Apocalittici e di piacere. Appunti per una storia del giardino in Inghilterra

È nella forte componente innovativa che connota entrambi, Orti apocalittici e giardini del piacere, come recita il titolo ancipite del volumetto di Claudia Corti, il sottile trait d’union dell’affresco che in duplice prospettiva l’autrice ne propone sullo sfondo del dibattito culturale dell’inqueta, intraprendente società britannica tra fine 700 e inizio 800 (Sottotitolo, Appunti per una storia del giardino in Inghilterra e in Europa, Metilene, pp.110, € 14,00).

Se, in questo caso per la studiosa di letteratura e storia del teatro inglese, gli orti sono in prima istanza quelli dove il medico, filosofo naturalista e botanico, nonché visionario e poeta Erasmus Darwin (nonno di Charles) ambienta in forma lirica tra il 1789 e il 91 il suo poema The botanic garden dove incrocia varie mitologie con le più recenti conoscenze botaniche – anche a sostegno delle tesi da pochi anni formalizzate da Linneo –, i giardini “del” piacere sono inediti, vasti spazi paesaggistici urbani destinati alla ricerca di divertimento ed emozioni per un ampio e variegato pubblico. Capaci di accogliere, al costo di un modesto biglietto d’ingresso uguale per tutti, forme di spettacolo per cui gli ambienti al chiuso di salotti, teatri e sale da gioco si rivelano ormai insufficienti, e tradotte ora in giardini dove la vegetazione è ibridata di architetture gotiche e finte rovine, archi trionfali, grotte ed eremi – e perfino torri moresche e pagode giapponesi secondo la nuova moda dell’orientalismo.

Erasmus Darwin, come pure William Blake che con le sue incisioni di giardini immaginifici e visionari ne illustra il poema pubblicato dall’influente editore ed animatore liberale Joseph Johnson, appartiene al milieu culturale londinese di stampo radicale sostenitore del pensiero apocalittico e profetico influenzato da Richard Pain Knight, storico delle religioni antiche, classicista, esteta e ideatore del genere del pittoresco così importante nel pensiero e nella pittura romantica. Al centro della seconda parte del poema, in forma lirica di racconto di una giornata ambientata in un giardino botanico e intitolata Gli amori delle piante queste ultime vengono descritte come esseri sessuati in rappresentazione antropomorfica, agenti capaci con la loro potenza procreativa di contribuire alla variazione e al progresso del mondo fisico.

Un attivismo fertilizzante della natura che si riverbera anche in dimensione politica. Dal mito di Adone, trasformato in anemone a rivelare il mistero del ciclo vegetativo, a salici e betulle associate al concetto di fertilità. O, in senso critico, nei riferimenti alla quercia, allegoria dell’ordine monarchico repressivo, o nel simbolismo apocalittico della vite, nella luminosità della calendula e nella rosa, emblemi di una sessualità esplicata e appagata in una liberazione dichiaratamente posta in connessione con il tema della rivoluzione politica.

Pressoché contemporaneo è il diffondersi della moda di giardini urbani di piacere. Interpreti di un’innovazione del gusto che incrocia trasformazioni urbanistiche e forme commerciali di svago e divertimento diffuse ad ampia scala, questi spazi sociali assumono il dato del paesaggio reale arricchendolo però alla ricerca dell’effetto. Fino all’uso di “trasparenze”, grandi pannelli dipinti su entrambi i lati e resi traslucidi dall’applicazione di oli o cera, posti specialmente negli snodi tra viali e boschetti e illuminati durante le feste notturne a creare effetti illusionistici e sorprese scenografiche.

Nelle enormi rotonde – fino a 400 posti, inizialmente intese come rifugio in caso di maltempo, e presto divenute strutture stabili – come pure nelle “ridotte al fresco”, pensate soprattutto per i mesi più caldi dove i concerti iniziano la sera con musiche di Georg Friedrich Handel, Johann Christian Bach, Thomas Arne, si condensa così l’elemento mondano, in artificio scenico, illuminato e spettacolare, per quanto inserito in un modello di giardino all’inglese che aspira a riprodurre l’imprevedibile mobilità di una natura apparentemente selvaggia.

Prototipo londinese di tali giardini di piacere son quelli di Vauxhall, oltre cinque ettari nel sobborgo di Lambeth, sulla riva sud del Tamigi, aperti tutti i giorni, tranne la domenica, da maggio a settembre, a dare il via a un fenomeno che con l’Ottocento si estende alle principali capitali del continente in una dimensione godibile anche dall’alto, con le ascensioni degli areostati.

Diversi son qui i pubblici che convergono in una variegata congerie oltre le classi di appassionati fruitori, che, gomito a gomito, confusi talvolta nell’anonimato dal ricorso ad appositi mantelli con cappuccio, vi si incrociano, incuriositi. Ad ammirare spettacoli, concerti, balletti. Come pure esibizioni di acrobati, giocolieri, mangiatori di fuoco, marionette, o anche battaglie navali, sport di ogni tipo, mostre ed esposizioni, dai fiori ai tessuti.

Fuochi d’artificio e marchingegni ottici, teatrini in miniatura e cascate di luce. E, ancora, messe in scena mimate, pantomime, farse mute, drammi privi cioè di dialoghi recitati e dove si ricorre invece a battute scritte su cartelli per aggirare la censura formale imposta nei teatri con licenza reale del West End. E veicolare così magari messaggi politici e satira rivoluzionaria.

Claudia Corti, Orti apocalittici e giardini del piacere, Appunti per una storia del giardino in Inghilterra e in Europa, Metilene, pp.110, € 14,00, recensito da Andrea Di Salvo su Alias della Domenica XVI, 14, Supplemento de Il Manifesto del 5 aprile 2026

Intraprendenti rampicanti

Silvestro Lega, Un dopo pranzo (Il pergolato), 1868, Milano, Pinacoteca di Brera

Inerpicate su per tutori, spalliere o graticci, gazebi, gloriette, pergole, arcate e bersò, le piante rampicanti risultano, come poche altre, protagoniste del nostro contemporaneo intrattenere la cura del giardino, come già dei suoi diversi stili storici – dal quello medievale, con pergole di vite e rose rampicanti tra piante eduli o da frutto e medicamentose, a quello Liberty, così ricco specialmente di rose rampicanti e glicine che presto dilagano in dipinti e illustrazioni, decorazioni ed arredi. Evocate in letteratura, anche in ragione del loro connesso significato simbolico, nei “bei chicchi violetti/ pregni d’aroma dolceamaro” del possente glicine dai grappoli pendenti di fiori profumati ricordato da Ada Negri, come nelle dannunziane edere primaverili salite su “pel vecchio muro scrostato con un impeto di giovinezza”, e fino al pervasivo loro cugino campestre, la vitalba o clematide amata da Zanzotto, e che la Dickinson accompagna a una sua poesia come dono memoriale prima della separazione per un viaggio: “La vitalba, per un lungo viaggio,/ mi regala un ricciolo/della sua chioma elettrica”.

Con la loro irrefrenabile, talvolta sfrontata, vitalità, la loro indeterminatezza, e però la capacità di adattarsi alle circostanze di crescita le più diverse, le piante rampicanti assolvono un ruolo essenziale, oltreché come accennato nella coltivazione delle forme del giardino o nell’ispirare il nostro immaginario, specialmente qui, per il rilievo dell’attenzione che ad esse dedica Charles Darwin subito dopo la pubblicazione dell’Origine della specie, nel quadro di una serie di studi botanici intesi, oltre ogni limitazione specialistica, come espansione e conferma della sua innovativa teoria.

Edito da Mimesis, per la cura di Renato Bruni e Giacomo Scarpelli, Le piante rampicanti. Movimenti e abitudini illustra i risultati della meticolosa, estenuante sperimentazione botanica che Darwin conduce su una miriade di piante seguite nella crescita fino alla decima generazione nella traboccante serra di Down house (pp. 260, € 20).

Passo conclusivo, questo, dedicato al potere del movimento delle piante – assieme agli studi sui modi mediante i quali le orchidee vengono fecondate, a quelli sulle piante insettivore, e sulla fecondazione incrociata del regno vegetale –, di un filone di indagine consacrato all’osservazione botanica, complementare alla sua teoria generale. Opere  per un secolo e mezzo trascurate, come sottolinea Scarpelli nel suo saggio introduttivo intitolato alla fitosofia del Darwin botanico, richiamandone la comune appartenenza a un disegno investigativo sempre correlato.

E, sempre dedicato alle Rampicanti, è il ponderoso volume messo in campo da Fabio Giani e Laura Pirovano con la regia di Valentina Romano per contro della sua Libreria della natura: sorta di gabinetto botanico editore, luogo-occasione di dialogo di esperienze e divulgazione culturale e scientifica (pp. 528, € 39)

Orientato in questo caso a una dimensione pratico progettuale, si avvale di una nutrita rassegna di esempi di giardini dove le rampicanti assumono ruoli scenografici o strutturali, di un repertorio di ritratti vegetali con provenienze geografiche, schede descrittive e immagini, nonché di una serie di indicazioni per la scelta di supporti e strutture che siano in sintonia con lo stile degli spazi e le esigenze delle diverse specie. È così che, per il tramite di un duplice sguardo che incrocia le competenze di un esperto vivaista giardiniere e la sensibilità di una raffinata paesaggista, il dettaglio dei meccanismi che consentono la flessibilità di fusti capaci di svolgersi senza spezzarsi e delle modifiche di alcune parti della pianta – da quella delle foglie “irritabili”, ai viticci, a uncini, rampini, radichette – illustrano i vari modi in cui le rampicanti possano diventare alleate preziose nella progettazione di balconi, terrazzi e giardini.

Charles Darwin, Le piante rampicanti. Movimenti e abitudini, a cura di Renato Bruni e Giacomo Scarpelli, Mimesis, pp. 260, € 20 e Fabio Giani e Laura Pirovano, Rampicanti, Libreria della natura, pp. 528, € 39, recensiti da Andrea Di Salvo su Alias della Domenica XVI, 12, Supplemento de Il Manifesto del 22 marzo 2026

Giardini. La ricchezza di un vocabolario

Che nel giardino finiscano per convergere saperi ed esperienze dagli ambiti più diversi lo rivela in controluce la ricchezza del suo vocabolario: sorta di lessico sovraordinato che si è andato sofisticando in eloquio distintivo, al crocevia tra reimpasto di linguaggi settoriali e proiezione linguistica del suo continuo distillare mondi, riflessi o immaginati, in veste, appunto, di giardini.

L’imponente volume dedicato a Le parole del giardino. Storia, forme, elementi compositivi, che vede ora la luce per la cura coraggiosa e caparbia di Vincenzo Cazzato, Maria Adriana Giusti e Franco Panzini, conferma, fin dal suo impianto, la valenza euristica di un tale strumento di accesso e lettura a intere stratigrafie culturali. E, pur nascendo nel quadro dei progetti del PNRR dedicati alla conoscenza e valorizzazione di parchi e giardini storici pubblici e privati che vedono coinvolti Associazione parchi e giardini d’Italia, Ministero della cultura, Istituto centrale per il catalogo e la documentazione, fin da subito quest’opera si rivela di ben più ampio respiro e ambizioni (Gangemi, pp. 390, € 45). Ben oltre, certo, l’esigenza che l’attività di ricognizione, censimento e catalogazione di questo patrimonio, in vista di un suo restauro, presupponeva nel senso di approntare strumenti utili alla formazione e, prima ancora, alla messa a punto di una scheda catalografica cui ricondurre una serie davvero molto ampia di frastagliate fisionomie, dalla difficile descrizione, e…. denominazione.

Giovan Battista Ferrari, Hesperides 1646

Riprendendo, anche per l’Italia, l’aspirazione all’ordinamento – oltre i dizionari settoriali, di belle arti (Milizia, 1797), pratico di agricoltura (1930-32), delle arti e dei mestieri (1768-1778) – e alla classificazione sistematica che in parte è stata dei diversi precedenti Atlanti– del patrimonio, delle grotte e ninfei, e più in generale dei protagonisti dei giardini italiani su base regionale con biografie di architetti, giardinieri, botanici, committenti, letterati – si è immaginata qui un’opera che dalla spiegazione del lemma si apre ad ambizioni enciclopediche.

Dal piano lessicale, che pure per etimologie, sinonimi e occorrenze risale accezioni e contesti d’uso, l’impresa di definire termini e concetti attinge dai repertori linguistici dei più disparati settori – quelli di progetto, arti plastiche, riflessione filosofica, saperi pratici tra architettura, botanica, idraulica,  … – nella loro messa a confronto e in interrelazione per epoche e tradizioni culturali. Per farsi però soprattutto – e prioritariamente – esplorazione a tutto campo, secondo un inquadramento tematico che risulta via d’accesso principe alle informazioni, tanto da configurare una lettura critica che, oltre le consuete interpretazioni per scenari e genealogie, lascia intravedere costanti strutturali cui guardare.

L’ordinamento proposto in dodici sezioni (tra cui, Generi, Edifici e manufatti, Spazi e forme vegetali, Luoghi miti simboli, Aspetti emozionali, Conoscenza e conservazione, Nuove frontiere) è articolato su tre livelli gerarchici.

Giovan Battista Ferrari, Flora overo cultura di fiori, 1638

Per attestarsi su una granularità ponderata dove trattazioni più ampie (Città giardino, Paesaggio culturale) si accompagnano a descrizioni di dettaglio con un setaccio minuto che nulla lascia sfuggire (da Ananassiera a Zampillo); dove l’espressione Giardino pensile è ad esempio trattata nella sezione Forme della macro area Generi; come, sempre in quella macro area, la Cordonata viene illustrata nella sezione Scale e rampe della sezione Morfologia o ancora il concetto Prospettiva è nella sezione Sistemi visivi e prospettici della macro area Giardino e teatro.

Il tutto, prevedendo peraltro slittamenti – come per il Viadotto: Opera caratterizzante, una volta dismesse le valenze funzionali, per diventare Passeggiata o Giardino lineare – e precisazioni, nei tanti casi in cui lo stesso termine base traduce riferimenti differenti in lingue o ambiti culturali (il boschetto rinascimentale non è proprio il bosquet di Versailles).

Giovan Battista Ferrari, Hesperides, 1646

A questa già di per sé fitta trama mette ulteriormente le ali un esauriente indice alfabetico di voci e rinvii interni, risolvendo anche la contemporanea appartenenza a diversi settori (o l’assegnazione a uno piuttosto che ad altri).

Assai ci sarebbe piaciuto, ancora, che i così numerosi esempi d’uso – pronti a diventare immediatamente fonti di riferimento – potessero esser sempre rinviati. Ma sarebbe stato davvero chiedere troppo.

Vincenzo Cazzato, Maria Adriana Giusti e Franco Panzini, Le parole del giardino. Storia, forme, elementi compositivi, Gangemi, pp. 390, € 45, recensito da Andrea Di Salvo su Alias della Domenica XVI, 10, Supplemento de Il Manifesto dell’8 marzo 2026

Ercole Silva, Dell’arte de giardini inglesi,  1813
Giovan Battista Ferrari, Hesperides 1646

Il giardiniere imperfetto e il fascino del rovo

Nella vivace collana dell’editore Ediciclo, Piccola filosofia del viaggio, dedicata a riflessioni ispirate dal vagabondare alla scoperta di spazi, silenzi, incantesimi di strade bianche, nebbie, pause e mappe, sentieri e ascensioni, figura ora anche un Piccolo diario di un giardiniere imperfetto, sottotitolo del volumetto I segreti delle radici a firma di Stefano Mecorio, autore anche di alcune Guide sentimentali per il Consorzio camminatori indipendenti che sul filo del cammino lento intrecciano itinerari di natura e storia locale (Ediciclo editore, pp. 92, € 9,50).

Oltreché dell’esser giardiniere, il diario è qui, anche, specialmente quello, individuato, di un modo di vivere. Cornice per raccontare di un bilancio dell’essenziale, discretamente gigioneggiando, a tratti sopra le righe a scapito, parrebbe, fin anche del giardino.

Un trasferimento in campagna e un cambio di mestiere, successi e insuccessi, ritmi, priorità. E una passione per la natura scoperta in tarda età da consegnare allo sguardo libero del neofita.

Da un decennio, nei tre ettari scarsi di giardino che impongono scelte su scala ridotta, Mecorio pianta di tutto, a partire, improvvidamente, da quella prima ”ala anarchica, cialtrona e spregiudicata” dell’impervia costa nord esposta a tramontana, che pure nel tempo comincia a farsi grande.

Confessa di scegliere le piante d’istinto. Per ingordigia e curiosità, anche se di ognuno di quei “legni vivi” ricorda poi ogni attimo di vita.

Se la salvezza è nel tempo dilatato del percorrere le strade di campagna dove si concentrano milioni di storie intrecciate tra loro, l’indispensabile piacere della passeggiata quotidiana in quello scrigno che è il giardino evoca la cura dell’anima.

Tra irresolubili dilemmi – sul fatto che gli alberi vadan piantati in autunno o in primavera –, predilezioni – il gelso su tutti che cresce in fretta e però anche gli alberi dai frutti non commestibili né dalle grandi fioriture –, ossessioni, antipatie – i cipressi detestati perché non fanno ombra, le tetre magnolie, i malefici oleandri (pungono, sporcano: sic) –, si fa strada dopo tanto piantare il fascino del rovo.

L’idea di superare le forzature di un progetto che si presuppone. O, quantomeno, di farsi ispirare dall’osservazione, dal procedere e ritrarsi della macchia, accogliendone magari i sambuchi. A contemplare come unico organismo, giardino, bosco, orto, emozioni, stati d’animo; con le api, le galline e i loro irriducibili modi di stare al mondo; affiancando ai gelsi, fruttiferi rari come ilbanano di montagna, la statunitense Asimina triloba, l’asiatica albizia, la cinese Hovenia dulcis dall’edibile picciolo zuccherino; e, in estensione, annettendo pure la veranda con la sua vita bifronte, di giorno laboratorio per distillare succhi e marmellate, conserve e sughi e a sera consesso d’incontri, ospizio al convergere di compagnie, parole, propositi, chimere.

Vincent van Gogh, Radice e tronchi, 1890, Amsterdam, Van Gogh Museum

Procedendo sul filo delle stagioni, anch’esse più o meno predilette, con l’andirivieni dei vasi dentro e fuori dalla serra, il ristare dell’estate dopo l’affacciarsi di gemme e fioriture in primavera, l’inverno delle radici – quelle del titolo, certo non della provocatoria copertina di tronchi d’edera che serrano l’ospite –, dopo l’autunno dei trapianti, a farsi largo è il pensiero del travasare, del tramandare.

Come già avviene per le piante in vaso che Clara, anziana maestra di giardino di Mecorio, periodicamente gli affida perché transitino in quello suo nuovo. Così, nell’ineludibile interrogativo che fin d’ora s’insinua, sulle tantevite a venire di quel giardino provvisorio e sempre in divenire (sul suo dipendere da noi in quanto pur sempre in artificio).

Sul sempre disfarsi e ricomporsi dell’imperfetta, per definizione, sua identità originale (?), sulle sue molte afterlife che si protendono a seguire oltre di noi.

Stefano Mecorio, I segreti delle radici. Piccolo diario di un giardiniere imperfetto, collana Piccola filosofia del viaggio,  Ediciclo editore, pp. 92, € 9,50, recensito da Andrea Di Salvo su Alias della Domenica XVI, 5, Supplemento de Il Manifesto del 1° febbraio 2026

Vincent van Gogh, Albero di gelso,1889, NortonSimon Museum of art, California

Ville e giardini, un palinsesto verde nel tessuto di Roma

Constantin Hansen, La grande-allée di Villa Albani, 1841,
Statens Museum for Kunst – National Gallery of Denmark, Copenhagen

Non era affatto scontato individuare una chiave efficace per dar forma e indirizzo a una mostra fondativa come quella in corso da fine novembre al Museo romano di Palazzo Braschi intitolata a Ville e giardini di Roma (visitabile fino al 12 aprile). E proporre finalmente a un vasto pubblico la gran mole di studi e interpretazioni, documenti ed evidenze figurative su temi, forme e testimonianze relative ai giardini di Roma prodotta negli ultimi decenni come esito delle ricerche di una vita da parte di Alberta Campitelli e sodali. Occorreva affrontare e risolvere dialetticamente l’apparente paradosso di una compresenza disorientante, per quanto costitutiva, specialmente per una città come Roma dove tutto risulta da un inesausta reinvenzione di sé stessa, e ancor più per i giardini, opera impermanente perché viva, in continua trasformazione, e transeunte, per l’alto tasso di caducità cui è strutturalmente soggetta in ragione della sua fragilità.

Ci riferiamo alla compresenza che vede qui, da un canto, il succedersi incessante di una serie di giardini realizzati – episodi istitutivi e opere originalissime, specifiche del tessuto urbano e della storia politica e culturale che a Roma si dispiega, in un processo unico, anche per la storia del giardino, e nel così lungo periodo, ma da risalire ogni volta per come sovrascritti per via di riutilizzi e cancellazioni, stratificazioni e reinterpretazioni – e che d’altro canto, su queste presenze (spesso evanescenti) registra il cumularsi in palinsesto di una gran messe di rappresentazioni coeve: testimonianze principe, talvolta solitarie e residuali, di un patrimonio tanto effimero – con rischio al seguito che un tale predominare del visivo sovente comporta, di sbalzarle, quasi fermo fotogramma, in una temporalità assoluta, stereotipata, di invenzioni, prototipi, stilemi. Appiattendo o alterando genealogie o convergere di soluzioni, successioni e sovrapposizioni a staffetta di episodi che insistono sulle stesse topografie, o magari trascurando ogni traccia dell’ineffabilità dei vuoti di quanto scompare agli occhi. Non si trattava, quindi, di dar conto tanto della selezione delle pur meravigliose, per capacità di evocazione e accuratezza informativa, rappresentazioni di giardini convocate in mostra, ma della messa in tensione di queste testimonianze visive con il tessuto di conoscenze e interpretazioni accertate, volta a volta chiamate a confermarle, correggerle e integrarle.

Così, piuttosto che nel giustapporsi proprietario (poi ereditario) di nomi di famiglia che spesso stentano a identificare in modo univoco i singoli giardini, sono piuttosto – ma non lo si creda affatto evidente – i luoghi che si son fatti dimora fisica di tali giardini a veicolare gli estremi di quella loro (almeno) bidimensionale fisionomia.

Georges Paul Leroux, Passeggiata al Pincio, 1910, Galleria d’Arte Moderna, Roma

 Proprio quei luoghi che sempre han concorso a farli com’erano, i giardini – per opportunità e condizionamenti di orografie, panorami, simboli ereditati, contesto del loro farsi e perdurare –, vengono perciò convocati – eletti ad avatar della loro presenza, magari fuggevole, colà –, in apertura della mostra fin dalla grande mappa interattiva della città da interrogare nella prima sala – e poi ancora potendone portarne con sé nel percorso una copia cartacea indicizzata.

Ed è a partire dal gioco di sovrapposizioni e trasparenze che si attiva anzitutto dal loro sedime culturale declinato nelle temporalità e nella trama dei rinvii – tra di loro e con la città – che quei luoghi, parlano al riflesso dello sguardo del visitatore, che in un quasi inevitabile, fanciullesco divertissement, cerca raffronti e ritorni con la nostra immagine, di quel che resta o almeno del dove.

È la scelta di portare a evidenza la trama che sottotraccia intesse le fisionomie restituite in controluce dall’incrocio di piste e documenti lasciati dietro di sé dalla vita vissuta di quei giardini, con il riverbero dell’istante volta a volta estratto da quel flusso e catturato a incorporarne l’esperienza sensoriale – a un tempo nello specifico rilievo dell’intenzione artistica, tra ritratti di giardini e pitture di paesaggio, come pure nella lettura “situata” della proiezione in immagine (riduzione, interpretazione, talvolta reinvenzione) – a rendere così finalmente percorribile il paradosso della compresenza di cui sopra, e a orientare l’esperienza della mostra in una sorta di utopica, fremente – più di tanti illusionismi digitali – topografia sinottica di relazioni: cronologicamente, tipologicamente, dal punto di vista della storia della cultura, delle arti e del gusto, degli usi sociali. In un gioco di restituzione di relazioni plurali sempre reciproche

Hendrick III van Cleve, Veduta di Roma (Belvedere Vaticano), 1589, Musei Reali di Belle Arti del Belgio, Bruxelles

Nella sua incalzante ricchezza di informazioni e spunti questa mostra – realizzata a cura oltreché della Campitelli, da Alessandro Cremona, Federica Pirani e Sandro Santolini – va perciò vista o piuttosto abitata. E a poco vale pretendere di raccontarne l’esperienza (ricco anche il catalogo di molti ulteriori spunti e suggestioni: dal riutilizzo nei giardini dell’antico delle rovine come fondale di ideali continuità alle sempre stentate presenze del giardino paesistico, dai tratti funzionali alla convivialità e ai rituali del vivere in villa al rilievo di episodi e caratteri stilistici del giardino pubblico, dalla presenza di serre, labirinti, fauna selvatica allo specifico delle forme della rappresentazione del giardino, tra fotografia, visioni fantastiche e pittura della prima metà del Novecento, per L’Erma di Bretschneider, pp. 407, € 60,00).

Gaspar Van Wittel, Casino di Annibale Albani sulla via Aurelia, 1719,
Naurum Aktiengesellschaft, Ginevra

Le quasi duecento opere esposte tra dipinti, progetti, testimonianze, che si incontrano nella scansione di unallestimentocerto non facile in quegli spazi disegnano tra molti prestiti prestigiosi e valorizzazione di un consistente nucleo di opere dalle collezioni d’arte di Roma Capitale un percorso principe che si dispiega con misura e sapienza nel ritmo scandito di esordi, progressioni e ritorni tra i secoli dal XVI all’ultimo scorso, ma che continuamente invita a un gioco di ammiccamenti e rinvii in enjambement di fasi, protagonismi, temi.

Tra gli altri, il tentativo di restituire le scarse, spesso misconosciute tracce dell’ingegno di giardinieri e progettisti, l’insistenza sulla costante della coesistenza, in fasi diverse, ma di lungo periodo di giardini “di fiori” e colture produttive, utile dulci, dagli agrumi ai carciofi dei giardini vaticani ai boschetti di gelso del diciassettesimo secolo (fino all’attuale reintroduzione di un vigneto al Palatino in quelli che erano gli Horti farnesiani).

Su tutti, a partire dalle molte evidenze proposte fin dalla mappa interattiva d’apertura (sempre in colore verde, ma spento!), la testimonianza del progressivo, inesorabile, venir meno lungo l’intero arco temporale documentato di davvero tanti giardini oggi scomparsi: dalla repentina battuta d’arresto costituita già dal sacco di Roma (che per un tratto condizionerà l’affermarsi del modello a lungo di riferimento del cinquecentesco giardino formale, per quanto attento all’articolarsi dei luoghi, capace altresì di integrare la dimensione umanistico antiquaria, del collezionismo e del recupero dell’antico, e dalle distruzioni volta a volta operate per far posto al colonnato berniniano (Villa Cesi) o alla passeggiata pubblica del Gianicolo a fine 800 (Villa Lante), al paradosso di una passione diffusa per il verde di rappresentanza che a inizio Seicento porta alla scomparsa di altri giardini, via via inglobati in ville maggiori (nella villa Ludovisi attorno a Porta Pinciana o per quelli di Villa Sforza confluiti nell’ambito di Palazzo Barberini).

Gravi le perdite anche in occasione di combattimenti (la difesa della Repubblica romana) e specialmente per le grandi lottizzazioni di Roma capitale (determinanti nella zona della Stazione termini con Villa Montalto Peretti), le aperture di nuove strade (la riduzione di villa Aldobrandini per quella di via Nazionale), l’espansione sulle vie consolari, i nuovi argini di contenimento del Tevere che distruggono o riducono molti giardini affacciati sul fiume.

Gaspar Van Wittel, Veduta di Castel Sant’Angelo e del Vaticano dai Prati di Castello,1682-88,
Musei Capitolini, Roma

Se durante il ventennio molti son poi gli episodi di un’attenzione al verde, spesso in un’ottica propagandistica, nel dopoguerra il costante processo di erosione avanza ineluttabile per via di lottizzazioni, con l’alterazione anche di vaste porzioni di giardini di proprietà di istituti religiosi o episodi come la distruzione della seicentesca villa Costaguti colpita nell’ottobre 1946 da un attentato sionista in quanto sede dell’ambasciata del Regno Unito.

Sopravvivono alcune ville acquisite dallo Stato (nel 1901 Villa Borghese che viene unita al Passeggio pubblico del Pincio, villa Pamphili espropriata a metà degli anni Sessanta e Ada Savoia tra la fine Cinquanta e Novanta) a segnare una timida inversione di tendenza con la giunta del sindaco Argan dalla meta degli anni Settanta.

Così, oltreché illustrare puntualmente il rilievo della presenza di ville e giardini storici nello sviluppo di Roma dal Rinascimento al Novecento, tale da connotarne l’immagine ed evidenziarne il ruolo in un’originale, straniante, lettura della città dal punto di vista degli spazi sottratti al costruito, la mostra ci allerta sulle fragilità di un patrimonio che – seppur qualifica Roma come il comune più verde d’Europa, ancora e malgrado il progressivo depauperamento di cui s’è detto –sempre risulta troppo spesso inavvertito e trascurato. E, invece, tutto da conoscere, curare, abitare.

Ville e giardini di Roma, mostra nel Museo romano di Palazzo Braschi (visitabile fino al 12 aprile 2026), a cura di Alberta Campitelli, Alessandro Cremona, Federica Pirani e Sandro Santolini, recensita da Andrea Di Salvo su Alias della Domenica XVI, 4, Supplemento de Il Manifesto del 25 gennaio 2026

Matthias Withoos (attr.), Villa Aldobrandini, 1648-53, olio su tela
Museo di Roma
Joseph Heintz il Giovane, Veduta di Villa Borghese, 1625, Collezione privata
Joseph Heintz il Giovane, Villa Mattei Celimontana, 1625 ca., Villa La Pietra, Florence

Corrispondenze vegetali dalla Terra dei fuochi

In parallelo con le molte ricerche che ci rivelano come per comunicare le piante usino diversi – certo dai nostri – tipi di linguaggio (molecolare, biochimico, posizionale, …) che esigono da parte degli umani un diverso stile di attenzione, da qualche decennio si va dispiegando un interesse anche sul perimetro della soggettività di un loro punto di vista, che intercetta antropologia, riflessione filosofica, intervento artistico.

È in questo contesto che l’artista visuale Anaïs Tondeur in tandem con il filosofo ambientale Michael Marder, curatore da anni dei Critical Plant Studies, tornano a praticare conversazioni impossibili ma necessarie con piante che si son trovate ad abitare in condizioni estreme. Come già nel progetto del 2021, dedicato agli echi luminescenti iscritti su carta fotosensibile delle piante capaci di prosperare nella zona di esclusione dopo il disastro nucleare di Chernobyl, questa volta i terreni dei margini son quelli campani, della Terra dei Fuochi, sulle pendici del Vesuvio.

Alliaria petiolata, fitografia, Giuliano Zona ASI, Terra dei Fuochi

Con lo stratificarsi millenario di ceneri vulcaniche ma soprattutto, più di recente, la contaminazione dovuta a decenni di sversamenti illegali di rifiuti tossici e alla loro combustione, le piante cresciute qui in terreni fortemente inquinati producono in eccesso una molecola, il fenolo, solitamente utile, ma assunta ora a testimoniare la dismisura di uno stress esorbitante: sottili linee marrone scuro in gradazione figurano impronte di cicatrici, ma anche tracce di vitalità silenziosa, sopravvivenza, resistenza. Messaggi rilasciati dalle piante su invito di Tondeur, catturati tramite fitografia, un metodo di fotografia a contatto, basato su una reazione chimica, appunto, tra queste molecole e le particelle d’argento della superficie fotosensibile.

A contrappunto di queste immagini dalla firma plurale, con piante, fuoco, umani e discariche come soggetti agenti, il volume pubblicato ora a dar conto del progetto di ricerca artistica realizzato durante una residenza a Napoli – condotto assieme ad agronomi, botanici, comunità locali e vegetali nel corso dei mesi – ed esposto per la prima volta alla Spot Home Gallery, propone una corrispondenza poetico-filosofica a più voci.

Innescato dal gesto fotografico, l’impegno reciproco di questi Fiori di fuoco. Tracce e corrispondenze dalla terra dei fuochi, si dipana ricorsivamente: dall’invio delle fitografie a Michael Marder alle risposte del filosofo che interpellano suoli e piante destinatarie ciascuna di una missiva che Tondeur poi legge loro ad alta voce sul campo, alla ulteriore risposta di queste ultime mediata da nuove impronte fitografiche (Mimesis, pp.103, € 15, edizione bilingue in inglese).

Buddleja davidii, fitografia, Giuliano Zona ASI, Terra dei Fuochi

Un’interlocuzione con singole piante sfuggite al controllo su terreni ai margini, paesaggi offesi, saturi di ferro, fosfati e nitrati che, oltre le etichette di specie, aspira a dar voce a prospettive molteplici quanto a punti di vista e scale temporali, intesse la singolare universalità del loro stare al mondo modulare con l’unicità dell’esser loro, solo in quanto in relazione con altri, piante, animali, funghi – l’eucalipto che porta il fuoco, cruciale al contempo per il suo ciclo riproduttivo, il grespino comune (Sochus oleraceus) dalla firma aleatoria e contingente che si distende oltre i suoi contorni, l’ipomea che in osmosi reciproca con lo sfondo dove si sperde, vive di “esitazioni e insuperabile indeterminatezza”. Un corrispondersi che parla della responsabilità etica di testimoniare il collasso ecologico per essere all’altezza di quanto le piante, da sempre preesistenti, già fanno per noi, e cioè, farci esistere.

Fiorendo in questa discarica globale che è la nostra dimora planetaria, queste fitografie la ingioiellano della possibilità di attivare una rete di forme nuove di cura e attenzione interspecie in una sorta di riconoscimento reciproco.

Anaïs Tondeur e Michael Marder, Fiori di fuoco. Tracce e corrispondenze dalla terra dei fuochi, Mimesis, pp. 103, € 15, edizione bilingue in inglese, recensito da Andrea Di Salvo su Alias della Domenica XVI, 3, Supplemento de Il Manifesto del 18 gennaio 2026

Arum italicum, fitografia, Lago Patria, Terra dei Fuochi

Lunari e calendari d’ogni anno

Traboccanti di oroscopi, previsioni e pronostici, a ogni volger d’anno almanacchi e lunari dimostrano ormai da secoli un’indubbia persistente vitalità. Da quando, in particolare con l’arrivo dell’arte tipografica, circolano diffusamente associando una precisa tipologia di informazioni: brevi unità di carattere pratico affiancate a contenuti astrologici, al formato: manifesti da appendere poi, più spesso, libretti tascabili.

Stampati in un’unica edizione annuale su carta spesso scadente, con illustrazioni elementari e disegni talvolta di rara efficacia, sono stati a lungo veicolo tra i pochi di una capillare diffusione di informazioni (e prima alfabetizzazione) anche tra ceti popolari rurali e inurbati, fino a costituire un

Come per il termine derivato dall’arabo, al-manākh, sfogliandoli, si trascorre tra informazioni di tipo astronomico e astrologico, dall’indicazione dei movimenti delle fasi lunari, con annessi pronostici, oroscopi e divinazioni, alle considerazioni metereologiche, ai calendari per orientarsi tra feste mobili e anni bisestili, in un esistenza scandita da stagioni, celebrazioni religiose e fiere.

Spesso riassunte in proverbi, versi, detti popolari, una serie di nozioni utili su lavori del mese, tecniche agricole, novità in materia di semine e potature si alternano a ricette di conserve e biscotti o a indicazioni sull’uso di erbe tisane come rimedi a fronte di malattie e incidenti.

Destinati già con il secondo Settecento a un pubblico insospettabilmente vasto, nei secoli successivi almanacchi e calendari si affermano anche come guide intese a trasmettere visioni del mondo, spesso orientate tra paternalismo, talvolta nuove istanze sociali sotto il registro del burlesco, indicazioni di politica agraria (la promozione della chimica nei fertilizzanti). Mentre in funzione educativa e civile con gli anni si andranno affiancando notizie storiche e amministrative e descrizioni geografiche, reportage di viaggi in terre lontane.

Per molti, il lunario per eccellenza, da sempre presente al nostro immaginario, è quello intitolato a Barbanera che una piccola omonima casa editrice di Spello, affiancata da una fondazione che raccoglie e custodisce un’importante collezione di volumi del genere, ripropone ogni anno in edicola e in libreria (pp. 255, € 15.20) conservandone struttura e spirito ma via via attualizzandolo.

Nato a Foligno come foglio volante da parete nel 1762, dal 1793 viaggia in forma di libretto tascabile. Pubblicato e distribuito anche nelle Americhe in corrispondenza delle principali ondate migratorie in versioni speciali che univano ai consueti consigli anche informazioni utili ad affrontare l’avventura nel nuovo mondo (con glossari delle parole utili a una prima conversazione, norme di comportamento e igienico sanitari, tabelle di conversione di pesi e misure e informazioni utili per ottenere la cittadinanza), resta per lo più strettamente collegato alle attività della vita dei campi fino al secondo dopoguerra

È con la fine degli anni Cinquanta che specialmente le illustrazioni poste a scandire il succedersi dei singoli mesi registrano un profondo cambiamento: irrompe nell’iconografia di quelli estivi il tempo del riposo – delle vacanze al mare e del pattinare sul ghiaccio invece a gennaio – e come protagonista si afferma tra gli altri anche la vita cittadina. Finché, a partire dagli scorsi anni Novanta poi, paese agricolo e dimensione urbana convengono tra recuperi e nuove attenzioni in un’auspicata empatia con l’ambiente naturale che si traduce anche nella scelta di utilizzare carta riciclabile, da foreste tutelate e inchiostri vegetali.

Tra appuntamenti astrali, calendari dei lavori di casa e giardino, lunario biodinamico, ricette di stagione, nell’edizione 2026 del Barbanera il filo conduttore è l’invito di grande attualità a convivere, conoscendoli, con gli animali selvatici che abitano le nostre città, mentre le immagini che lo illustrano, affidate ogni anno a un giovane artista, vedono quest’anno Valeria Biasin reinterpretare antiche xilografie popolari.

Da segnalare infine, anche rivisitazioni ex novo. Come quella proposta dall’editore Nottetempo per la prima volta a cura di Barbara Bernardini e Maria Claudia Ferrari Belisario.

Sempre ispirandosi al genere e ribadendo fin dal titolo il suo stretto legame con la terra come suolo, la luna, i suoi cicli, gli influssi reali o immaginati, questa variazione sul tema del nuovo Lunario di braccia rubate. Sentieri, semine, meditazioni e lune (pp. 216, € 17.90), articolato in tredici mesi sinodici e, per ciascuno, una luna con un suo tema, disegni e consigli giardinieri, propone anche una serie di rubriche diverse, che invitano a comporre Atlanti del novilunio, praticare meditazioni da associare alle diverse fasi e, in chiusura di ogni capitolo, suggestioni e proposte di letture e brani musicali … della luna calante.

Il lunario di Barbanera (Barbanera) e Lunario di braccia rubate. Sentieri, semine, meditazioni e lune (Nottetempo), recensiti da Andrea Di Salvo su Alias della Domenica XV, 50, Supplemento de Il Manifesto del 14 dicembre 2025

Uomini e alberi nell’Europa medievale

La fitta trama di relazioni che a lungo ha visto convivere nell’Europa medievale uomini ed alberi può esser riletta oggi alla luce di una serie di acquisizioni in certa misura capaci di dar voce direttamente a questi ultimi.

A partire dall’indagine archeologica che sistematizza lo studio dei resti di materiali recuperati nell’edilizia come nei focolari, l’analisi degli anelli di accrescimento dei tronchi, la presenza di pollini rinvenuti a diverse profondità nel fanghi e nelle torbiere e fino agli studi sulla genetica delle piante. Ma, soprattutto, grazie a un nuova considerazione storiografica che, tra usi e valenze simboliche, incrocia storia materiale e percezione del mondo vegetale, concentrandosi sulle interrelazioni tra esseri umani e piante.

È così che nel suo volume  intitolato a I giganti silenziosi. Il Medioevo in dieci alberi, Paolo Grillo rilegge con un diverso stile di attenzione la tradizionale documentazione di contratti di compravendita, trattati di botanica, statuti cittadini, come pure le fonti narrative di volta in volta funzionali a letture agiografiche o condizionate da modelli ideali – assieme, appunto, ai dati emersi da prospezioni e indagini paleobotaniche (Mondadori, pp. 232, € 22).

Superata la miopia di uno sguardo che perlopiù riduce gli alberi a mere risorse “silenziose”, o a oggetto di proiezioni simboliche, Grillo riesce a restituir loro dignità di soggetto per come anch’essi definiscono e modellano l’ambiente.

Raccolta di ghiande, miniatura dal Tacuinum sanitatis, XIV sec, Vienna, Nationalbibliotek

Avviandosi a superare la lettura solitamente tutta antropocentrica dell’ambiente, la vicenda dei dieci alberi prescelti viene ripercorsa, all’incrocio delle tre grandi tradizioni, classica, germanica, giudaico cristiana, tra rispetto per piante e boschi sacri, volta a volta oggetto di superstizione o devozione da parte di un immaginario cristiano che presto si impadronirà di usi e valenze arborei (fino alla sempreverde palma, simbolo di vittoria sulla morte), nuova sensibilità scientifica veicolata da trattati, enciclopedie, erbari, in relazioni agli usi terapeutici, prevalere di un approccio tutto teso alla messa a profitto degli alberi con la presunzione di irreggimentarne la conduzione e regolarne usi e abusi.

Ne deriva tra l’altro l’opportunità di rivedere tutta una serie di assunti e pregiudizi. Che la diffusione delle foreste altomedievali sia da mettere in relazione diretta con l’insediamento dei barbari quando invece già il mondo tardo romano aveva visto una significativa ripresa del bosco (trattandosi in ogni caso di un processo regolato e condizionato dagli esseri umani); o una visione delle foreste come selvagge e inospitali, quando non ostili, che dev’essere stemperata a vantaggio di un bosco perlopiù spazio aperto e frequentato perché produttivo, utile alla raccolta, alla caccia, all’allevamento.

Riservando il giusto spazio alle pratiche, come luogo d’elezione di ogni relazione, Grillo ci ricorda come, ad esempio, l’ulivo risulti protagonista chiave tramite il quale rileggere l’incontro tra popolazioni, specialmente in area longobarda – dove pure si afferma sempre più la presenza del castagno anche per via di innesti e nuove elaborate forme di arboricoltura –,  in termini di rapida saldatura quanto a usi alimentari e rituali (consacrazione e illuminazione delle chiese) nella tutto sommato continuità degli andamenti del paesaggio agrario. Mentre la persistente diffusione della quercia, scelta già perseguita dai romani, in relazione con l’importante presenza dei maiali nell’alimentazione, debba misurarsi con l’alternativa costituita dai faggi nei territori del nord Europa dove le querce stentano a fruttificare regolarmente. E occorre però distinguere le diverse fasi e areali di un processo che si declina in relazione alle capacità – delle querce, non dei faggi – di ospitare nel loro sottobosco piante di cui possono nutrirsi anche ovini bovini e caprini.

O ancora, di come sul filo della crescita demografica dopo il Mille, si registri anche quella dei castagni, a scapito di altre specie che, sempre soprattutto a opera dell’uomo, avviene però in spazi specifici, fitti e omogenei come conferma una toponomastica folta di castagnara e marroneti. Per sottolineare come con il quattordicesimo secolo l’interesse per alberi, rivolto per secoli specialmente alla raccolta e allevamento dei suoi frutti, finisca per volgersi poi piuttosto al loro legname con il dilagare in età moderna della richiesta in edilizia, marineria  e come combustibile per le nuove manifatture.

E via così. Districando i fili di un vicendevole intessersi di relazioni tra esseri umani e piante che finisce per risaltare come possibile chiave di lettura per meglio comprendere tanti aspetti della vita nel mondo dell’Europa medievale.

Paolo Grillo, I giganti silenziosi. Il Medioevo in dieci alberi, Mondadori, pp. 232, € 22, recensito da Andrea Di Salvo su Alias della Domenica XV, 50, Supplemento de Il Manifesto del 14 dicembre 2025

Simbiosi e moltitudini

A partire dall’impollinazione dei fiori che vede coevolutivamente coinvolte specie diverse (non ultimi noi umani) o nel caso delle micorrize, reti-relazioni di funghi-radice che regolano e influenzano vita di alberi e comunità vegetali, le forme di simbiosi sono ovunque e dappertutto nel mondo naturale

Non esiste organismo vivente che non viva in simbiosi con qualche altra forma di vita. E, nella molteplicità delle sue declinazioni – tra instabili dinamiche e tentativi di classificazioni –, questo concetto, a lungo sottovalutato nel Novecento e che ha avuto invece un grande risalto negli ultimi decenni, si impone come una delle principali forze del processo evolutivo, temperando con ciò la darwiniana teoria dell’evoluzione.

Della genealogia e delle forme di questa presa d’atto raccontano ora la vicenda Maurizio Casiraghi e Telmo Pievani con grande chiarezza, anche per i non specialisti, nel volumetto Uniti per la vita. Storie di simbiosi e cooperazione (Il Mulino, pp. 313, € 16).

Elysia viridis, lumaca di mare che riesce a svolgere la fotosintesi nei bassi fondali, incisione da un’enciclopedia naturalistica tedesca del XIX secolo

È nel contesto di un darwinismo sociale alla Spencer, dove della teoria proposta da Darwin nel 1859 si estremizza il tratto della competizione come motore del cambiamento, che alcuni biologi russi ipotizzano invece il rilievo evolutivo della simbiosi. Il controverso Konstantin Mereschkowski, già nel 1905 e poi nel 1920 quando pubblica Le piante considerate come un complesso simbiotico e il naturalista e teorico dell’anarchia Pëtr Alekseevič Kropotkin, alla ricerca di evidenze biologiche della cooperazione come forza evolutiva determinante. Sarà poi però soltanto negli anni Settanta che una scienziata visionaria e controcorrente, Lynn Margulis, arriverà a leggere con la sua fervida attenzione al microcosmo, la simbiosi come un’opportunità per gli organismi di esplorare nuove e inedite combinazioni attraverso la cooperazione; una teoria evolutiva generale dove lo sviluppo per ramificazione e separazione dell’albero delle specie si incontra con trasferimenti orizzontali tra i rami; una ragnatela di connessioni, un corallo di fusioni, associazioni, convergenze.

A dire della complessità di conflitti e relazioni tra partner nel gioco quasi mai lineare di variabili del grado di stabilità, basti ricordare che la teoria della Margulis viene accettata soltanto a metà degli anni Ottanta quando sarà possibile provarla per via molecolare.

La definizione del perimetro stesso del concetto di individuo deve misurarsi con simbiosi che possono riguardare anche soltanto parte di organismi. O con un livello di individualità come l’olobionte, derivante dalla cooperazione di specie diverse in rapporti simbiotici consolidati, dove poi “alla lunga l’intreccio delle reti geniche forma un solo genoma funzionale”, come per il nostro corpo e il suo microbiota: la comunità di microrganismi (batteri, virus, funghi) che vivono all’interno e sul nostro organismo. Mentre ad esempio per le posidonie dei nostri mari si parla di superorganismo, entità che si estende per chilometri e su migliaia di anni derivante dalla somma di tutti gli individui che la compongono, originata da una singola pianta che si è riprodotta asessualmente generando cloni di sé stessa. Come il corallo, la posidonia esiste sia a livello individuale, ma anche come moltitudine.

A corollario della disamina, e con riferimento anche a snodi come il “dilemma dell’altruismo”, l’evoluzione delle forme di socievolezza o l’equilibrio instabile tra egoismo individuale e coesione di gruppo, gli autori pongono altresì una serie di attualissimi interrogativi sulle lezioni da trarre, o meno, rispetto alla tentazione ricorrente di una proiezione antropomorfica, a partire dal linguaggio, sul diverso piano di etiche preferibili o giudizi di valore, relativamente a una presunta “naturalità delle cose”. Dato che, come si dice, la natura è un ambivalente arcobaleno di contraddizioni.

Maurizio Casiraghi e Telmo Pievani, Uniti per la vita. Storie di simbiosi e cooperazione, Il Mulino, pp. 313, € 16, recensito da Andrea Di Salvo su Alias della Domenica XV, 48, Supplemento de Il Manifesto del 23 novembre 2025

Elysia viridis, da Brehms Thierleben (Vita animale di Brehm), importante enciclopedia naturalistica tedesca del XIX secolo

Agrumi dai destini incrociati, per regione

La secolare presenza degli agrumi che come una trama pervade di varietà diverse la maggior parte delle diverse, variegate configurazioni bioclimatiche della penisola, si infittisce a tratti fino a farsi contrassegno, fisionomia caratterizzante.

Così, volta a volta, sono le coltivazioni dedicate, adacquate in Liguria a cadenze fissate fin dagli antichi statuti, il fitto ordito delle travi delle limonaie circondate su tre lati e orientate ad est lungo i terrazzi affacciati sul lago di Garda, oppure i “quadri” che in Puglia si dispongono alternati a protegger le coltivazioni dal grecale, appezzamenti separati da alte siepi vegetali o con muri di oltre tre metri dotati di finestroni aperti a distanze regolari, a scandire stagioni e terroir con profumi, colori, sistemi di serre mobili, a innescare commerci e economie nei territori, catalizzare saperi, consuetudini popolari, rituali e tradizioni, gastronomie. E, specialmente, disegnare paesaggi.

Quelli produttivi, soprattutto, ma anche quelli delle socialità di passeggiate sulle fortificazioni cittadine dismesse, che ben si accordano alla coltivazione di agrumi in piena terra in ambito urbano, quelli simbolici dell’immagine restituita dai Gran tour, o le estetiche che nei giardini, complice la grande propensione degli agrumi ai destini incrociati, raccolgono nei giardini meraviglie da esibire. Come nelle collezioni medicee o nel caso della rinascimentale Villa Medici sul Pincio, a Roma, dove, protetti dalle mura aureliane a metà 500, agrumi in vaso si alternavano a spalliere di cedri nel contesto di un boschetto di duemila melangoli.

Gagliardi Cugni, Concameratae Medicae Mali Tegetes in Hortis Carolis Card. Pii, in Ferrari 1646

Di questa trama e dei suoi protagonisti principe – varietà di maggior spicco ritratte in schede articolate – propone oggi una ricognizione ragionata nelle diverse regioni della penisola il lavoro di scavo e ordinamento di Paola Fanucci e Alberto Tintori, Il viaggio degli agrumi in Italia. Percorsi e curiosità di cultivar regionali, Leo Olschki, pp. 330, € 29,00.  Un’indagine a tutto campo, che al prezioso lavoro su fonti, testimonianze e temi – specificità regionali di tecniche di coltivazione, competenze, figure professionali, operazioni di raccolta produzione confezionamento, rilievo della manodopera femminile, innesco che produzione e commercio determinano in ambito manifatturiero e mercantile – affianca in un’inedita veste anfibia una sezione finale di pratiche agronomiche, dedicata a propagazioni, innesti, accortezze e cure (che meglio avrebbe meritato maggiore integrazione).

W. van Aelst, Natura morta con frutta (arancio Bizzarria), 1664, olio su tela, Madrid

Della presenza, anche ornamentale dei limoni, dicono i resti di 38 piante in vasi posizionati ai piedi di altrettante colonne nella Villa di Poppea, a Oplontis (I secolo a.C.) o quelli ritratti negli affreschi della Casa dei cubicoli floreali, a Pompei (I secolo d.C.).

Nel primo testo europeo destinato esclusivamente alla coltura degli agrumi, il De Hortis Hesperidum del 1501, l’umanista Giovanni Pontano, che li coltiva sulla collina del Vomero nel suo giardino della Villa di Poggioreale, suggerisce di applicare anche alle piante di arancio i principi della topiaria. E, ancora di quei loro «fiori eterni [che] mentre un frutto spunta l’altro già matura» ragiona Torquato Tasso a proposito del Giardino d’Armida nella Gerusalemme Liberata.

In molte regioni il cedro è il primo agrume a esser conosciuto: già nel IV secolo d.C. Rutilio Palladio, proprietario di una tenuta non lontana da Oristano, gli dedica un intero capitolo nel suo Opus agricolturae, mentre in Sicilia figura nei mosaici della Villa del Casale a Piazza Armerina, e in Liguria compare nel 1110 in un elenco di beni corrisposti come censo al vescovo di Genova, per tornare poi nel 1511 in una lista di acquisti per i giardini dell’Isola Isola Madre sul Lago Maggiore, tanto che il cedro fogliato finirà sullo stemma nobiliare della proprietaria famiglia Borromeo. Così come, due cedri compaiono anche nel ritratto di Giovanni de Bicci dipinto da Alessandro Allori, oggi agli Uffizi.

Se è ai crociati di ritorno da Gerusalemme che viene attribuito il merito dell’introduzione degli agrumi – dal ligure Giorgio Gallesio, autore nel 1811 di  un Traité du Citrus –,  nel bresciano il rimando è ai frati del convento di San Francesco a Gargnano dove anche alcuni capitelli del chiostro trecentesco raffigurano aranci e limoni. L’uso del cedro a fini rituali determina inoltre un mercato del tutto particolare fin dal nord Europa: «gli Hebrei etiandio di Alemagna e di altri luoghi mandano a comprar dei cedri, per la solennità dei Tabernaculi, a Sanremo» sottolinea il geografo cinquecentesco Agostino Giustiniani

L’arancio dolce – in Liguria denominato alangium (mentre l’arancio amaro, citronus, verrà poi volgarizzato in citrone) sarebbe arrivato in regione a metà Quattrocento; e così nel Meridione dove il nome portuall rimanda a influenze arabe.

Mentre è con gli inizi del Settecento che il bergamotto s’impone come agrume principe, specialmente del paesaggio e dell’economia calabrese fino a riflettersi nella toponomastica: in provincia di Cosenza, è nella Riviera dei cedri, e soltanto lì, che si coltiva la varietà Liscia Diamante

Ritratte in specifiche schede articolate per regione, spiccano nel volume tra protagonisti noti e appellativi dialettali, varietà scomparse e talvolta, di recente, recuperate: come l’arancio amaro Bizzarria, perdutosi dopo esser stato scoperto a fine Settecento dal medico di corte e naturalista toscano Francesco Redi, e che ha la particolarità d’essere «in un sol pedale, e anche nello stesso frutto … Cedrato, Limone, Arancio dolce e Arancio forte, variando continuamente le combinazioni, le situazioni e il numero delle parti diverse» (Gaetano Savi, Notizie per servire alla storia del Giardino e Museo della I. e. R. Università di Pisa, Pisa, Tipografia Nistri, 1828, p. 25).

Paola Fanucci e Alberto Tintori, Il viaggio degli agrumi in Italia. Percorsi e curiosità di cultivar regionali, Leo Olschki, pp. 330 € 29,  recensito da Andrea Di Salvo su Alias della Domenica XV, 46, Supplemento de Il Manifesto del 9 novembre 2025

Giovanni Battista Ferrari, Citreum dulci medulla, 1646

Giardini come pharmakon? Reciprocità di affetti, etnobotaniche, biopolitiche

Linda Fregni Nagler,  senza titolo, Milano 2019, mostra Hana to Yama (Fiori e Montagne)

Giardini come pharmakon? Reciprocità di affetti, etnobotaniche, biopolitiche

La messa in prospettiva dei diversi modi in cui pratiche della cura, perimetri di un benessere che via via ci corrisponda, modi di intendere l’ambito salute-salvezza si declinano nell’esperienza del paesaggio e nella pratica del giardino sconta il fatto che, a partire da una serie di recenti riflessioni e approcci metodologici, questi luoghi si son fatti d’elezione di una consapevolezza dove, dismessa ogni presunzione di una gerarchia del vivente con l’uomo al vertice, siamo parte di un sistema di interdipendenze ecologiche in implicazione stretta con voci e prospettive non umane che concorrono a definire e modellare l’ambiente (e il nostro umano costruire, abitare e dare forma a mondi).

Se paesaggio e giardino – letture e invenzioni perciò dalla firma plurale – risultano connotati con speciale evidenza dalla centralità di questo permanente, vicendevole intessersi di relazioni tra esseri umani e i non umani, merita, spostando accento e attenzione dalle individualità alle relazioni, interrogarsi su misura e ambivalenze, appropriatezza, dimensioni e temporalità di queste reciprocità di affetti.

Relazione prevista per la ventiduesima edizione delle Giornate internazionali di studio sul paesaggio della Fondazione Benetton dedicata al tema Healthscapes. Il paesaggio, il senso contemporaneo della cura e l’equivoco del benessere (giovedì 26 e venerdì 27 febbraio 2026, nell’auditorium di Palazzo Bomben di Treviso)