Per noi tutti, cercatori di foglie

Né erbario dove collezionare piante, né prontuario dove riconoscerne le fisionomie. Si presenta invece con il formato dagli angoli arrotondati del libro da diporto, metà manuale, metà taccuino, che procedendo per via di alberi – venti ne illustra, tutti protagonisti dei nostri distratti, onnipresenti incontri per parchi e campagne, miti e immaginari –, ne racconta le foglie e ci invita a farci nuovamente tutti, quel che almeno qualche volta siamo stati, cercatori, appunto, di foglie. Da raccogliere e conservare, da dimenticare tra pagine appositamente lasciate bianche qua e là, dispiegandone i lembi a aderire tra citazioni di versi, da Kafka a Montale, indicazioni botaniche, racconti di miti, leggende, divagazioni lessicali, osservazioni dal vivo. E ovviamente, la descrizione delle mille fogge di quel meraviglioso laboratorio di creazione di vita per forza di fotosintesi.

È il Piccolo manuale illustrato per cercatori di foglie messo a punto dall’Officina de il Saggiatore per i testi sbrigliati di Giuseppe Zare e cucito dal filo delle illustrazioni di Sofia Paravicini, con giochi di entrate e uscite di piante, animali e prospettive distratte, col minuzioso tratto evanescente di un’impossibile miniatura che evoca e interroga una sorta di naturalismo onirico (pp. 152, € 15, 00).

Messa da parte ogni vertigine classificatoria, per foglie semplici o composte e, rispettivamente, dal bordo rotondo, ellittico, ovato e l’apice acuto, ottuso, smarginato o, invece, imparipennate, palmate, plurinervie… si tratta qui, collezionando foglie e suggestioni, di innescare un incontro a venire con il momento in cui tra le pagine ritroveremo quelle un tempo verdi e brillanti del biancospino, a evocare il profumo dolceamaro di mandorle così amato da Proust, o quelle del pioppo, che irrequiete vibrano, bicolori, volta a volta promessa di vita o guardiane funebri, o ancora quelle del fico con la loro ruvidezza e assieme la mediterranea memoria oleosa di quel loro lattice.

Piccolo manuale illustrato per cercatori di foglie, testi di Giuseppe Zare e illustrazioni di Sofia Paravicini, Officina de il Saggiatore, pp. 152, € 15, 00, recensito da Andrea Di Salvo su Alias della Domenica XI, 39, Supplemento de Il Manifesto del 17 ottobre 2021

Verso una storia culturale degli orti botanici

Fin dal loro sorgere alla metà del Cinquecento come orti dei “semplici” per la coltivazione delle piante medicinali, poi punti d’accesso di quelle in viaggio, nel loro andirivieni di scambi e ripartenze tra Asia, Africa, Americhe verso l’Europa (e viceversa), e ancora, con il moltiplicarsi del loro raggio di influenza e funzioni nei secoli a seguire, gli orti botanici sono andati disegnando un atlante delle relazioni tra umano e vegetale che nel vortice del gioco di potere e degli interessi economici coinvolge il diffondersi anche di idee, mode, conoscenze e innovazioni, con ricadute negli ambiti dell’estetica, del gusto, del piacere del giardino.

Via via, luoghi di accoglienza e cura, ma anche istituti di ricerca per studiarle, le piante, e insegnarne caratteristiche e utilizzi, laboratori di sperimentazione per moltiplicarle, diffonderle e … sfruttarne le potenzialità economiche, centri di conservazione, collezionismo e scambio di quelle rare o, più di recente, minacciate e a rischio, giardini della scienza ma anche riserva dove il verde può rifugiarsi in città, gli orti botanici sono, a modo loro, una delle istituzioni culturali più eccentriche e, in quella dimensione a un tempo pragmatica e speculativa, irriducibili ad altro. Elemento e assieme infrastruttura privilegiata, sempre in divenire come i gangli di una rete di snodi interconnessi, fatta di quel che transita, e che transitando muta.

A tenere assieme le fila di questo fitto intersecarsi di vicende e saperi, temi e protagonisti, ricostruendone la genealogia attorno a questa combinatoria di uomini e piante per via dei luoghi d’elezione, ci soccorre ora il volume dedicato agli Orti delle meraviglie. I giardini botanici e la diffusione planetaria delle piante da Silvia Fogliato, filologa di formazione, ma da sempre appassionata di piante, delle loro peregrinazioni e relative storie al seguito, di scienziati, vivaisti, orticultori, collezionisti, avventurieri e giardinieri (DeriveApprodi, collana habitus, pp. 216, € 17,00), nonché curatrice del blog i nomi delle piante.

Nell’arco dei circa 150 anni presi in considerazione, dal 1545, con la nascita del primo orto botanico rimasto nella sede originaria, quello di Padova, ai primi del Settecento, sulla soglia dell’affermarsi di nuovi modelli ispirati all’anelito di ricomprendere l’organizzazione del mondo naturale, tradotto nella sistematica, ciascuno dei sei capitoli, illustrato a partire da un orto botanico tra i più antichi d’Europa, individua tra peculiarità e elementi condivisi una tappa e assieme il rilancio di un filo di indirizzo.

In ordine di apparizione, il modello fondativo dell’orto botanico universitario, dove, a Padova, con Luca Ghini, andando oltre lo studio teorico di una botanica farmaceutica fin lì basato sulla lettura dei classici, si arriva finalmente a “dimostrare” tra le aiuole agli studenti di medicina l’esame delle piante vive. Comprese le esotiche, che a Venezia arrivano con le spezie dall’India, o quelle raccolte nell’erbario – da allora, ulteriore, imprescindibile strumento didattico. Si dà poi il caso del Jardin du Roi di Montpellier, fondato invece e finanziato dal sovrano, che riserva particolare attenzione alla raccolta sul campo e allo studio dal vivo della locale flora occitana, inserita nell’orto in modo da riprodurne l’ambiente naturale. E se dalla scuola della città ugonotta molti studenti stranieri protestanti dissemineranno in Europa i metodi appresi dal loro maestro Guillaume Rondelet, diversi tra quelli specializzati a Padova saranno poi gli animatori della stagione che tra fine Cinquecento e l’inizio Seicento vede il diffondersi di numerosi horti medici in Germania, dimostrando anche qui un’attenzione alla flora locale che così poco combaciava con quella mediterranea descritta nei classici di Dioscoride o Plinio.

L’Orto botanico di Leida in una stampa di Willem Swanenburgh del 1610

A cavallo del secolo si collocano poi le esperienze per tanti versi innovative del pur piccolo orto dell’università di Leida, fondato nel 1590 e che sotto la direzione di Carolus Clusius, grande botanico e collezionista di tulipani, si specializza nello studio e nell’acclimatazione delle piante esotiche. Così come poi farà, su larga scala, quello di Amsterdam, giardino dei semplici nelle intenzioni delle autorità municipali che lo fondano (1638) per rifornire le farmacie cittadine, divenuto presto importante centro di ricerca, promotore di grandi progetti editoriali, noto per le serre riscaldate, le collezioni e gli erbari, nonché per lo sviluppo di innovative tecniche di acclimatazione che lo collocano in una dimensione globale come crocevia di una rete internazionale nel quadro di quella rivoluzione commerciale, dove gli olandesi assumono il controllo del commercio delle spezie: quasi un’emanazione della potente Compagnia olandese delle Indie orientali intesa a sfruttare il potenziale economico di piante come il caffè o la palma da olio.

Espressione diretta della volontà di dominio della monarchia francese, infine, anche il giardino di Parigi costituirà un importante snodo e momento propulsivo nel processo di emancipazione della botanica dalla medicina. Presto intitolato perciò, Jardin royal des plantes, dotato di impressionanti collezioni di esotiche, medicinali e “coloniali”, per le quali si organizzano anche spedizioni scientifiche che anticipano quelle ben più impegnative tra Sette e Ottocento, nonché di serre, teatro didattico, erbario, gabinetto delle curiosità, contribuirà, operando in una logica interdisciplinare, all’elaborazione delle prime forme di classificazione sistematica. E, a cavallo tra ricerca, divulgazione e sfruttamento del valore economico riconosciuto all’introduzione e acclimatazione delle piante esotiche, finirà per porsi come modello per le future realizzazioni d’oltremanica.

Ma qui, con alcune argomentate assenze (i giardini spagnoli e britannici), la messa a punto del quadro generale, delle tendenze e dei protagonisti principali, per questi secoli fondativi è fatta. E anticipa il passaggio di testimone ai successivi, dove l’avventura delle piante per orti botanici vedrà, per un nuovo volume che si annuncia, l’irrompere di variabili differenti, dall’imporsi della tassonomia di Linneo alle innovazioni tecniche per conservare e trasportare le piante, dal rilievo di altri attori, come collezionisti, vivai, società orticole ai giardini coloniali, al profilarsi globale della botanica imperiale dei Royal Botanic Gardens di Kew e dei suoi cacciatori di piante.

Silvia Fogliato, Orti delle meraviglie. I giardini botanici e la diffusione planetaria delle piante, DeriveApprodi, collana habitus, pp. 216, € 17,00, recensito da Andrea Di Salvo su Alias della Domenica XI, 37, Supplemento de Il Manifesto del 10 ottobre 2021

Orto botanico di Padova

Per ritracciare un’ecologia della riconciliazione

C’è un altro modo di abitare quella natura che, almeno in Occidente, l’umano ha spesso ridotto a materia, oggetto inerte, sfondo per le proprie attività, ponendosi fuori e al di sopra di essa, autoescludendosi dalle comunità biotiche.

È una sorta di neonaturalismo che riserva invece una diversa attenzione al paesaggio animale e alle società dei vegetali, alla microfauna cosmopolita, alle alleanze di batteri e radici e prospetta una maniera rinnovata di interessarsi al vivente, seguendone le tracce per ricostruire abitudini e prospettive, per indagare l’arte di abitare degli altri esseri viventi, ponendo l’attenzione sulle relazioni piuttosto sugli esseri.

Si tratta perlopiù di tracce lievi (solo le nostre abitudini animali trasformano significativamente i paesaggi), indizi, come i percorsi che collegano punti dove bere, nidificare, riposare, visuali, aree di gioco, o dei rituali di accoppiamento.

E seguire queste tracce significa, nella prospettiva del filosofo e naturalista per diletto Baptiste Morizot ripercorrere Sulla pista animale un’antichissima attitudine, affinata nell’evoluzione (Nottetempo, pp. 259, € 19, per la traduzione di Alessandro Lucera e Alessandro Palmieri). Nel tentativo di operare quel decentramento che permette di assumere il punto di vista di coloro che vengono tracciati, per riuscire a diventare sensibili ai quei loro usi e costumi, capirne le intenzioni, in uno stato – malgrado l’irriducibilità tra noi – di indistinzione momentanea tra essere umano e l’altro, in una sorta d’intelligenza empatica, dai tratti di un’esperienza metamorfica. 

Cai Guo-Qiang, Head On

Si rintraccerebbero così, anche, alcune matrici comportamentali, cognitive e emozionali, che abbiamo in comune con svariati esseri viventi con cui abbiamo condiviso condizioni ecologiche di vita durante l’evoluzione. Ancestralità animali, tracce di quel che siamo stati, pur nei cambiamenti d’uso e funzioni delle eredità biologiche. Nell’ipotesi che sotto gli effetti delle pressioni di selezione su scala evolutiva che lo hanno riguardato il tracciamento abbia concorso all’origine di alcune attitudini intellettuali e quindi di una parte delle capacità del pensiero umano,

Animale combinatorio che, da primate a lungo frugivoro raccoglitore – che vaga instancabilmente con le sue attitudini a memorizzare e le capacità di generalizzare per induzione una proprietà, ma sprovvisto di un olfatto rilevante – è stato indotto con lo spostamento da un ecosistema forestale africano a quello della savana a farsi onnivoro a dominante carnivora e con la caccia di persistenza a stimolare l’occhio che vede l’invisibile attivando quello della mente per non perdere la pista.

È nella capacità di formulare e risolvere problemi “frequentando paesaggi assenti”, ricostruiti al proprio interno che avrebbe preso forma il pensiero astratto.

Grotta di Chauvet, Ardèche

Nella nostra identità cognitiva si compongono così le attitudini comportamentali del cacciatore-raccoglitore alla lettura di segni e all’indagine, all’interpretazione della traccia, l’estrapolazione da queste di una storia, la sospensione del giudizio, l’attesa necessaria a immaginare, confermare e confutare previsioni e, per via di convergenze evolutive, la pazienza condivisa con la pantera, quella del capriolo che discrimina il suo cibo, dell’orso sperimentatore per assaggi, del lupo esploratore di nuovi ambienti.

Ma con il sopravvenire della domesticazione e dell’agricoltura del Neolitico, le competenze del tracciamento speculativo, dissociate dall’urgenza della predazione, e il conseguente allentarsi della pressione per selezione finiscono per dirottarsi verso utilizzi diversi e inediti (exattamento). Particolari forme di attenzione gratuita, fino al senso dell’indagare che si dimentica perfino del suo oggetto, per attivare un circuito che esaudisce in sé il piacere e la gioia della ricerca o la dimensione sociale di competenze che prefigurerebbero l’origine della ragione collettiva e della cosa pubblica.

Ripercorrendo le piste di un’intelligenza di grande sensibilità ecologica (che perlopiù abbiamo lasciato da parte), nel tracciamento, filosoficamente arricchito, di Morizot si potranno altresì ricercare in un contesto etologico reso meno indecifrabile l’invenzione di forme migliori di relazione con gli altri esseri viventi, e un modo diverso per pensare la loro alterità. Riattivando alleanze, in una “ecologia della riconciliazione” verso una coabitazione tra specie differenti che, per via d’intelligenza, immaginazione e la padronanza di un’etichetta del selvatico, si dota di una vera e propria interminabile diplomazia.

Baptiste Morizot, Sulla pista animale, Nottetempo, pp. 259, € 19, traduzione di Alessandro Lucera e Alessandro Palmieri, recensito da Andrea Di Salvo su Alias della Domenica XI, 36, Supplemento de Il Manifesto del 3 ottobre 2021


Le lezioni del giardino scolastico

Muovendo sulla scia del rinnovamento delle scienze pedagogiche a cavallo dell’800, da Johann Heinrich Pestalozzi a Friedrich Fröbel e dell’importanza di integrare le attività manuali tra gli insegnamenti dedicati ai bambini, nonché delle indicazioni del poliedrico Patrick Geddes, biologo, sociologo e pioniere dell’urbanistica, a favore dell’introduzione dei giardini nelle scuole dell’infanzia, con l’inizio del nuovo secolo l’istitutrice e pedagogista Lucy R. Latter si spinge oltre. Nel suo volume del 1906, riedito ora dalle Edizioni Pendragon e intitolato a Il giardinaggio insegnato ai bambini (pp. 126, € 15,00), propone come l’osservazione della natura e la relativa confidenza che si acquisisce tramite il giardinaggio possano non solo essere parte integrante delle occupazioni scolastiche ma diventarne fulcro.

Snodo per catturare l’attenzione e attivare la concentrazione, come pure lo sviluppo di abilità e sensibilità, dalle conoscenze tecniche al rispetto delle forme di vita, il giardino scolastico consente di ricollegarsi volta a volta a tutti gli altri oggetti e lavori trattati nel corso dell’anno nel chiuso delle alule.

Sorta di testimonianza di una diretta, pluriennale esperienza, nel confronto con le colleghe, e delle relative difficoltà nella ricerca di consenso istituzionale e finanziamenti, il volume articola programmaticamente il pensiero della Latter tra schemi didattici e planimetrie di impianto, descrivendo come disporre i lotti per l’orto e i fiori, poi affidati a gruppi o coppie di bambini (con la predilezione di genere del trarne cibo, riservata alle bambine), come avviare la messa a dimora di semi, bulbi e rizomi, per poi apprendere la capacità di aspettare e osservare, fino alla frenesia ordinata nella rotazione delle raccolte.

Ma l’apprendistato della lezione della natura nel giardino a scuola – da integrarsi con le visite ai parchi – procura ulteriori, infinite quantità di materiali e spunti per altre attività didattiche. Procedendo per affinità e distinzioni, dal bocciolo del narciso all’analisi del suo poetico nome, dalla descrizione di forma, colore, grandezza e venature delle foglie nel loro crescere e disfarsi, e poi così, indagando per comparazione altre piante che sian parenti. Fino allo studio di misure, pesi, valori, alle relazioni tra le diverse forme di vita – un’intera sessione dedicata ai lombrichi, alle loro abitudini, alle loro irrinunciabili utilità –, alle diverse temporalità – quella accelerata delle piante annuali, quelle delle stagioni che intrecciano cicli vitali e cicli scolastici

Il volume propone esempi di tracce di lezioni che indicano e recensiscono poi, per le diverse classi, il prodursi di compiti, lavori, giochi, illustrazioni, con corredo di poesie, canti, lavori con la carta o con la sabbia. Calendari e suggerimenti puntuali di temi da approfondire: l’acqua e le sue forme, il sole e le sue funzioni, le nuvole, l’ombra, l’arcobaleno e la meridiana, il suolo e il brulicare di vita che, a saperci guardar bene, ospita, l’aria in movimento che è il vento che semina e rinnova

Anche in Italia la messa a punto di queste esperienze non mancherà di riverberarsi. Come nel metodo adottato nelle scuole rurali gratuite istituite in Umbria per i figli dei contadini da Alice Hallgarten sostenuta dal marito, senatore Leopoldo Franchetti, promotori peraltro della traduzione dall’inglese, allora, proprio del volume della Latter, come poi l’anno dopo, nel 1909, dell’edizione del metodo della pedagogia scientifica applicato all’educazione infantile nelle Case dei bambini di Maria Montessori.

Se la vita in giardino è un laboratorio dove, annotando fenomeni e ricorsività nel calendario didattico di lavoro, ci si inoltra dal visibile all’invisibile per via di strategie interdisciplinari che nella socialità del lavorare in comune, giocando, incrociano fin anche educazione alimentare e civismo della collaborazione, sempre occorre tenere bene a mente il sottostante circuito di reciprocità. Così, nella prefazione all’edizione inglese del libro della Latter (oggi non riproposta), suggerisce Geddes, ricordando come “il bambino che nel lavoro in giardino opera nella finzione e nel gioco, è dunque un vero drammaturgo in azione, dal quale gli aspiranti educatori han molto da imparare prima di poter adeguatamente insegnare”.

Lucy R. Latter, Il giardinaggio insegnato ai bambini, Edizioni Pendragon, pp. 126, € 15,00, recensito da Andrea Di Salvo su Alias della Domenica XI, 36, Supplemento de Il Manifesto del 26 settembre 2021

Il mio giardino per una fauna

Nell’aria che li avvolge, sul terreno che li sostiene, come pure nell’acqua che li alimenta e li allieta di stagni e piccole fontane, i giardini costituiscono un pullulare di minihabitat capaci di ospitare e supportare quella vita animale che, seppure ne è parte integrante, spesso invece ignoriamo o disdegniamo.
Su come attivamente contribuire a far la differenza, da osservatori accorti e curatori di un giardino in equilibrio, nella manutenzione e custodia di relazioni rispettose con gli altri suoi abitanti e comprimari, scrivono ora Helen Bostock e Sophie Collins nel loro Il giardiniere coscienzioso. Una raccolta di idee e spunti per accogliere la fauna selvatica, Guido Tommasi Editore, pp. 224, € 19,90.

Bruno Liljefors, Common Swifts, 1886

Con l’avveduta consapevolezza dei piccoli gesti, l’invito è allora a considerare come attirare insetti, piccoli uccelli e persino pipistrelli, come scegliere piante predilette da farfalle e falene, come buddleje, valeriane, violaciocche, come allungare la stagione delle fioriture e quindi del nutrimento per molti, prevedendo piante con le bacche. Ma anche, nell’organizzazione degli spazi, perché inserire siepi invece di muri e, altrimenti, ­rampicanti per traguardarli, offrendo preziosi ripari a una fauna che non conosce confini, o ancora incrementare la presenza di quegli alberi come il sorbo o il sambuco che si configurano essi stessi come piccoli ecosistemi di ospiti.

Punto d’appoggio per la fauna selvatica e, nel loro sommarsi, corridoio assieme ai bordi delle strade, alle alberate e alle siepi, per uccelli e insetti impollinatori, piccoli mammiferi sempre più rari e silenti, insidiati proprio dall’alterazione di contesti che ne consentano la sopravvivenza, i giardini in arcipelago, anche la miriade dei piccoli, privati, restituiscono spiragli di opportunità alla molteplicità dei viventi, ci consentono di sorprenderci a osservarne e riconoscerne cicli e abitudini e, capaci altresì di offrire spazi di presidio e riconquista anche per i fiori che vi nascono di là dal nostro volere, spontanei, ci suggeriscono nuove estetiche.

Helen Bostock e Sophie Collins, Il giardiniere coscienzioso. Una raccolta di idee e spunti per accogliere la fauna selvatica, Guido Tommasi Editore, pp. 224, € 19,90, recensito da Andrea Di Salvo su Alias della Domenica XI, 35, Supplemento de Il Manifesto del 19 settembre 2021

Savoia, giardini alla francese

Sotto il segno del diffondersi del giardino formale francese che tra Sei e Settecento dalla Francia si irradia in tutta Europa, procede – dopo il capitolo della Mostra alla Reggia di Venaria, a Torino, intitolata al Viaggio nei giardini d’Europa. Da Le Nôtre a Henry James (cfr. Il Manifesto del 4 luglio 2019) – il ricomporsi negli studi della vicenda del sistema dei giardini delle residenze reali di casa Savoia, tra ducato e regno di Sardegna. Vicenda certo da inquadrare come una declinazione tra le molte di un fenomeno europeo a grandissima scala, qui però precoce e, per vari tramiti, diretto, anche in forza di peculiari rapporti geografici, diplomatici, dinastici.

Ne Il giardino francese alla corte di Torino (1650-1773). Da André Le Nôtre a Michel Benard, Leo Olschki, pp. 234, € 33, è sempre Paolo Cornaglia a ridisegnare ora i tratti di questa presenza nei giardini della corte sabauda, articolando i termini dell’intenso rapporto testimoniato dal diffondersi del decoro in broderie dei parterre (documentati in disegni e progetti e raffigurati poi nelle tele che i giardini ritraggono), come pure dall’influenza dei trattati francesi (da Olivier de serre a Mollet, a Dezallier d’Argenville), e dall’avvicendarsi di giardinieri, disegnatori di parterre e progettisti d’oltralpe che lavoreranno per i Savoia. In una circolazione di modelli e idee che, da una fase in cui il gusto alla francese si diffonde per il tramite di specialisti, dalla metà del Seicento, con Jacques Gelin – spesso membri di dinastie giardiniere –, all’uso di inviare – da parte di maestri come André Le Nôtre– progetti e figure capaci di dirigerne l’esecuzione, giunge fino al radicarsi, con il Settecento, di figure come Henri Duparc, da Parigi, naturalizzato sabaudo.

Perfino nel caso dello stravolgimento provocato dalle novità dei progetti dei giardini per corrispondenza di Le Nôtre si assiste piuttosto alla disseminazione di modelli e influenze che non a un semplice processo di imitazione e trasposizione.

Dapprima nel 1670, per parco Racconigi, a testimoniare l’aggiornata sensibilità del committente ramo cadetto dei Savoia-Carignano – mentre a Venaria Reale si perseguivano ancora i dettami del giardino romano di primo Seicento – poi nel completo ridisegno alla francese del giardino dello stesso Palazzo Reale, realizzato dal 1697 con la presenza sul posto del collaboratore De Marne, che si qualifica per la grande scala e la fuga prospettica centrale, nonché per emblematici elementi distintivi, come l’incrocio tra raggera di viali e vasca polilobata, il teatro di verzura, il tempio di Diana, il labirinto e il potaggere, o la presenza di una terrazza da cui ammirare il disegno del parterre.

Di là dal rilievo del ruolo di progettisti e giardinieri – una rimarchevole galleria di ritratti di caratteri e saperi spesso trasmessi all’interno delle famiglie –, tra rimborsi, spese, elenchi di piante, contratti, lettere di ambasciatori e agenti dei Savoia, dalla minuziosa ricostruzione documentaria emerge qui come caratteristica dell’evoluzione del gusto, nelle relazioni tra Italia e Francia, proprio la duttilità nell’appropriazione e adeguamento dei modelli d’oltralpe a contesti culturali e esigenze locali.

In questo senso, con il Settecento e Henri Duparc, direttore dei reali giardini, nella fisionomia dei maggiori complessi piemontesi si palesano elementi canonici del giardino alla francese, da quello radiale che si adegua all’impianto circolare della palazzina di caccia di Filippo Juvarra di Stupinigi (1740) – con il sistema di Appartamenti verdi e porticati di verzura, con percorsi ombrosi e alberature che coprono a volta gli spazi –, al parco collinare di Moncalieri, al grande parco del castello ducale di Aglié (1765).

Operando su diverse scale, giardino e parco di caccia si raccordano in un unico sistema a disegnare un progetto architettonico e territoriale, messo in forse, con il mutare nel continente dei contesti politici e l’affermarsi, in giardino, del gusto paesaggistico.

Tra rinnovi della committenza, nuove mode e, poi, distruzioni di epoca napoleonica, si ripercorre così il filo delle dinamiche di invenzione e continuo rinnovamento dei giardini reali nei due paesi e si restituisce il rilievo di questa vicenda negli sviluppi dell’arte dei giardini in Europa.

Paolo Cornaglia, Il giardino francese alla corte di Torino (1650-1773). Da André Le Nôtre a Michel Benard, Leo Olschki, pp. 234, € 33, recensito da Andrea Di Salvo su Alias della Domenica XI, 34, Supplemento de Il Manifesto del 12 settembre 2021

Oltre il giardino del “populismo botanico”

Tra inedite anticipazioni di precoci, frenetiche fioriture, ma poi anche di fronte ai loro tardivi prolungamenti, e assieme ai posticipi nella perdita autunnale dei fogliami, le sfasature del ritmo tra quiescenza del riposo invernale delle piante e sincopate riprese stagionali è indice, anche in giardino, della confusione climatica incombente. Intermittenze che ci dicono di uno stato di allerta permanente, di poche regolarità. Di un giardino del domani che in un contesto repentinamente alterato deve misurarsi con l’impoverimento dei suoli, la mancanza d’acqua, il riscaldamento delle temperature e la loro accelerata variabilità. E deve quindi ricorrere a specie e tecniche adatte e adattabili alle vocazioni e ai limiti dei luoghi, in un accomodarsi senza fretta all’essenziale di interventi auspicabilmente ridotti, al più, orientando l’intrinseca mutevolezza del giardino. Oggi a maggior ragione.

Sul tema del ruolo che il giardino contemporaneo possa giocare nell’affrontare gli esiti del cambiamento climatico in atto sulla spinta del riscaldamento globale si interroga ora un grande vecchio del giardinaggio, Paolo Pejrone, nel suo I dubbi del giardiniere. Storie di slow gardening, a cura di Alberto Fusari, Einaudi, pp. 176, € 17,00. Per dire, nel suo procedere per interrogativi, piuttosto che non per certezze, per sperimentazioni che nella curiosità affinano la confidenza con le piante, che il giardino ha è può avere piuttosto, in una dimensione locale e diffusa, un effetto trasformativo nella presa di coscienza che impone, dato che è un campo di prova e uno spazio di osservazione privilegiato dove si è parte di un percorso condiviso, che a saper ben guardare ci insegna a ottimizzare risorse, evitare sprechi. A patto di sottrarsi all’imperante schizofrenia che in giardino oscilla tra gli estremi dello stupire a tutti i costi con l’eclatante e l’inusuale e d’altra parte tutto sopire con l’asettico stereotipato dominio del decoro.

Così, col passo lieve dell’esperienza che ha appreso a non prendersi mai troppo sul serio, Pejrone analizza buone pratiche e cattive retoriche.

Dichiarando la sua diffidenza verso un diffuso “populismo botanico” che procede per slogan, in una moda che propone di moltiplicare in città il numero degli alberi purché sia, trattandoli come insieme indistinto, senza seguirli nel tempo, con il rischio di destinarli a una vita di stenti, evidenzia la contraddizione tra un fare sostenibile e migliorativo di quanto c’è (e con il riscaldamento si affaccia) e un uso estremo e velleitario del verde che, oltre a mettere le piante in condizioni difficoltose (spesso con spese colossali), non rinuncia a progetti dove l’uomo (e la tecnologia) è ancora troppo spesso soltanto arbitro e manipolatore.

La via è quella di assecondare i processi di “tropicalizzazione” guardando alla lezione del giardino secco del Meridione e alla parsimonia delle sue piante, con l’uso di componenti vive, come la ghiaia con la sua porosità di spessori e tonalità diverse e dei muri a secco, nonché con gli accorgimenti che consentano l’accoglienza della vita animale che del giardino è parte integrante.

Assieme all’invito a operare per contaminazioni sulle variazioni (anche contro la filologia esasperata nella ricostruzione di giardini antichi, in epoca di cambiamenti del clima, tenendo conto del diffondersi globalizzato di malattie e patogeni), si propone un catalogo raffinato di specie rustiche e frugali. Piante … da abbandono, come phlomis, salvie, santoline, teucri, ispirate alla prateria, come gaure e perowskie, prostrate e profumate della macchia mediterranea, dal mirto al ruvido rosmarino e, a gruppi, vinche e noccioli.

Un insieme di riproposizioni (le screziature dell’aucuba, i pelargoni e i malvoni) e nuove proposte – che significherà quindi nuove estetiche da sperimentare – per traghettare in un clima in rapido mutamento il giardino del contemporaneo.

Paolo Pejrone, I dubbi del giardiniere. Storie di slow gardening, a cura di Alberto Fusari, Einaudi, pp.176, € 17,00, recensito da Andrea Di Salvo su Il Manifesto di sabato 11 settembre 2021

Paesaggi delle nuvole

È l’altra metà del paesaggio (e del giardino), quel cielo che pressoché in ogni istante per un buon 70% è coperto di formazioni nuvolose. Componente costante, se soltanto si solleva lo sguardo, e come poche condizionante – perciò a lungo scrutata per trarne auspici metereologici e non solo, con relativo corollario di proverbi –, le nuvole sono però impalpabili e sfuggenti. Incessantemente mutevoli, in continuo, rapido movimento per gli influssi del vento e cangianti per l’illuminazione solare. Un ambiente complesso di cui merita distinguere, in un apposito lessico, forma e colore, struttura e dimensioni, organizzazione su in cielo, trasparenze.

È quanto ci propone nel suo Il libro delle nuvole. Manuale pratico e teorico per leggere il cielo, il Saggiatore, pp. 276, € 22,00 Vincenzo Levizzani, professore di fisica delle nubi che, secondo quota e spessore, ne illustra processo di formazione e stadi di evoluzione, forma e struttura interna. E caratteri di dettaglio, scie, riccioli, buchi, vortici, colonne.

Penetrando tra goccioline, cristalli e chicchi di grandine – la fisica delle nubi è parte integrante della fisica dell’atmosfera e della meteorologia –, Levizzani ripercorre i vari apporti a questi studi. Con Descartes e le prime sistematiche osservazioni dell’inglese Luke Howard fino all’oggi e a mostrare le interazioni dei processi atmosferici (e delle nubi) in rapporto ai cambiamenti climatici sulla spinta del riscaldamento globale in atto.

Senza dimenticare come le nubi siano sempre state scenario evocativo delle condizioni dell’animo e presenza costante nella storia dell’arte. Dalla loro rappresentazione schematica come sfondo al farsi più verosimili, con Piero della Francesca o nella Camera degli sposi di Andrea Mantegna, più naturali con Leonardo e Durer e poi protagoniste, con Giorgione de La tempesta. E via così, oltre le ascensioni del barocco, le osservazioni di vedutisti fiamminghi e veneziani e poi di Constable e Courbet, maestro della raffigurazione dell’attimo nuvoloso…

Vincenzo Levizzani, Il libro delle nuvole. Manuale pratico e teorico per leggere il cielo, il Saggiatore, pp. 276, € 22,00, recensito da Andrea Di Salvo su Alias della Domenica XI, 33, Supplemento de Il Manifesto del 5 settembre 2021

Gustave Courbet, Rocce nere a Trouville, 1865

Misteriose, immaginarie presenze vegetali

Al paradosso della “grande cecità” con cui abitiamo il quotidiano senza quasi avvederci del fitto viluppo di presenze vegetali che pure ci avvolge e consente la vita sulla terra, si accompagna, nelle nostre riflessioni e nel nostro immaginario, il sentire del reticolo pervasivo di interrelazioni che ad esse ci avvince. È una costante che negli ultimi anni sembra essersi fatta infestante. Nel moltiplicarsi di studi e anamnesi mitografiche, nei rispecchiamenti dei diversi linguaggi artistici, nella letteratura come nella cultura popolare e, in una circolarità trans mediale di generi, dalla fantascienza all’horror, alle serie tv, ai cartoni animati, ai videogiochi: come ben illustrava il repertorio dedicato ai Giardini del fantastico. Le meraviglie della botanica dal mito alla scienza in letteratura, cinema e fumetto, da Pier Luigi Gaspa e Giulio Giorello, Edizioni ETS (cfr. Il Manifesto del 3 dicembre 2017).

Oggi, seppure offuscata dalla superficiale voracità delle tante mode riflesse sui media, dove il verde delle piante figura come ubiqua salvifica metafora di una presunta idea di natura, una nuova, complessiva attenzione viene dedicata alle relazioni che legano, oltre l’umano, tutte le forme della rete del vivente in un continuum, proprio a partire dalle piante – e dai funghi. Relazioni indagate dalla neurobiologia come dall’antropologia culturale del Come pensano le foreste di Eduardo Kohn (Nottetempo) o de Il fungo alla fine del mondo di Anna Lowenhaupt Tsing (Keller editore), suggerendoci la contaminazione come forma di collaborazione o il “valore progettuale dell’imprevisto”, già nella lezione delle erbe vagabonde di Gilles Clément.

Con questo scenario, che con urgenza impone un radicale ripensamento del nostro spazio e ruolo di umani, si misura, sul versante letterario, tra consapevolezza e libertà espressiva, un’ardita operazione di ricerca come l’antologia istigata e messa a punto dalla Casa editrice Moscabianca, specializzata nella pubblicazione di testi di speculative fiction, dedicata a indagare in chiave fantastica le molte forme dei rapporti e la labilità e mutevolezza della soglia che associa umano e vegetale, dal realismo magico al new weird di ambientazione fantascientifica.

È su tali registri che tredici piante inesistenti vengono convocate da quattordici giovani penne in questo Hortus mirabilis. Storie di piante immaginarie, Moscabianca edizioni, pp. 384, € 18, 00. A inscenare, tra scarti di prospettive e ineffabili dialoghi interspecie, una poliglottica botanica delle relazioni.

Piante aliene che infestano di spore aspirazioni e sentimenti e di stoloni e viticci stazioni orbitali e interi ecosistemi con incommensurabili tessiture di tentacoli. Piante tramite, dove sdoppiarsi, essere abitati fino all’indistinzione e dove l’accudimento vale come lasciapassare o capaci per mimesi di superare in progenie le barriere dell’ibridazione tra regni. Piante assassine che rotolando riemergono da passati ancestrali o di cui non si vede la cima, e la fine, che ci impongono sanguinosi sacrifici, capaci altresì di accompagnarci a ritroso nell’uscita da mondi ormai bruciati.

Piante benefiche, dalle profumate foglie blu (ricorrente colore di gran lunga prediletto dagli umani) e radici aeree distribuite come a crescere dentro un quadro, capaci di guarire l’afasia. Simbionti duplicate che additano parallele, inattingibili maniere nuove di stare al mondo. Piante reincarnazione che nella cura degli umani si apparentano ai luoghi e per il tramite di taccuini, resoconti digitali, manuali di giardinaggio, moltiplicando i soggetti e oltrepassando le generazioni disvelano nel corso dei millenni la sincronica molteplicità dei punti di vista, le utopie radicali di tutto ritessere per non sprofondare, arazzi dove si incrociano le tante indistinzioni dei linguaggi del vivente.

E per ognuna d’esse, a parziale contravveleno dell’apparente irriducibile distanza morfologica ch’è nel nostro percepirle immobili e silenti, il ritratto, in tredici mirabili tavole di Gabriele Operti che, stravolgendo l’ansia classificatoria delle liturgie botaniche, esalta le loro inesistenze, dando forma patente a fisionomie e fisime caratteriali e assieme animando di metamorfiche psichedelìe strobili e rizomi, drupe e gemme, acheni, ventose, viticci.

Hortus mirabilis. Storie di piante immaginarie, Moscabianca edizioni, pp. 384, € 18, 00, recensito da Andrea Di Salvo su Il Manifesto di venerdì 6 agosto 2021

Peter Whollenben, istruzioni per l’uso del bosco

Nell’ambivalenza tra la fascinazione per quel che spesso ci figuriamo come l’ultimo sistema naturale intatto alle nostre latitudini e i timori atavici che il bosco suscita nel nostro immaginario, nella pratica di pur rade frequentazioni e scarsa dimestichezza, questo archetipo misura il nostro complesso rapporto con l’universo di quel continuum vegetale, animale, minerale di cui pur siamo costituiti e siamo compartecipi, sentendoci ancora troppo spesso esterni, usufruttuari.

Le istruzioni per l’uso del sottotitolo del volume che gli dedica Peter Whollenben, a lungo guardia forestale sui generis e divulgatore naturalista di successo (Il bosco. Istruzioni per l’uso, Garzanti, pp. 252, € 17,00), si pongono però a cavallo tra considerazioni operative sui sistemi forestali e parchi – che in Germania, dove fonda la sua esperienza, ma in generale in Europa, strutturano la presenza dei boschi –, con relative implicazioni etiche, e riguardose indicazioni pratiche su come frequentarli, riconoscendosene parte.

Assumono così la leggerezza di un disinvolto muoversi in coreografia le meticolose proposte cui attenersi per l’attraversamento di un ruscello, il camminare su un ripido pendio seguendo, sulla neve o sul fango, le impronte degli animali a rilevarne frequentazioni e andamento (il trotterellare, dalle orme allineate dei lupi). E, in dimensione estetica, le accortezze con cui procedere nell’imparare a distinguere il succedersi delle ore mattutine a partire dalla staffetta del canto degli uccelli, a ritmo con il cambiamento della luminosità.

O nel riconoscere le fisionomie degli alberi, in quell’esercizio demiurgico per antonomasia del nominarli, ascoltando il risalire dell’acqua nei tronchi, pompata in primavera verso gemme e foglie sotto la corteccia, impratichendosi ad apprezzarne la varietà delle posture che gli interessi di uno sfruttamento della moderna silvicoltura vorrebbero ridurre a crescita diritta, priva di torsioni e biforcature, considerando difetti inaccettabili l’assortimento di nodi, motivi a spirale, differenze di colorazione.

Dismesso per evidenti ragioni storiche ogni ideale di un bosco incontaminato, si stigmatizza come ormai da tempo si sia imposta la pratica prevalente di un bosco artificiale di sole conifere a sostituire le meno convenienti comunità di latifoglie. Un simulacro di foresta creato per la speculazione dove – dopo la diffusione delle motoseghe negli anni 50 e, con la fine degli anni 80, l’utilizzo di enormi macchine disboscatrici –, il suolo si compatta senza che possa più respirare e per tempi lunghissimi assorbire acqua e ospitare vita. Un paradossale deserto verde di monotoni filari di abeti rossi, pini, larici piantati ben al di là del loro areale di diffusione (il Nord e l’estremo Nord umido e freddo) e ad altitudini troppo basse che, complice anche il clima più secco e più caldo, presto saranno destinanti a scomparire.

Per arrivare, contro l’equivoco che lo sfruttamento delle foreste sia una forma di protezione ambientale, fino a criticare come un eccesso la gestione che finirebbe per trasformare un bosco in parco, come pure, sul filo di un rischioso ricorso al concetto di autoctono, una malintesa idea campionaria di biodiversità che concentra quante più specie possibile nello stesso posto

Tra inviti alla conduzione partecipata da parte di cittadini e comunità locali nella cura di questo bene comune, e l’evocazione a farci consapevoli di quella sorta di foresta lineare diffusa dove gli alberi ci accompagnano lungo chilometri di reti stradali e ferroviarie, attorno a centri abitati e nelle futuribili forestazioni urbane, non manca la suggestione, del diffondersi di esperienze paradossali in cui la protezione di vecchie foreste di latifoglie è passata per il loro volgersi anche in boschi funerari (affermatisi nell’Europa centrale ormai a centinaia). Luoghi di sepoltura dove, vietata ogni forma di manutenzione, presto non si possa più a distinguere il luogo in cui l’urna è stata sepolta. Salvo indicazioni discrete al piede dell’intoccabile, ormai, albero prescelto.

Peter Whollenben, Il bosco. Istruzioni per l’uso, Garzanti, pp. 252, € 17,00, recensito da Andrea Di Salvo su Alias della Domenica XI, 30, Supplemento de Il Manifesto del primo agosto 2021