Mazzolai. Robot ispirati dalle piante

Nell’attenta osservazione che da sempre destiniamo all’infinita varietà di soluzioni che la natura mette in atto per adattare la vita ai più diversi contesti c’è uno sguardo nuovo che da qualche tempo riserviamo al vivente, incrinando l’altrimenti inossidabile assunto antropocentrico che ci vuole misura di tutto. Uno sguardo che procede per differenza e ha per soggetto privilegiato quel mondo vegetale che nella sua irriducibile alterità ha basato il suo successo evolutivo su fondamenti biologici totalmente diversi rispetto a quelli del mondo animale.

Un ulteriore punto di vista si produce poi, andando oltre il gioco dell’analogia, che ci vede guardare volta a volta alla capacità dinamica di volo orizzontale di alcuni semi con le estremità flesse verso l’alto a suggerirci esempi per velivoli come il monoplano, o alle proprietà idrofobiche del fiore del loto da replicare nei più diversi ambiti. Se, in una logica imitativa, si intende comprendere il funzionamento dei meccanismi del vivente per trasporli in sistemi non biologici. Se si osservano e studiano cioè gli esseri viventi e le loro interazioni per progettare e realizzare macchine e sistemi bioispirati. In particolare robot – come già quelli animaloidi e umanoidi – esemplati sui meccanismi di funzionamento delle piante.

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La nazione delle piante. Libri esplorazione, alla Pizzetti maniera

Partendo dal presupposto, mai abbastanza ribadito, della nostra profonda disattenzione e ignoranza per il mondo vegetale, per l’alterità di quella presenza invece davvero dominante sul pianeta che sola consente che su di esso si dispieghi la vita – anche la nostra –, s’avvia ora, per gli Editori Laterza, con intento risarcitorio, l’impresa di una serie di volumetti dedicati a incentivare la conoscenza dei protagonisti de La Nazione delle Piante.

Una serie, diretta dal neurobiologo Stefano Mancuso, intesa a familiarizzarci con la varietà dei soggetti e delle popolazioni di quella nazione vegetale, illustrandone profili, parentele, forme organizzative, funzionamenti e modalità di comunicazione, come pure ripercorrendo le relazioni che con quelle piante noi animali umani intratteniamo, negli usi e negli immaginari.

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Fiona Stafford. Alberi radiofonici … salvacondotto

Negli scaffali della serie ormai ben nutrita di volumi che dalle più diverse prospettive son dedicati agli alberi e a quell’intima e pur sempre incommensurabile relazione che ad essi ci lega va ad aggiungersi ora questo intitolato a La lunghissima vita degli alberi (Hoepli, pp. 298, € 19.90) di Fiona Stafford, studiosa di storia della letteratura, arte e ambiente, nonché docente ad Oxford, ma soprattutto autrice di una serie di successo per BBC Radio 3, dedicata al rilievo e al significato degli alberi.

Ed è con questo andamento radiofonico, a tratti affabulatorio, che l’autrice appronta una sua galleria di profili – diciassette alberi del tutto comuni, dal tasso al ciliegio, dal sorbo all’ulivo, per via di cipresso, quercia, frassino, salice, biancospino, … melo –, muovendo da una tavolozza di citazioni letterarie, considerazioni e ricordi, innescati da oggetti – pigne raccolte, brani di corteccia – e immagini che valgono come salvacondotto di un personale viaggio in andirivieni tra scrivania e alberi di mondi anche diversi, temporalmente, geograficamente.

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Pirovano. Ritrattista di giardini

Da soli o in ideale condivisione, viaggiar per giardini significa volgersi all’indirizzo di irripetibili microcosmi. Unici ogni volta. In sé, e per il modo in cui si fissano nell’esperienza che ne facciamo visitandoli, seppur brevemente.
In lenti viaggi di avvicinamento, per via di giardini ci trasferiamo in contesti, paesaggi, storie.
Finalmente al termine di lunghe, spesso strettissime strade della campagna inglese dove gli alberi si intrecciano come volte di cattedrali, o all’ombra improvvisa di una tagliata tra gli assolati paesaggi meridionali. In una trama fitta di itinerari, appuntamenti, orari di apertura, incrociamo il processo creativo che li ha generati e assieme l’opportunità di risalire stratigrafie di interventi progettuali, emozioni, immaginari.
Che si tratti di universi dove in modi sempre differenti amore per le piante e intenzioni compositive prendono forma, sia che procedano in dimensione intima o che rispondano invece a istanze di pubblica rappresentazione, ogni volta l’esperienza della visita di un giardino richiama un caleidoscopio di suggestioni dove metter ordine è comunque un arbitrio, mentre evocare e trasmettere l’emozione di quell’incontro è un’abilità rara che può partire soltanto da un contagio.

Ed è quanto con grande efficacia e competenza riesce alla girovaga del verde – per curiosità e molteplicità di attitudini – Laura Pirovano nel suo Giardini in viaggio. Ritratti di settanta e più giardini, Editore Libreria della Natura, pp. 437, € 28.00, disponibile anche tramite il sito libreriadellanatura.com. Dove l’autrice propone un suo personale catalogo dei giardini del cuore e assieme un utile strumento di orientamento che inquadra ognuno degli oltre settanta raccontati con sostanziali indicazioni di tipo storico formale, offrendo per ciascuno una proposta di visione in soggettiva che si avvale anche del ricco apparato fotografico, dove, come raramente avviene, una speciale attenzione è riservata alle piante, nonché evidenziando ogni volta uno spunto o una speciale soluzione progettuale o botanica.

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Erbari e conoscenza

Approntare un erbario significa operare per piccoli gesti – raccogliere, descrivere, pressare “foglie infilate tra due fogli” – nell’aspirazione tuttavia universale a identificare costanti nell’infinita varietà del vivente, pretendendo di fissarne la complessità in un istante, per riesumarla in ogni momento, come in una sorta di macchina del tempo.
Un anelito conoscitivo che accomuna botanici di ogni epoca che, come in una sorta di staffetta tra i secoli, si incaricano di riordinare e ribattezzare le piante mossi da una passione che trova linfa nell’osservazione minuziosa e nell’attenzione distribuita al contesto.

Un anelito di cui Marc Jeanson, botanico dall’esperienza pirotecnica, responsabile neanche quarantenne dell’Erbario del Museo nazionale di Storia naturale di Parigi, ci racconta e traccia l’elogio insieme alla giornalista Charlotte Fauve (Il botanista Corbaccio, pp. 219, € 16.00).

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L’irriducibile questione del sé vegetale

Per cominciare ad avvicinarci al mondo vegetale, per predisporci a intendere Come pensano le piante, nella formula con cui, provocatoriamente, Jacques Tassin, esperto di foreste tropicali, agronomo, ecologista, naturalista divulgatore, intitola il suo ultimo volume (Edizioni Sonda, pp. 192, € 16.00), occorre tentare di ridurre un paradossale strabismo al riguardo.

Da un lato, a fronte della loro pervasiva onnipresenza, occorre sbalzare le piante dal fondo dell’indistinzione dove le relega la nostra disattenzione e ignoranza, riconoscendone il ruolo fondativo nel costruire e consentire la vita sul pianeta, per il tramite della loro capacità di sintetizzare elementi, condizioni ambientali, risorse energetiche, alimentari, mediche …

Dall’altro, restituendo alla dimensione del simbolico le molte fascinazioni e proiezioni che da sempre intratteniamo con l’universo vegetale e rinunciando a un’attitudine, anche conoscitiva, perlopiù mossa da indiscriminato sfruttamento, serve, finalmente, indagare l’inesauribile inventiva delle piante, assumendole nella loro irriducibilità. Con la rilevante dose di “mistero” dovuta alla nostra davvero minimale conoscenza – Tassin rileva come siano percentualmente poche le ricerche su questo imprescindibile universo, seppure in anni recenti siano apparsi diversi studi innovativi, volta a volta criticamente analizzati nel volume – e con la difficoltà che comporta dismettere la persistente visione zoomorfica che, da Aristotele e malgrado Teofrasto, poi nella tradizione giudaico cristiana e fino ai più recenti modelli meccanicisti, ha imposto all’indagine del mondo il metro della nostra condizione animale.

Quando invece, nella sua immobilità apparente (quantomeno agli occhi delle nostre temporalità), peculiare della pianta è il suo infinito estendersi in una relazione di reciprocità con l’ambiente, fisico e biologico, in un movimento di crescita continua e indefinita, teso a creare dalla luce materia prima.

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Giardini d’Italia. Caleidoscopio di snodi e letture

Con il raffinarsi di approcci metodologici dedicati e il consolidarsi di corpora documentari e studi specifici, lo statuto disciplinare del giardino – della sua storia, come delle estetiche che lì convergono e si attivano – ha assunto oramai un rilievo a un tempo istituzionale e corsaro nel suo trasversale pervadere discipline e pratiche sociali. Diventa così necessario tentare proposte interpretative che vadano oltre i pur meritori, moltiplicati repertori d’insieme di storia del giardino fondati su criteri geografico-cronologici, genealogie di stili, emergenze emblematiche.

Per muovere verso una tematizzazione ampia, che senza pretesa di imporre una sistematica di modelli e categorie astratte, calate dall’alto, provi a ripercorrere le molteplici fisionomie dei singoli exempla mettendole in tensione e ricombinandole attorno a snodi caratterizzanti e motivi conduttori.

Ed è quanto fa, in particolare per i giardini italiani, con intelligente coraggio e raffinata maestria, Alberta Campitelli in un’opera a tutto campo dedicata appunto a Ville e giardini d’Italia. Percorsi nel tempo e nei luoghi tra natura e artificio, di grande formato e riccamente documentata, edita da Jaca Book, pp. 413, € 100,00.

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Ritratto di giardino atlantico

A contrappunto di un mondo riarso, di alberi radi e rocce disseccate, tra le basse colline che si affacciano sulle spiagge del vecchio Marocco spagnolo risuona di vita, come un ritaglio di verde, colori e profumi, la vicenda del giardino atlantico dedicato alle piante autoctone realizzato da Umberto Pasti a Rohuna, villaggio di poche case e cinquecento anime, sessanta chilometri sotto Tangeri.

Epopea già narrata in un precedente romanzo (Perduto in paradiso), a dar conto – sullo sfondo dello stravolgimento di un Marocco agreste in via di forzata modernizzazione – del rapimento estatico per un luogo di cui si intravede il destino e  delle peripezie occorse nell’arco di vent’anni per avviarne il compimento. Dalla rabdomantica trivellazione che porterà l’acqua, con fontanile e prime docce per tutti, alla costruzione di aiuole e giardini, esedre e muretti – ballando a pieni nudi per compattare il suolo –, fino alle traversie della meticolosa raccolta di molte specie di piante selvatiche, spesso a rischio di estinzione nel Nord del Marocco, recuperate e messe miracolosamente in salvo di fronte all’incalzare di nuove autostrade o degli enormi cantieri che invadono la duna, di campi da golf e lottizzazioni incongrue: bulbose selvatiche, soprattutto iris, ma anche narcisi, crochi, scille, senza indugio trapiantati di notte, al lume delle torce. Tutto in dialogo serrato di opinioni e saldarsi di affetti con i vicini del villaggio, operai, pastori, donne, e specialmente con coloro che diverranno artefici e custodi di un giardino che cresce con loro, fino a farsi ormai meta ambita di visitatori intraprendenti e esperti botanici.

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Il culto di Flora, levatrice e Mater florum


Che si tratti dei fiori delle piante necessarie a sfamarci o di quelli che confortano di colori e profumi sensi e immaginario, il momento delicato del loro sbocciare e dispiegarsi ha da sempre meritato particolare attenzione.

Così, nel già ricco pantheon degli dei romani spetterà a Flora la missione di favorire, al momento opportuno, e proteggere le fioriture. Con il potere che, dopo averla rapita e poi però anche sposata, le conferisce Zefiro, vento primaverile. Insomma, levatrice, Mater florum, come nel racconto dei Fasti di Ovidio in dialogo con la dea.

Spetta ora a Lorenzo Fabbri, storico delle religioni del mondo classico attento alle valenze religiose anche della dimensione botanica, restituire a Flora la sua composita fisionomia, nonché precisare tempi, caratteristiche e funzioni del suo culto. Per poi seguirne le tracce nell’iconografia, antica e più recente, nelle numerose, diverse rivisitazioni, da Botticelli a Poussin, al preraffaellita Waterhouse (Mater florum. Flora e il suo culto a Roma, Olschki, pp. 280, € 30,00).

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Opere d’arte per dire di piante


Periegeta di un suo personale itinerario tra arte e scienza e botanico dal divagare eccentrico, Renato Bruni ci conduce per via di meraviglie destinate a stupirci, e comunque a ispirarci, discettando di piante a partire dal mondo dell’arte. Nel suo Mirabilia. La botanica nascosta nell’arte, Codice edizioni, pp. 266, € 28.00, l’intento non è però certo dar conto della fitta messe di presenze vegetali che con diverso grado di protagonismo si succedono nelle produzioni artistiche d’ogni tempo, magari per recensirne filologicamente ruolo e funzioni volta a volta assolte o simbologie assunte, quanto piuttosto illustrare il punto di vista della scienza sulle piante intercalandolo in un gioco di sensi e suggestioni intellettuali proprio a partire dalle occasioni e ispirazioni botaniche che occhieggiano da affreschi, quadri, foto, installazioni.

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