phytostopia 03

Tra consigli e trovate per realizzare un bel giardino senza troppo curarlo – che sia facile da mantenere (autonomo per quanto possibile), ecologicamente interessante, spesso più intrigante di quello esistente, e dove l’armonia venga da sé – va a finire che nel giardino punk si interviene davvero poco.

Qui prevalgono osservazione e pratiche discrete, capacità di cogliere il potenziale di ogni luogo, lasciar che la natura vi si organizzi a modo suo: lunghi periodi riservati a osservare i cicli di una natura sempre in movimento senza far nulla invitano, noi di passaggio, a cambiar modo di considerarla. A comprendere il funzionamento degli ambienti, le interazioni tra coloro che li abitano, senza trascurare vitalità del suolo, ruolo degli insetti impollinatori come pure gli aspetti della produzione vegetale come fonte di sostentamento.

Secondo questa sorta di filosofia di vita convocata (anche) in giardino, a fronte dell’ormai convenzionale e insostenibile ingessatura di regole e spazi verdi pubblici e abitativi, si “punkizzano” prati, pendii, sentieri e viottoli, zone umide e bacini, ma anche sottoboschi, foreste-giardino, orti, frutteti. Dove “rinaturalizzare” piante ornamentali e accogliere e orientare quelle spontanee, dedicando loro spazi riservati – o contenendole in angoli rifugio – per riconquistare e stimolare biodiversità (una ricca disamina di piante punk viene proposta da una tabella finale).

Paradossalmente per un Trattato, l’idea provocatoria del giardino punk divaga oltre i limiti che a volte noi stessi ci imponiamo. Per tornare a osservare con le stagioni una natura (non quella idealizzata, bella e funzionale) dove valorizzare la diversità come punto di forza, seminare le piante invece di acquistarle, riciclare, ispirandosi alle metamorfosi, dissimulare con rampicanti, fare attenzione ai percorsi dell’acqua, invadere spazi imprevisti, come i giardinetti di facciata che si proiettano sulla strada, coinvolgere scuole e associazioni locali buttando all’aria regole del tipo: si pianta allineando, si pota nei tempi prescritti, il progetto prevale immutato.

Una filosofia di vita-manifesto intesa a combinare aspirazioni giardiniere, rispetto di natura e biodiversità, declinazioni socialmente ed ecologicamente sostenibili. In un rispecchiamento, dove si tratta in realtà del nostro rapporto con il mondo. Punk, groove o rasta che sia.

Éric Lenoir nel suo Piccolo trattato di giardinaggio punk Imparare a disimparare, Elliot, pp. 95, € 20, recensito da Andrea Di Salvo su Alias della Domenica XVI, 20, Supplemento deI Manifesto del 17 maggio 2026

Ivan Shishkin, Corner Overgrown Garden. Aegopodium-grass, 1884

Pino Musi, Phytostopia 09

Piante, emozioni oltre le discipline

Nell’affollato dibattito sul mondo delle piante e sui profondi legami che a costoro strettamente ci connettono, sempre più spesso prospettive di ricerca eterogenee vanno ad affiancarsi e intersecarsi con indagini puntuali di discipline specifiche: botanica e scienze cognitive, neurobiologia vegetale, fisiologia, paleoecologia, ma anche biosemiotica, fitoetica si incrociano con nuovi approcci storiografici e antropologici tra storia materiale e valenze simboliche, studi su arti ed estetiche del giardino si ibridano con quelli sulla genetica delle piante. Così fino a coinvolgere l’intero ambito delle humanitates ambientali che, nel dialogo tra critica culturale e ricerca scientifica vanno via via restituendo una nuova, diversa attenzione a soggettività e prospettive non umane, tentando di dar voce a vocazioni e intendimenti del mondo animale, tracce e aspirazioni del paesaggio, suoli, temporalità, intelligenze altre delle società vegetali. Interlocutori tutti di cui indagare le differenti arti di abitare il mondo anche e proprio per come concorrono a definirlo, irriducibilmente intersecandosi con l’umano.

È in questo campo di tensioni critiche che va a collocarsi anche l’inedita esigenza – come confessato, sempre a rischio di antropomorfizzazione – da parte di una affermata biologa vegetale e accademica dei Lincei di estendere il campo della sua riflessione critica al di fuori della propria disciplina.

 A partire dalle proiezioni vegetali nel mito e nel mondo del simbolico, alle tracce di un linguaggio pervaso di metafore, dall’albero della vita, biblico e tassonomico, all’incrocio di migrazioni e biodiversità, dalla valenza evolutiva della cooperazione – già prima dell’ancora tutto sommato recente invenzione del fiore (con il corollario della coevoluzione con gli impollinatori), con i processi cooperativi interspecifici con i funghi – alle scelte vegetariane come stile di vita, al protagonismo delle piante per l’arte ambientale come per l’ecofemminismo, al loro ruolo diretto nella regolazione del ciclo del carbonio…

Autrice già di un saggio divulgativo dove si soffermava sul profluvio di relazioni più o meno invisibili, anche sotterranee, entro cui risulta immerso il multiforme mondo delle piante, Paola Bonfante si propone ora di superare il suo sguardo, come dice, perlopiù unilaterale da ricercatrice dove raramente vien dato spazio alla dimensione emozionale, empatica che tanto spesso caratterizza invece le relazioni uomo/donna piante (Piante, noi e loro. Biologia, simboli, sentimenti di una relazione speciale, Il Mulino, pp.192, € 18).

Nelle sue curiose incursioni in territori altri, l’autrice, che pure intuisce il rilievo della componente emotiva riconducibile al desiderio di mettersi in relazione con l’altro da sé, conferma però come una sorta di tabu impedisca ai ricercatori di affrontare questioni controverse su come le piante siano senzienti o quali siano i tratti di una loro specifica intelligenza, che vada oltre l’adattamento reattivo, senza leggervi ancora una pericolosa antropomorfizzazione.

Quale sia la loro capacità di percepire consapevolmente il mondo nella rilevazione ed elaborazione multisensoriale dei dati, quali i movimenti, delle parti aeree come delle radici, intesi deliberatamente a un obiettivo (arrampicarsi, ripiegarsi delle foglie di fronte a un pericolo, chiudersi per catturare una preda nel caso delle carnivore), quale la memoria che integri esperienza e presente, apprendimento, interazione e comunicazione (acustica, chimica, sotterranea), valutazione del rischio e capacità di decidere (quando fiorire, quando germogliare), distinzione del sé e degli altri, strategie sociali in forma di comportamenti competitivi o cooperativi.

Non mancano appunti e critiche sottotraccia ai termini di un dibattito che nell’inestricabile dialettica tra fisiologia e comportamento.investe posizioni le più diverse.

Franky Frances Cannon, Urpflanze Goethe’s Archetypal Plant, 2014

Dalla voce del filosofo della scienza Paco Calvo a quella di divulgatrici di grande successo come Zoë Schlanger (Le mangiatrici di luce), o del biologo e micologo Merlin Sheldrake (La vita segreta dei funghi). A riflessioni come quelle – per differenza – dello psicobiologo vegetale Umberto Castiello, docente di questo inedito insegnamento dell’Università di Padova. E alla figura dell’albero madre proposta dall’ecologa Suzanne Simard a suggerire una dimensione sociale nel mutuo scambio di nutrienti e informazioni per via reti sotterranee. Fino anche alla lettura multilivello della docente di Ecologia evolutiva Monica Gagliano integra come strumenti d’indagine al confine tra scienza convenzionale e saperi tradizionali anche incontri da presso con mediatori e sciamani delle piante, tramite lucidi sogni, visioni, apologhi, canti medicinali (icaros).

Un dibattito da ricondurre nel perimetro delle riflessioni sul postumanesimo, di una rilettura critica del paradigma che vuole irriducibile l’opposizione tra le polarità di natura e cultura, dove non basta, nell’apertura di finestre su mondi altri dal proprio sguardo disciplinare, giustappore piccole, utilissime lezioni di biologia vegetale per ciascun tema. Sporgersi appena dal proprio ambito nel pur necessario puntualizzare singolari determinazioni e perimetri.

Andrea Grützner, Dactylis glomerata, 2026

La presa in conto (anche) delle piante come soggetti di personalità e diritti, il misurarsi con la loro alterità, il corto circuito avviato nell’ambito dei quantomai interdisciplinari Critical Plant Studies, o in quelli della “svolta animale” (Animal Turn), dove il dibattito sullo status degli agenti non umani si declina all’incontro di assunti, linguaggi, metodologie assieme scientifici, etici e filosofici – seppure con esiti talvolta non esenti da estremismi e parzialità – rilevano davvero quando configurano nuove visuali, domande impensate. Se interrogano e scardinano snodi, riconsiderano altrimenti storie, chiavi di lettura, concettualizzazioni della vita.

Paola Bonfante, Piante, noi e loro. Biologia, simboli, sentimenti di una relazione speciale, Il Mulino, pp.192, € 18, recensito da Andrea Di Salvo su Alias della Domenica XVI, 18, Supplemento deIl Manifesto del 3 maggio 2026

Compresenze nel gioco del giardino

L’irresistibile tentazione di dar libero corso alla natura nel ridotto del proprio giardino, di astenersi di fronte al suo autonomo dispiegarsi, o, al più, di lasciar spazi sospesi, a disposizione per le erbe selvatiche, è una costante che si ritrova lungo l’intero arco di esperienze e riflessioni ripercorse ora negli anni della sua vecchiaia da Richard Mabey, naturalista e autore di successo. Allestito nella campagna del Norfolk, Inghilterra orientale, e condiviso negli ultimi decenni con la sua compagna, Il giardino per caso di cui ora scrive è specialmente un irrisolto tentativo di allentare il controllo. Per quanto, pur sempre nel gioco delle infinite variazioni tra gli estremi della sua fascinazione d’infanzia per il ritorno allo stato selvatico dopo l’abbandono della tenuta di Berk Hamster Hall, e l’attitudine, tipica anche dei giardinieri, di sempre interferire per sorvegliare e soggiogare la natura. Una propensione ammantata magari nelle forme di una sua paternalistica gestione, ma comunque con tendenza a un dominio indiscusso, sorta di colonialismo in sedicesimo ispirato sotto sotto dalla convinzione che la natura sia difettosa e abbia bisogno di miglioramento, come diceva Horace Walpole, ispiratore del giardino paesaggistico nel Settecento (in italiano con l’improvvido sottotitolo Per coltivare l’equilibrio tra uomo e natura, traduzione di Federica Oddera, Ponte alle grazie, pp. 231, € 19).
Per via di evocazioni ispirate al seguito delle stagioni, Mabey rimonta all’inizio di quest’avventura tra le altre (indicazione del titolo originale), svariando sui molteplici registri del diario, di singolari biografie vegetali, del tributo a diverse figure di giardinieri e naturalisti studiati in passato – dal poliedrico diarista seicentesco John Evelyn con il suo giardino sul Tamigi, pieno di bizzarrie alle liriche di condanna della recinzione dei campi e della pratica dell’innesto del contemporaneo Andrew Marvell. Fino alla ripresa – e messa in discussione – di testi, considerazioni e convinzioni. Compresa la sua giovanile storia culturale della flora spontanea o il tema delle erbe invasive, intruse, spesso, tuttavia come effetto collaterale delle nostre predilezioni ed esperienze, della nostra condotta, del nostro passeggiare.

Kurt Jackson, Oak

Come in un periplo rituale al seguito del suo bastone da passeggio, Mabey si sofferma in particolare sul suo atteggiamento di basso profilo e minimi interventi – che definisce modalità lombrico – rispetto alle parti del giardino meno sorvegliate – l’orto e le aiuole di fiori rimangono appannaggio femminile. Habitat diversi, privi di immediati scopi pratici: la prateria di fiori del prato inselvatichito, il bosco in custodia, continuamente sul punto di scivolare nell’autodeterminazione, e da accompagnare tracciando sentieri “segnati dai tassi e dai nostri desideri” a creare, come per caso, radure di nuove luci e fiori. E, ancora, il laghetto e le classiche siepi di macchia serpeggiante, così infitte nella cultura popolare, nella lingua e nel folklore, anche se per la maggior parte le si vuole inventate all’epoca delle enclosures. Ai poli estremi del giardino, due giganti: l’immenso frassino dal fusto plurale che ancor più emerge in estate dallo stagno e la grande quercia di centoventi anni (anch’essa, a ben guardar, un’immigrata, arborea: non il britannico per eccellenza Quercus robur, ma un cerro, Quercus cerris, introdotto dall’Austria a metà del 700). Così come, primo a fiorire in giardino, spesso già a inizio febbraio, pure il grande Prunus cerasifera è arrivato in Gran Bretagna nel tardo Medioevo, da allora incontestabilmente naturalizzato. O il papavero, giunto dall’Europa meridionale per via degli agricoltori del neolitico, il bucaneve o l’ippocastano: presenze oggi tutte molto amate, e considerate indigene.
Peraltro, le specie vegetali, hanno sempre girovagato in una sorta di nomadismo non soltanto ecologico, fondato su associazioni anche culturali, concorrendo nella lunga durata a definire paesaggi ed esperienza stessa dei luoghi: una specie di familiarità
Giardiniere anche con le parole, Mabey illustra la bellezza convenzionale della rosa, che qui affascina però piuttosto per la fortuita imprevedibilità che trasmettono le varietà botaniche antiche con la loro presenza intessuta di storia sociale e culturale e il particolare legame delle pimpinellifolia, color crema e aroma sfuggente, con le brughiere della costa. E, a contrappunto, quella sfrontata, allegra della ginestra, emblema spinoso e caparbio testimone della campagna non recintata. Risorsa cruciale come foraggio e combustibile degli spazi aperti accidentati, dei common.

Kurt Jackson, Trevider-Pool

Consapevole, come pure confessa, della sua doppia morale sul tema del trasferimento delle piante, racconta di come anche lui abbia finito per allestire nel suo giardino inglese un’area destinata ad accogliere, sulla scorta dei suoi ripetuti viaggi a Creta e nella Francia del sud, esemplari mediterranei – miscuglio di gariga e macchia, arbusti aromatici, bulbi ed erbacee a bassa crescita – originari di climi e culture distanti migliaia di chilometri.
Così, se a tarda primavera, convivono nel suo giardino esemplari selvatici e coltivati in un lussureggiare che sempre sconfina nell’intricata compresenza di un’aspirazione allo sviluppo spontaneo della natura epperò anche del desiderio di governarla, è perché, oltre i confini fisici (le palizzate del nostro controllo) e quelli metaforici (il nostro immaginare futuri ed evocare ricordi) si tratta pur sempre del gioco e, come confida, del privilegio, francamente assurdo, di possedere un pezzetto del pianeta terra.

Richard Mabey, Il giardino per caso. Per coltivare l’equilibrio tra uomo e natura, traduzione di Federica Oddera, Ponte alle grazie, pp. 231, € 19, recensito da Andrea Di Salvo su Alias della Domenica XVI, 16, Supplemento de Il Manifesto del 19 aprile 2026

Apocalittici e di piacere. Appunti per una storia del giardino in Inghilterra

È nella forte componente innovativa che connota entrambi, Orti apocalittici e giardini del piacere, come recita il titolo ancipite del volumetto di Claudia Corti, il sottile trait d’union dell’affresco che in duplice prospettiva l’autrice ne propone sullo sfondo del dibattito culturale dell’inqueta, intraprendente società britannica tra fine 700 e inizio 800 (Sottotitolo, Appunti per una storia del giardino in Inghilterra e in Europa, Metilene, pp.110, € 14,00).

Se, in questo caso per la studiosa di letteratura e storia del teatro inglese, gli orti sono in prima istanza quelli dove il medico, filosofo naturalista e botanico, nonché visionario e poeta Erasmus Darwin (nonno di Charles) ambienta in forma lirica tra il 1789 e il 91 il suo poema The botanic garden dove incrocia varie mitologie con le più recenti conoscenze botaniche – anche a sostegno delle tesi da pochi anni formalizzate da Linneo –, i giardini “del” piacere sono inediti, vasti spazi paesaggistici urbani destinati alla ricerca di divertimento ed emozioni per un ampio e variegato pubblico. Capaci di accogliere, al costo di un modesto biglietto d’ingresso uguale per tutti, forme di spettacolo per cui gli ambienti al chiuso di salotti, teatri e sale da gioco si rivelano ormai insufficienti, e tradotte ora in giardini dove la vegetazione è ibridata di architetture gotiche e finte rovine, archi trionfali, grotte ed eremi – e perfino torri moresche e pagode giapponesi secondo la nuova moda dell’orientalismo.

Erasmus Darwin, come pure William Blake che con le sue incisioni di giardini immaginifici e visionari ne illustra il poema pubblicato dall’influente editore ed animatore liberale Joseph Johnson, appartiene al milieu culturale londinese di stampo radicale sostenitore del pensiero apocalittico e profetico influenzato da Richard Pain Knight, storico delle religioni antiche, classicista, esteta e ideatore del genere del pittoresco così importante nel pensiero e nella pittura romantica. Al centro della seconda parte del poema, in forma lirica di racconto di una giornata ambientata in un giardino botanico e intitolata Gli amori delle piante queste ultime vengono descritte come esseri sessuati in rappresentazione antropomorfica, agenti capaci con la loro potenza procreativa di contribuire alla variazione e al progresso del mondo fisico.

Un attivismo fertilizzante della natura che si riverbera anche in dimensione politica. Dal mito di Adone, trasformato in anemone a rivelare il mistero del ciclo vegetativo, a salici e betulle associate al concetto di fertilità. O, in senso critico, nei riferimenti alla quercia, allegoria dell’ordine monarchico repressivo, o nel simbolismo apocalittico della vite, nella luminosità della calendula e nella rosa, emblemi di una sessualità esplicata e appagata in una liberazione dichiaratamente posta in connessione con il tema della rivoluzione politica.

Pressoché contemporaneo è il diffondersi della moda di giardini urbani di piacere. Interpreti di un’innovazione del gusto che incrocia trasformazioni urbanistiche e forme commerciali di svago e divertimento diffuse ad ampia scala, questi spazi sociali assumono il dato del paesaggio reale arricchendolo però alla ricerca dell’effetto. Fino all’uso di “trasparenze”, grandi pannelli dipinti su entrambi i lati e resi traslucidi dall’applicazione di oli o cera, posti specialmente negli snodi tra viali e boschetti e illuminati durante le feste notturne a creare effetti illusionistici e sorprese scenografiche.

Nelle enormi rotonde – fino a 400 posti, inizialmente intese come rifugio in caso di maltempo, e presto divenute strutture stabili – come pure nelle “ridotte al fresco”, pensate soprattutto per i mesi più caldi dove i concerti iniziano la sera con musiche di Georg Friedrich Handel, Johann Christian Bach, Thomas Arne, si condensa così l’elemento mondano, in artificio scenico, illuminato e spettacolare, per quanto inserito in un modello di giardino all’inglese che aspira a riprodurre l’imprevedibile mobilità di una natura apparentemente selvaggia.

Prototipo londinese di tali giardini di piacere son quelli di Vauxhall, oltre cinque ettari nel sobborgo di Lambeth, sulla riva sud del Tamigi, aperti tutti i giorni, tranne la domenica, da maggio a settembre, a dare il via a un fenomeno che con l’Ottocento si estende alle principali capitali del continente in una dimensione godibile anche dall’alto, con le ascensioni degli areostati.

Diversi son qui i pubblici che convergono in una variegata congerie oltre le classi di appassionati fruitori, che, gomito a gomito, confusi talvolta nell’anonimato dal ricorso ad appositi mantelli con cappuccio, vi si incrociano, incuriositi. Ad ammirare spettacoli, concerti, balletti. Come pure esibizioni di acrobati, giocolieri, mangiatori di fuoco, marionette, o anche battaglie navali, sport di ogni tipo, mostre ed esposizioni, dai fiori ai tessuti.

Fuochi d’artificio e marchingegni ottici, teatrini in miniatura e cascate di luce. E, ancora, messe in scena mimate, pantomime, farse mute, drammi privi cioè di dialoghi recitati e dove si ricorre invece a battute scritte su cartelli per aggirare la censura formale imposta nei teatri con licenza reale del West End. E veicolare così magari messaggi politici e satira rivoluzionaria.

Claudia Corti, Orti apocalittici e giardini del piacere, Appunti per una storia del giardino in Inghilterra e in Europa, Metilene, pp.110, € 14,00, recensito da Andrea Di Salvo su Alias della Domenica XVI, 14, Supplemento de Il Manifesto del 5 aprile 2026

Intraprendenti rampicanti

Silvestro Lega, Un dopo pranzo (Il pergolato), 1868, Milano, Pinacoteca di Brera

Inerpicate su per tutori, spalliere o graticci, gazebi, gloriette, pergole, arcate e bersò, le piante rampicanti risultano, come poche altre, protagoniste del nostro contemporaneo intrattenere la cura del giardino, come già dei suoi diversi stili storici – dal quello medievale, con pergole di vite e rose rampicanti tra piante eduli o da frutto e medicamentose, a quello Liberty, così ricco specialmente di rose rampicanti e glicine che presto dilagano in dipinti e illustrazioni, decorazioni ed arredi. Evocate in letteratura, anche in ragione del loro connesso significato simbolico, nei “bei chicchi violetti/ pregni d’aroma dolceamaro” del possente glicine dai grappoli pendenti di fiori profumati ricordato da Ada Negri, come nelle dannunziane edere primaverili salite su “pel vecchio muro scrostato con un impeto di giovinezza”, e fino al pervasivo loro cugino campestre, la vitalba o clematide amata da Zanzotto, e che la Dickinson accompagna a una sua poesia come dono memoriale prima della separazione per un viaggio: “La vitalba, per un lungo viaggio,/ mi regala un ricciolo/della sua chioma elettrica”.

Con la loro irrefrenabile, talvolta sfrontata, vitalità, la loro indeterminatezza, e però la capacità di adattarsi alle circostanze di crescita le più diverse, le piante rampicanti assolvono un ruolo essenziale, oltreché come accennato nella coltivazione delle forme del giardino o nell’ispirare il nostro immaginario, specialmente qui, per il rilievo dell’attenzione che ad esse dedica Charles Darwin subito dopo la pubblicazione dell’Origine della specie, nel quadro di una serie di studi botanici intesi, oltre ogni limitazione specialistica, come espansione e conferma della sua innovativa teoria.

Edito da Mimesis, per la cura di Renato Bruni e Giacomo Scarpelli, Le piante rampicanti. Movimenti e abitudini illustra i risultati della meticolosa, estenuante sperimentazione botanica che Darwin conduce su una miriade di piante seguite nella crescita fino alla decima generazione nella traboccante serra di Down house (pp. 260, € 20).

Passo conclusivo, questo, dedicato al potere del movimento delle piante – assieme agli studi sui modi mediante i quali le orchidee vengono fecondate, a quelli sulle piante insettivore, e sulla fecondazione incrociata del regno vegetale –, di un filone di indagine consacrato all’osservazione botanica, complementare alla sua teoria generale. Opere  per un secolo e mezzo trascurate, come sottolinea Scarpelli nel suo saggio introduttivo intitolato alla fitosofia del Darwin botanico, richiamandone la comune appartenenza a un disegno investigativo sempre correlato.

E, sempre dedicato alle Rampicanti, è il ponderoso volume messo in campo da Fabio Giani e Laura Pirovano con la regia di Valentina Romano per contro della sua Libreria della natura: sorta di gabinetto botanico editore, luogo-occasione di dialogo di esperienze e divulgazione culturale e scientifica (pp. 528, € 39)

Orientato in questo caso a una dimensione pratico progettuale, si avvale di una nutrita rassegna di esempi di giardini dove le rampicanti assumono ruoli scenografici o strutturali, di un repertorio di ritratti vegetali con provenienze geografiche, schede descrittive e immagini, nonché di una serie di indicazioni per la scelta di supporti e strutture che siano in sintonia con lo stile degli spazi e le esigenze delle diverse specie. È così che, per il tramite di un duplice sguardo che incrocia le competenze di un esperto vivaista giardiniere e la sensibilità di una raffinata paesaggista, il dettaglio dei meccanismi che consentono la flessibilità di fusti capaci di svolgersi senza spezzarsi e delle modifiche di alcune parti della pianta – da quella delle foglie “irritabili”, ai viticci, a uncini, rampini, radichette – illustrano i vari modi in cui le rampicanti possano diventare alleate preziose nella progettazione di balconi, terrazzi e giardini.

Charles Darwin, Le piante rampicanti. Movimenti e abitudini, a cura di Renato Bruni e Giacomo Scarpelli, Mimesis, pp. 260, € 20 e Fabio Giani e Laura Pirovano, Rampicanti, Libreria della natura, pp. 528, € 39, recensiti da Andrea Di Salvo su Alias della Domenica XVI, 12, Supplemento de Il Manifesto del 22 marzo 2026

Giardini. La ricchezza di un vocabolario

Che nel giardino finiscano per convergere saperi ed esperienze dagli ambiti più diversi lo rivela in controluce la ricchezza del suo vocabolario: sorta di lessico sovraordinato che si è andato sofisticando in eloquio distintivo, al crocevia tra reimpasto di linguaggi settoriali e proiezione linguistica del suo continuo distillare mondi, riflessi o immaginati, in veste, appunto, di giardini.

L’imponente volume dedicato a Le parole del giardino. Storia, forme, elementi compositivi, che vede ora la luce per la cura coraggiosa e caparbia di Vincenzo Cazzato, Maria Adriana Giusti e Franco Panzini, conferma, fin dal suo impianto, la valenza euristica di un tale strumento di accesso e lettura a intere stratigrafie culturali. E, pur nascendo nel quadro dei progetti del PNRR dedicati alla conoscenza e valorizzazione di parchi e giardini storici pubblici e privati che vedono coinvolti Associazione parchi e giardini d’Italia, Ministero della cultura, Istituto centrale per il catalogo e la documentazione, fin da subito quest’opera si rivela di ben più ampio respiro e ambizioni (Gangemi, pp. 390, € 45). Ben oltre, certo, l’esigenza che l’attività di ricognizione, censimento e catalogazione di questo patrimonio, in vista di un suo restauro, presupponeva nel senso di approntare strumenti utili alla formazione e, prima ancora, alla messa a punto di una scheda catalografica cui ricondurre una serie davvero molto ampia di frastagliate fisionomie, dalla difficile descrizione, e…. denominazione.

Giovan Battista Ferrari, Hesperides 1646

Riprendendo, anche per l’Italia, l’aspirazione all’ordinamento – oltre i dizionari settoriali, di belle arti (Milizia, 1797), pratico di agricoltura (1930-32), delle arti e dei mestieri (1768-1778) – e alla classificazione sistematica che in parte è stata dei diversi precedenti Atlanti– del patrimonio, delle grotte e ninfei, e più in generale dei protagonisti dei giardini italiani su base regionale con biografie di architetti, giardinieri, botanici, committenti, letterati – si è immaginata qui un’opera che dalla spiegazione del lemma si apre ad ambizioni enciclopediche.

Dal piano lessicale, che pure per etimologie, sinonimi e occorrenze risale accezioni e contesti d’uso, l’impresa di definire termini e concetti attinge dai repertori linguistici dei più disparati settori – quelli di progetto, arti plastiche, riflessione filosofica, saperi pratici tra architettura, botanica, idraulica,  … – nella loro messa a confronto e in interrelazione per epoche e tradizioni culturali. Per farsi però soprattutto – e prioritariamente – esplorazione a tutto campo, secondo un inquadramento tematico che risulta via d’accesso principe alle informazioni, tanto da configurare una lettura critica che, oltre le consuete interpretazioni per scenari e genealogie, lascia intravedere costanti strutturali cui guardare.

L’ordinamento proposto in dodici sezioni (tra cui, Generi, Edifici e manufatti, Spazi e forme vegetali, Luoghi miti simboli, Aspetti emozionali, Conoscenza e conservazione, Nuove frontiere) è articolato su tre livelli gerarchici.

Giovan Battista Ferrari, Flora overo cultura di fiori, 1638

Per attestarsi su una granularità ponderata dove trattazioni più ampie (Città giardino, Paesaggio culturale) si accompagnano a descrizioni di dettaglio con un setaccio minuto che nulla lascia sfuggire (da Ananassiera a Zampillo); dove l’espressione Giardino pensile è ad esempio trattata nella sezione Forme della macro area Generi; come, sempre in quella macro area, la Cordonata viene illustrata nella sezione Scale e rampe della sezione Morfologia o ancora il concetto Prospettiva è nella sezione Sistemi visivi e prospettici della macro area Giardino e teatro.

Il tutto, prevedendo peraltro slittamenti – come per il Viadotto: Opera caratterizzante, una volta dismesse le valenze funzionali, per diventare Passeggiata o Giardino lineare – e precisazioni, nei tanti casi in cui lo stesso termine base traduce riferimenti differenti in lingue o ambiti culturali (il boschetto rinascimentale non è proprio il bosquet di Versailles).

Giovan Battista Ferrari, Hesperides, 1646

A questa già di per sé fitta trama mette ulteriormente le ali un esauriente indice alfabetico di voci e rinvii interni, risolvendo anche la contemporanea appartenenza a diversi settori (o l’assegnazione a uno piuttosto che ad altri).

Assai ci sarebbe piaciuto, ancora, che i così numerosi esempi d’uso – pronti a diventare immediatamente fonti di riferimento – potessero esser sempre rinviati. Ma sarebbe stato davvero chiedere troppo.

Vincenzo Cazzato, Maria Adriana Giusti e Franco Panzini, Le parole del giardino. Storia, forme, elementi compositivi, Gangemi, pp. 390, € 45, recensito da Andrea Di Salvo su Alias della Domenica XVI, 10, Supplemento de Il Manifesto dell’8 marzo 2026

Ercole Silva, Dell’arte de giardini inglesi,  1813
Giovan Battista Ferrari, Hesperides 1646

Giardini come pharmakon? Reciprocità di affetti, etnobotaniche, biopolitiche

Linda Fregni Nagler,  senza titolo, Milano 2019, mostra Hana to Yama (Fiori e Montagne)

Giardini come pharmakon? Reciprocità di affetti, etnobotaniche, biopolitiche

La messa in prospettiva dei diversi modi in cui pratiche della cura, perimetri di un benessere che via via ci corrisponda, modi di intendere l’ambito salute-salvezza si declinano nell’esperienza del paesaggio e nella pratica del giardino sconta il fatto che, a partire da una serie di recenti riflessioni e approcci metodologici, questi luoghi si son fatti d’elezione di una consapevolezza dove, dismessa ogni presunzione di una gerarchia del vivente con l’uomo al vertice, siamo parte di un sistema di interdipendenze ecologiche in implicazione stretta con voci e prospettive non umane che concorrono a definire e modellare l’ambiente (e il nostro umano costruire, abitare e dare forma a mondi).

Se paesaggio e giardino – letture e invenzioni perciò dalla firma plurale – risultano connotati con speciale evidenza dalla centralità di questo permanente, vicendevole intessersi di relazioni tra esseri umani e i non umani, merita, spostando accento e attenzione dalle individualità alle relazioni, interrogarsi su misura e ambivalenze, appropriatezza, dimensioni e temporalità di queste reciprocità di affetti.

Relazione prevista per la ventiduesima edizione delle Giornate internazionali di studio sul paesaggio della Fondazione Benetton dedicata al tema Healthscapes. Il paesaggio, il senso contemporaneo della cura e l’equivoco del benessere (giovedì 26 e venerdì 27 febbraio 2026, nell’auditorium di Palazzo Bomben di Treviso)