Il giardino delle Sicilie

Immersa nel susseguirsi di storie, nature e paesaggi che hanno plasmato le sue molteplici, composite, cangianti diversità, tramite ed eco del loro irradiarsi per i numerosi mari che la incrociano, sta, perno nel Mediterraneo, la sua isola più grande.
Epitome del rincorrersi di quei molti Mediterranei, emerge con il suo frastagliarsi in tante Sicilie diverse, per altimetrie e morfologie, fisionomie, caratteri e predilezioni, come un aspro, delizioso, conturbante giardino che risulta di tante conviventi diversità in cammino.

Scuola maiorchina, Carta nautica del Mediterraneo, XVII secolo

Pure, tutte accomunate dalla lunga aridità estiva e, in una variabilità climatica di picchi estremi, nel girare del vento e della luce accecante, nell’inalberarsi dei profili di monti e scogliere, nel convergere e variare di paesaggi di rocce e gessi, grotte e vallate con quelli delle tradizioni e delle scienze agronomiche, nell’immobile ondeggiare di colline indorate dal grano come nel rigoglio dei margini dei giardini fruttiferi, nella varietà di spine, siepi e profumi come nell’incontro scontro di popoli, tradizioni, culture lungo il distendersi di chilometri di coste chiamate, oltre i confini e i conflitti, a mescolare e connettere, trasferire merci, idee e saperi.

Così, tra varietà e mutevolezza, nei contrasti e nella convivenza di diversità tra loro estreme, si costituisce l’identità plurale di quella Sicilia mediterranea che, come per l’accrescimento del tronco dell’olivo – suo rilevatore ecologico e costante contrassegno simbolico – per via del riprodursi continuo di gemme avventizie, procede negli anni e nei secoli, nella torsione di singolarità indistinguibili in successione.

A narrarci di queste commistioni di asprezze e consonanze, disegnando come in un portolano di approdi e cimenti una cartografia fitta di relazioni, debiti, incroci (e scontri), Giuseppe Barbera esplora ora le diverse tessere di quel mosaico che costituisce Il giardino mediterraneo. Storie e paesaggi da Omero all’Antropocene, (il Saggiatore, pp. 282, € 22,00, con un inserto fotografico di Margherita Bianca). Che sia la vicenda del paesaggio delle grotte e delle coste dello Zingaro, con la sua grande biodiversità di mille erbe effimere che prima del secco si affrettano ad andare a seme (finalmente protetta con l’istituzione della Riserva), o quella della varietà e dell’ininterrotta produzione del “giardino mediterraneo” per antonomasia dell’antica Alesa, sulle coste del Tirreno, di Maredolce o dei recuperati giardini fruttiferi della Kolymbethra nella Valle dei Templi.

Da appassionato scrutatore di paesaggi e scrittore facondo di colture arboree – e delle culture che le ospitano e se ne nutrono –, Barbera inanella considerazioni esito di molteplici lenti e curiosità in un’ininterrotta interrogazione di testimonianze convocate a moltiplicare e collegare, oltre le occasioni e i tempi, punti di vista e linguaggi: dagli echi dell’Odissea alle testimonianze di Diodoro Siculo, dalle indicazioni di Plinio ai bagliori accesi nel verso dei poeti siciliani in lingua araba, dalle visioni evocate da scritti e disegni dei viaggiatori del Grand Tour al realismo ottocentesco dei popolari dipinti del palermitano, “ladro del sole”, Francesco Lojacono. E poi via, Pirandello, Quasimodo, Sciascia, ma anche il Goethe del paradossale “deserto di fecondità” delle colline interne nei pressi di Caltanissetta, il Bernard Berenson dell’apparizione dell’Etna, il Cesare Brandi, che del paesaggio pantesco scrive come di un lavoro “fissato con un’opera più di giardinaggio che di agricoltura”.

Con un’evidenza flagrante, le diverse geografie dei luoghi – rilette all’indietro, fin dalla loro più remota evoluzione geologica – si tengono insieme così, nel giardino del Mediterraneo, con le storie della loro continua riscrittura, nel mutare nella percezione dello sguardo interiore che li coglie, fino all’oggi. Tra paesaggi a terrazza e latifondi senza orizzonti della Sicilia interna, bianche fioriture di mandorli sullo sfondo della Valle dei Templi e coltivazioni in interstizio tra la lava dell’Etna o nelle pantesche torri di pietra attorno al giardino ch’è lì ogni singolo agrume. Ma, anche, tra la selva di raffinerie presso coste cementificate e gli sfregi del sacco edilizio, lo stridere di migrazioni e squilibri ambientali con cui misurarsi, nella lezione appresa, in rinnovati paesaggi futuri.

Giuseppe Barbera, Il giardino mediterraneo. Storie e paesaggi da Omero all’Antropocene, il Saggiatore, pp. 282, € 22,00, con un inserto fotografico di Margherita Bianca, recensito da Andrea Di Salvo su Alias della Domenica XI, 29, Supplemento de Il Manifesto del 25 luglio 2021

Orti botanici presidio di biodiversità

Nella collana de il Mulino Ritrovare l’Italia, che di volta in volta ci invita ad andar per abbazie, città sepolte, caffè storici (ma anche per luoghi di confino, o … del ’68), è ora il turno per restituire la mappa del patrimonio delle diverse decine di quei condensati di incanto e scienza, memorie e avventure, innesco e disseminazione di conoscenze nelle relazioni tra uomini e piante che sono gli orti botanici.

Nati in stretta connessione con le università, come luoghi di supporto alle professioni mediche dove ospitare e conoscere dal vivo le specie vegetali utilizzate nella farmacopea, con l’affermarsi della botanica come scienza a sé diventano assieme strumento di supporto al rinnovato anelito classificatorio del vivente e custodi del bottino delle spedizioni e delle scoperte dei cacciatori di piante nei nuovi continenti tra XVI e XIX secolo, sempre all’incrocio di una complessiva acclimatazione di costumi (ornamentali) e usi (materiali) delle piante nel quadro di un articolato gioco di interessi economici e geopolitici per l’utilizzo delle specie “utili”.

Motivo spesso di prestigio e di vanto per istituzioni e comunità promotrici, per quanto sempre a rischio in un’esistenza che viaggia tra trasferimenti, abbandoni e ristrutturazioni, gli orti botanici punteggiano orami da secoli la vita delle nostre città e ne accompagnano la vicenda. Almeno a partire da quando, nel 1545, viene inaugurato l’orto botanico di Padova, il più antico del mondo ancora nel suo luogo di fondazione (altrimenti, Pisa poco prima). Ancor più, dal momento delle prime aperture al pubblico e in osmosi con il territorio del quale spesso illustrano flora e endemismi.

Nel suo impianto descrittivo, Andare per orti botanici, per la penna di Manlio Speciale, botanico e curatore di quello di Palermo e Alessandra Viola, sempre intrigante divulgatrice scientifica (pp. 145, € 12,00), si presenta, come una guida efficace che di questa vicenda illustra ragioni condivise e singolarità da non perdere.

Oltre l’elenco delle specie e delle collezioni custodite, gli esemplari rilevanti per rarità ed età, le testimonianze di visitatori illustri, la lezione estetica, seppur nel travestimento della sistematica, si ripercorrono protagonismi (umani e vegetali) ed episodi salienti. Evidenziando come per ciascuno di questi poliformi protagonisti dalle molte funzioni – sperimentatori e divulgatori di ordinati saperi e nuove estetiche (assieme laboratorio, aula, museo vivente) –, si aggiunga, a fronte delle sempre maggiori urgenze della crisi ecologica, il ruolo sostanziale di presidio di biodiversità.

Manlio Speciale, botanico e Alessandra Viola Andare per orti botanici, il Mulino, Ritrovare l’Italia, pp. 145, € 12,00, recensito da Andrea Di Salvo su Alias della Domenica XI, 28, Supplemento de Il Manifesto dell’18 luglio 2021

Tutto è foglia

Nel loro inafferrabile polimorfismo le foglie sono ovunque sulla terra elemento pervasivo. Matrici di vita, non foss’altro che per la loro capacità di assicurare la fotosintesi. Da quelle dell’acanto, maestose fino a ispirare i fregi dei capitelli corinzi a quelle delle felci, dapprima circinnate e che si srotolano poi, per pinne e pinnule, assieme al pastorale, da quelle a sei lobi a forma di ombrello del Podophyllum, alla verticalità degli equiseti, fino agli oltre tre metri di larghezza di quelle della Gunnera manicata.

“Tutto è foglia” diceva Goethe riferendosi a quel concentrato modulare di capacità plastico funzionali e alle correlate estrinsecazioni estetiche. E lavarietà di attributi che fin dal nome qualificano gli individui vegetali tramite il richiamo alle loro foglie ci dice del rilievo che questo elemento assume come loro tratto distintivo. Oltre il gioco dei nomi, che procedono spesso per travestimenti, analogie e somiglianze – da acerifolius a rosmarinifolius, quando si tratta invece di ben altri soggetti –, nella classificazione binomia è spesso indicato proprio il richiamo alle loro forme, dimensioni, cromatismi, tessiture, variegature (cordifolia, alba, aurea, capilliformis, maculata, picta, marmorata).

E se di volta in volta queste diverse caratteristiche sono espressione di adattamenti funzionali al contesto ecologico prediletto in natura, in giardino – con questa consapevolezza – possono essere occasione d’ispirazione: soluzioni compositive come su una tastiera dove, oltre le stagioni delle fioriture, procedere per accostamenti, affinità, contrasti.

Giardini di foglie è, per la Libreria della natura (pp. 402, € 30,00), la proposta a cura di Laura Pirovano di una riflessione complessiva e una puntuale rassegna illustrata sul mondo delle piante da foglia. Suddivise per forma e colore e corredate da note colturali e d’uso, ma all’interno di un corale incrociarsi di punti di vista, spunti e suggestioni, tra anatomia botanica e collezionismi, indicazioni di sperimentatori, vivaisti e paesaggisti. Con annessa selezione di ricette dove lo chef Michele Maino ci invita a mangiare la foglia esplorandone i più imprevisti usi culinari.

Giardini di foglie a cura di Laura Pirovano, Libreria della natura, pp. 402, € 30,00, recensito da Andrea Di Salvo su Alias della Domenica XI, 27, Supplemento de Il Manifesto dell’11 luglio 2021

Giardini paesaggio. Con le spine

Se collezionare piante significa sempre anche un po’ accumulare paesaggi e reinventare mondi, collezionarle “con le spine” vale a evocare le condizioni spesso estreme degli habitat dove solitamente si trovano a vivere in natura fieri protagonisti vegetali come agavi e opunzie, lithops, ferocactus, mammillarie. Si tratta di solitudini riarse, deserte distese ininterrotte, ritmate soltanto dalla verticalità di monoliti spinosi, dall’inciampo di vegetali che a terra mimano pietre, dalla soggezione che aggressivi incutono gli aculei che li ricoprono, dal disporsi a corona dei frutti sulle loro sommità, dopo l’improvviso rapimento di incongrui fiori annuali che, appariscenti, ci adescano dal nulla.

Capita così che a furia di trapianti e innesti dagli altopiani africani, o del nord o sud America, queste acuminate formazioni colonnari o a rosetta, figure ispirate, forme primarie che paiono scolpite in un limbo a cavallo tra i regni, minerale, vegetale e animale assieme , finiscano per disporsi custodite in conchiuse oasi artificiali: giardini ma del tutto particolari.

E se le attestazioni dell’avvicendarsi di storie e piante son davvero frequenti tra gli appassionati, scrittori e coltivatori dei giardini più consueti, quelli di ombrosi, morbidi fogliami e rigogliosi rincorrersi di fioriture, rare sono invece per quelli di spine, da parte della particolare congrega dei loro curatori – perlopiù schivi, a imitazione della predilezione per piante tutte concentrate a lottare per la sopravvivenza. Rare le confessioni della vicenda che tra storie di scoperte botaniche e incontri con individui vegetali con cui si intesse poi un rapporto d’elezione che dura negli anni della vita, li ha portati a ricreare, in un’analogia con paesaggi interiori temprati dalla confidenza con l’austerità dei sensi e della mente , questi singolari mondi in miniatura.

È il caso del medico e pittore, collezionista e giardiniere autodidatta Agostino Muratori, narratore capace di evocare, per archi progettuali, succedersi di stagioni e trascorrere delle ore del giorno, il divenire e gli snodi del farsi e disfarsi del suo giardino di Anzio, che va ben oltre la collezione e la sola Collezione di spine del titolo del volume dove racconta le sue Storie di un giardino (Bompiani, pp. 165, € 17,00).

Assecondando una tendenza alla miniaturizzazione, qui si procede per quadri e microhabitat. Oltre le spine delle succulente e i drenaggi con cui amministrarne con parsimonia la sete, c’è la zona delle piante tropicali e subtropicali , e, con grande varietà di datteri, le palme esotiche che si carezzano a vicenda, il viale maturo di olmi, bagolari, querce, pini e ginepri, l’eco delle paludi delle Everglades con il ricadere degli aghi del cipresso calvo. A costeggiare il laghetto, poi, l’angolo del Giappone dove collocare in equilibrio un giardino di bonsai, isolati su sfondo neutro per non mortificarne le potenzialità illusionistiche nella confusione prospettica e, ancora, gli angoli bui, luoghi segreti e ritrosi dove alberga, sempre soltanto intravisto, il genius loci. E il vecchio susino esausto che, misurandoci, sembra imbalsamato, assieme ai cento tronchi delle cycas – tra sudafricane (Encephalartos), messicane, australiane (macrozamie e zamie), disseminate per raccordare le varie zone del giardino: piante ancestrali, totemiche testimoni immutate dal giurassico, più vicine alle conifere che alle palme di cui a prima vista sembrerebbero le progenitrici.

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Panzini. Fenomenologia degli orti urbani

Il fenomeno degli orti urbani su cui spesso si scrive e dibatte con l’approssimazione indotta forse dalla multiforme varietà del loro diverso, volta a volta, precipitare in campo e nelle realtà sociali, ricombinando e reinventandosi ogni volta in utilizzi e forme diverse, meritava da tempo di essere messo a fuoco e contestualizzato.
Ne ripercorre ora finalmente la genealogia e l’enuclearsi dei tratti distintivi sui piani più diversi della storia sociale, economica e del costume Franco Panzini nel suo Coltivare la città. Storia sociale dell’agricoltura urbana nel XX secolo, per la collana Habitus di DeriveApprodi, pp. 218, € 16,00.

Con l’affilata sensibilità che da paesaggista interpola saperi e discipline, capace di interrogare un ampio spettro di fonti – che si riverberano anche nel ricco corredo documentario di progetti, fotografie, manifesti, vignette di fumetti, opuscoli – Panzini indaga questo snodo essenziale dell’interazione, sempre stretta e travagliata, tra città minerale e coltivazione di suoli, tra pratiche e immaginari che si disvelano in questi particolari spazi atmosferici spesso occasione di condivisione, connettori di relazioni, cibo, bisogni, aspirazioni.


Batman, Robin e Superman coltivano un Victory Garden, copertina del giornale a fumetti «World’s Finest Comics», n.11, settembre 1943
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Le malerbe nel bosco degli scrittori

Delle molte variabili che, tra analisi teorica e proposta editoriale, incrociano il reciproco influenzarsi di immaginazione, creatività letteraria e attenzione critica ai temi dell’ambiente, la collana dell’editore Aboca intitolata a Il bosco degli scrittori invita ora questi ultimi a indagare fascinazione e forme di tale multiforme interazione.

Così, nel caso dell’Erba matta di Laura Bosio, dalla formazione negli anni della socializzazione dei saperi e delle radio libere – tra slogan (anche vegetali), appartenenze militanti, scissioni e derive, amicizie singolari e troppi maestri –, fino a quelli maturi del nostro contemporaneo confrontarci con la segregazione della pandemia, l’esito è quello di un album di memorie, riflessioni, predilezioni. Talvolta personali, talvolta condivise, generazionali, lette sempre però con lo sguardo singolare della protagonista. Attenta, eppure sempre distratta, pronta a farsi rapire dalle malerbe del titolo (pp.173, € 15,00).

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L’almanacco verde di Hajek e gli alberi che ci somigliano

Che si tratti delle forme stravaganti delle chiome, dei mirabili colori dei boccioli, di profumi evocativi, ma anche di personalità, storie, comportamenti di protagonisti singolari del mondo vegetale, le suggestioni che ci provengono dall’universo di piante e fiori continuano a propagarsi, ispirando e ibridando anche le pubblicazioni per ragazzi.

È il caso dell’invito a esser Come alberi nella storia per immagini-mondo disegnate da Felicita Sala sul filo degli intonati testi di Maria Gianferrari, o dell’almanacco per piante singole, illustrate da Olaf Hajek in guisa di fantasmagorici tarocchi nel gioco di domande e risposte cui per ciascuna le introduce Christine Paxmann squadernando le più diverse varianti del Flower Power. La forza gentile delle piante (entrambi per Rizzoli junior, con indicazione dai 6 anni, rispettivamente, pp. 32, € 18,00 e pp. 40, € 22,00).

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Sempre spettacolari, anche quando del tutto familiari, pagina dopo pagina, pianta dopo pianta, le figure vegetali animate da Olaf Hajek balzano sgargianti da sfondi piatti – patine rinascimentali che le rilanciano in primo piano –, incorniciate in scenari lussureggianti: ovali, riquadri con grottesche in stile pop e effetti di collage, ma sempre in compagnia assortita di animali e umani. In figura di eleganti damine (le peonie), raccoglitrici di sorbo con bruchi, vedette da circo, immaginifiche, acrobatiche piramidi multispecie di mammiferi, uomini, vegetali, uccelli, trombettieri con impollinatori, ircocervi di cappelli floreali che si fanno marchingegni e paesaggi interi, parterre di giardini immaginari, danzatrici indiane (zenzero) con fenicotteri, soldatini, ciclisti, corsari e signori incilindrati (passiflora).

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Arboreto di testi … da Luzi a De Pisis

Che ci si inebri ad ascoltarli nel loro gergo, parlare albero (Prévert), passandosi l’un l’altro il testimone in un’inesausta lettura da mille e una notte (e altrettante e più pagine), o che lo si apra a spacco, casualmente, questo arboreto di testi distillato in trepida, sapiente partecipazione da Mino Petazzini, testimonia, pur nell’irriducibile alterità di questo nostro antico nemico, nuovo amico,di un infinito dialogare e interrogarsi, nell’assonanza e nell’assomigliarsi che ci lega fino all’immedesimazione, all’autoritratto (La poesia degli alberi Un’antologia di testi su alberi, arbusti e qualche rampicante, Sossella editore, pp. 1050, € 30,00).

Stesse le cicatrici della vita (Luzi), quasi non suo, ma nostro esista il tronco / istoriato di nomi e di chimere (Prevert), sfilano gli alberi, con il loro modo lento di guardare e amare, testimoni di un certo tipo di etica, sufficienti a sé stesi. Solitari e solidari, in radura o filare, ma sempre spiccano con le loro fisionomie e fattezze (ombrose), in un bosco che è noi e ci custodisce Il bosco è dentro di me e io dentro quel bosco, / io la meraviglia dell’ombra che cammina sulla schiena del vecchio cinghiale/ io il suo respiro che piange/ io la foglia fradicia l’orma di un piede lo sterco del cerbiatto (Roversi)

Richiamati a costituire interi piccoli paesaggi, affollati anche di animali, uccelli appollaiati, farfalle e pollini, piantati presagendo, gli alberi portano pensieri lungimiranti per il bene comune. Servono per dire di aeree meteorologie interiori, del vento che li abita, dei cieli che si acquietano tra i rami, del marmo delle nubi e del rumore della notte … ma anche dei torti che subiscono, braccati.

Dopo la sezione che li vede indistintamente protagonisti, intitolata al Prologo degli alberi, la parola tocca alle singole specie in alfabeto (76) con arbusti e rampicanti interpellati per via di versi, madrigali, canzoni, indovinelli popolari, con tanto di presentazioni botaniche e percorsi interpretativi tra gli autori convocati dalle diverse letterature, fino a quelle orientali.

Genealogie incrociate di alberi e miti, metamorfosi e trasfigurazioni valgono come richiamo alla terra, all’infanzia, allo scorrere del tempo, al primo amore o alla prima poesia (come per l’Hesse del giovane faggio sanguigno).

E se la terra è un’arancia, a cui somiglianza venne fatto il mondo e la sensualità del fico, da Dioniso a Demetra fa il paio, da Persefone al Cantico dei cantici, col profumo dei grani del melograno, la trama del carrubo che si profila / nuda contro l’azzurro sonnolento (Montale), contempera gli equilibri diagonali del cedro insuperbito, mentre lo slanciato zampillo d’ombra e sogno (Gerardo Diego) dei cipressi che son stanchi d’essere antichi (Emanuel Carnevali) punteggia l’austerità costante degli abeti in cappello a punta/ vestiti di lunghi vesti/ come astrologhi (Apollinaire).

Oltre gli stereotipi del languore e assieme della ferrea presa del glicine, alla moda tra Liberty e Art Nouveau, nonché della pioggia di fiori del ciliegio, dal legno rosso fosse quasi passato alla fiamma, ammicca l’ostinata vitalba …buona solo per farne fascine e faville (Zanzotto) e il sacro, mediterraneo, coronante ramo d’alloro, questa volta evocato dal De Pisis, oltreché poeta, pittore ed erborizzatore, per dirne ben che può servire per l’intingolo della trota.

Filippo de Pisis
Natura morta con quadro di de Chirico (e alloro), 1928

Mino Petazzini, La poesia degli alberi Un’antologia di testi su alberi, arbusti e qualche rampicante, Sossella editore, pp. 1050, € 30,00, recensito da Andrea Di Salvo su Alias della Domenica XI, 21, Supplemento de Il Manifesto del 30 maggio 2021

Piante medicinali occhieggiano dai campi

A dispetto del suo giocondo diffondersi nei prati, da maggio all’autunno con nuvole di fiori aromatici raccolti in false ombrelle su steli che possono arrivare fin quasi a un metro e foglie finemente frastagliate, l’Achillea millefolium, intitolata al mitico eroe dell’Iliade, viene anche detta herba militaris per le capacità che le si attribuivano di arrestare il sanguinamento. Come una gran parte delle piante terrestri (oltre un decimo), rivela anch’essa attitudini medicinali e se spesso è ancora impiegata nei nostri giardini come erbacea perenne, in gruppi e come sfondo, pure la si trova frequentemente richiamata nel variegato armamentario della farmacopea, più o meno popolare e nella medicina tradizionale a proposito di un’innumerevole serie di proprietà terapeutiche e utilizzi (in questo caso, l’azione antibatterica utile nella guarigione delle ferite, ma, prima dell’uso del luppolo, ad esempio l’impiego nella birrificazione per inibire i microbi).

Custodite in passato nei cosiddetti Giardini dei semplici, riservati alle erbe aromatiche e officinali, e impiegate poi nelle cure di base anche sulla scorta di conoscenze a lungo affidate alla trasmissione orale, le piante “medicinali” sono state a lungo la principale risorsa curativa in Occidente e ancora oggi altrove lo sono. Tornate di recente oggetto di un rinnovato interesse, occhieggiano nei campi e nei nostri giardini, talvolta negli orti, associando al piacere dei sensi e del palato, la capacità di sintetizzare composti capaci di alleviare i sintomi di molti disturbi.

Acanthus mollis

Meritevoli quindi di uno sguardo e un riguardo particolari, a queste benefiche compagne dei giardinieri è dedicata l’efficace, essenziale e riccamente illustrata ricognizione curata da Monique Simmonds, Melanie Jayne Howes, Jason Irving, edita ora in italiano da Guido Tommasi Editore che da anni continua il lavoro di localizzazione di importanti, pregevoli testi, molti come questo nel segno della migliore tradizione di alta divulgazione, da parte di un’istituzione come i Royal Botanic Garden di Kew (Piante Medicinali. Un elenco dalla A alla Z delle piante curative e dei rimedi casalinghi, pp. 224, € 24,90).

Articolato in accurate schede, tra usi tradizionali, scoperte mediche e descrizioni dell’uso di radici, fiori, cortecce, bacche, tuberi, olii essenziali, questo compassato volume sorprende con approfondimenti – le infestanti come medicine – e ricette anche insolite, dal caffè di cicoria alla crema al centocchio, dall’unguento di consolida allo sciroppo di viola mammola.

Brassica oleracea

Monique Simmonds, Melanie Jayne Howes, Jason Irving, Piante Medicinali. Un elenco dalla A alla Z delle piante curative e dei rimedi casalinghi, Guido Tommasi Editore, pp. 224, € 24,90, recensito da Andrea Di Salvo su Alias della Domenica XI, 20, Supplemento de Il Manifesto del 23 maggio 2021

Giardinieri con humor

Con umorismo tipicamente inglese, sempre giocando sul filo del paradosso, l’accoppiata di vignette e testi che, per la penna, rispettivamente di Heath Robinson e K. R. G. Browne, si rincorrono tra le pagine del volume Come coltivare un giardino, con arguzia si fanno gioco di fissazioni e idiosincrasie, manie e furbizie del variegato mondo dei giardinieri di fatto e aspiranti tali (Elliot, pp.114, € 13,50).

Pubblicato originariamente nel 1938 nella serie How To…. , animata dal gusto del tempo di stigmatizzare con leggerezza i tic della modernità incalzante (Come essere un marito perfetto, Come vivere in un appartamento, Come essere un automobilista), questo non manuale inscena risposte astruse alle inverosimili esigenze di quella genia evocata sotto il segno dell’assurdo fin dalla dedica: giardinieri scorbutici,  strabici o astemi, quelli in luna di miele, i calvi, gli irsuti, ma anche agli architetti di giardini rocciosi, i tagliatori di fiori all’occhiello. Quelli insomma che da tempo ormai non si vedono i piedi… per le troppe piante.

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