Umberto Pasti. Peripezie botaniche in Marocco

Umberto Pasti_Bompiani_Andrea_Di_Salvo_Vìride_Il_Manifesto.jpgL’incantamento per un luogo può passare per un’epifania. Un istantaneo senso di reciproca appartenenza tanto più avvolgente quando quel luogo lo si incontra distante da noi, estraneo fin lì al nostro orizzonte. Può accadere allora, come a Umberto Pasti venti anni fa, dinanzi a una pietraia riarsa sulle colline della costa atlantica del vecchio Marocco spagnolo, a due giorni di cammino da Tangeri, là dove sopravvivono soltanto poche piante indigeste alle capre, di antivedere come quel posto “sarà” (come è sempre stato): el gharsa, il giardino di Rohuna, villaggio di cinquanta case da cui contemplare la vallata e il mare. Può accadergli perciò di “diventare giardino”. 

“Il mio corpo è diventato questo posto, questo posto è sempre stato un giardino”. Perduto in paradiso è il romanzo di questo suo farsi centro del mondo, della realizzazione di un giardino remoto dove negli anni ha raccolto molte delle specie selvatiche del Nord del Marocco, mettendole in salvo fino a farne meta di botanici, che lo scrittore Umberto Pasti intesse nell’ultimo suo libro, Perduto in paradiso (pp. 284, Bompiani, € 18). Dilettante dai molti interessi, botanico autodidatta ossessionato dagli iris e perlustratore instancabile dei sentieri delle fioriture del Marocco, Pasti orchestra diversità e protagonisti in una vivida, coinvolgente eppure delicata tessitura.
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Thor Hanson. La centralità dei semi

Hanson_semi_Il Saggiatore_Andrea_DI_SALVO_Vìride_Il ManifestoNon sembri riduttivo, ma è pur sempre possibile guardare alla cacciata dal paradiso terrestre narrata nella Genesi, anche come a una delle più grandi storie di dispersione di semi di tutti i tempi. Certo, in questo caso si tratta del punto di vista del biologo della conservazione Thor Hanson. A raccontare una coevoluzione che vede i semi, tra i principali attori della vita sulla terra emersa, modellarci come specie dopo aver trasformato il pianeta. È al tempo stesso metafora della fuoriuscita oltre i limiti, di un giardino paradisiaco, fin lì sempre uguale a se stesso, tanto degli umani resi responsabili e attivi dall’aspirazione all’altrimenti, che dei semi della mela – o della, botanicamente più verosimile, melagrana – che di quella tentazione fu innesco.
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Il vinopaesaggio dei vignai da Duline

vinopaesaggio_Vìride_Andrea DI SALVO.jpgAbitare il paesaggio passa inevitabilmente per una pratica attiva che senza sosta lo reinventa. Reinterpretando i milleambiti, le fisionomie irriducibilmente cangianti di quella dimensione esperienziale e immaginativa assieme che stiamo imparando a intendere come “ecosistema in artificio”. Condiviso, in quanto moltitudine transgenerazionale, con la moltitudine dei viventi, e con quella del vivente intessuto da elementi nutritivi, clima, geologie.
Una scrittura di azioni, che, sulla pelle del pianeta, insegue l’immediatezza di un pensiero che si invera facendo, e che è fatto di osservazione, intuizioni sensoriali, sperimentazioni e rifunzionalizzazioni. Tanto più nel caso di quell’orbicolare processo-prodotto culturale che è la “coltivazione” del vino, quando riesce a raccontare le mille tracce e armonie del paesaggio detto che in sé racchiude.
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Banks, nei mari del Sud alla ricerca dell’arte botanica

Vìride_Andrea di Salvo_Florilegium_Einaudi_Joseph banks.jpgLa pubblicazione e diffusione scientifica dell’enorme mole di campioni e di dati, specialmente botanici, raccolti nel corso del suo lungo e avventuroso viaggio nei mari del Sud da un giovanissimo ma già affermato naturalista, Joseph Banks, tardava a tradursi in volume ancora molti anni dopo il suo acclamato rientro in Inghilterra, nel 1771. E ciò, malgrado le insistite sollecitazioni nientemeno che dell’inventore del sistema di nomenclatura binomia con il quale da allora si aspirava a mettere ordine nella natura delle cose. Prima che i tarli o il fuoco rischiassero di divorare quegli esemplari unici, Linneo non si stancava di perorare la causa della loro pubblicazione per il tramite del suo migliore allievo, lo svedese Daniel C. Solander, che di Banks era stato compagno in quella mitica impresa. 
Salpati a fine agosto 1768 sul brigantino a palo «Endeavour» al comando del capitano James Cook, dopo tre anni nei quali avevano circumnavigato il globo, scoprendo en passant e cartografando nuovi possedimenti da rivendicare all’impero britannico, erano tornati in patria con un bottino di 30.000 esemplari di semi e piante essiccate, tra le quali 1.400 specie sconosciute nel Vecchio Mondo, destinate, tra l’altro, a ibridare lo stile dei giardini del tempo.

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Giardini del fantastico tra fumetti, fantasy e horror

Giardini del fantastico_ETS_per_Vìride_Andrea Di Salvo_il ManifestoPer quanto onnipresente e pervasivo, il fitto dispiegarsi di presenze vegetali che costituisce il presupposto e ordisce la trama che, spingendosi anche nei campi della cultura popolare, dalla fantascienza all’horror, evidenzia il ruolo protagonista giocato dalle piante, funghi e licheni inclusi, nella circolarità trans mediale di generi, dal romanzo ai cartoni animati, dalle serie tv ai videogiochi. della nostra vita sulla terra sfugge perlopiù alla nostra percezione consapevole, scivolando come elemento neutro sullo sfondo. Eppure quanto sia insistito e pervicace il reticolo di interazioni, pratiche e simboliche, che alle piante ci lega lo dice il proliferare di molti, spesso dotti, repertori che queste relazioni inseguono in ponderose anamnesi mitografiche o cosmologiche, genealogie, tassonomie, proiezioni letterarie, rispecchiamenti artistici, rilievi morfologici. Ad essi, si aggiunge ora con tocco lieve e ampiezza di spettro di analisi, il volume dedicato ai Giardini del fantastico. Le meraviglie della botanica dal mito alla scienza in letteratura, cinema e fumetto, da Pier Luigi Gaspa, Giulio Giorello (Edizioni ETS, pp. 304, € 38.00) 

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Per i giardini di Roma. Raffaele de Vico

Raffele de Vico_giardini di roma_Andrea_di_Salvo_vìride_Alias_Il ManifestoIl segno discreto che il pervasivo operare di Raffaele de Vico come “consulente artistico per i giardini di Roma” imprime sulla fisionomia del verde in città lungo l’ampia prima metà del secolo scorso si dispiega a contrappunto con la vicenda eccezionale del suo sviluppo urbanistico, dove proprio alla questione del verde spetta un ruolo di rilevante comprimario. Da capitale in assestamento dell’Italia giolittiana, poi, con il governatorato e le varianti urbanistiche, sempre più perno del progetto mussoliniano di una Grande Roma interprete di un’italianità perfino imperiale, fino al suo protendersi, oltre la vacanza della guerra, negli esiti delle sistemazioni a verde dell’EUR di parte di quanto immaginato per l’esposizione dell’E42. 
Pur senza troppo indagare sui nessi che legano quell’operare con il contesto culturale – dal quale peraltro l’uomo si tiene perlopiù discosto –, è paradossalmente proprio dalla puntuale analisi documentaria squadernata dalla monografia che ora Ulrike Gawlik dedica a Raffaele de Vico. I giardini e le architetture romane dal 1908 al 1962 (Olschki, pp. 442, € 48.00), che sulla mappa della città in divenire si conferma fitta l’incredibile ampiezza e continuità di quel suo intervento. Leggi tutto “Per i giardini di Roma. Raffaele de Vico”

Terapie ecologiche per un mondopaesaggio

Come in una sorta di coreografia che sulla pelle del pianeta insegue e anticipa l’idea che la ispira, le pratiche di “cura della terra” che coltivano di preoccupazioni e gesti l’esile cotico del nostro suolo tradiscono e rivendicano l’esigenza profonda di un nuovo modello per la vita a venire – sociale sì e pure esistenziale, estetico –, l’humus che in tanti ambiti matura di un’etica nuova, ecologicamente fatta di consapevoli, paritarie relazioni con il contesto biosociale che ci permea, tanto da farsi nuova condizione culturale, mondopaesaggio.
Curare la terra_Benetton_Vìride_Andrea_di_SalvoIndagano le molte facce e tracce originali di questa attitudine mentale, le molte sue applicazioni nel mutato contesto di dilagante globalizzazione, i contributi, pure diversi nel taglio, raccolti ora nel volume Curare la terra. Luoghi, pratiche, esperienze, a cura di Patrizia Boschiero, Luigi Latini, Simonetta Zanon, euro € 22,00 pp. 225, Fondazione Benetton Studi Ricerche-Antiga Edizioni.

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La città dei giardini chiama a raccolta la politica

La sensazione di temporaneo sollievo, di tregua dalla tenaglia del calore e dello smog che subito si avverte passeggiando lungo un’alberata o entrando nel giardino di una villa, specialmente nelle nostre città dove sempre più si va concentrando la maggioranza della popolazione, rende immediatamente evidenti anche ai nostri sensi quella serie di dati statistici che da tempo ripetono alla nostra ragione i costi che ogni giorno scontiamo per carenza di investimenti in giardini e spazi verdi. Costi, per difetto di intervento, che ci gravano in termini sociali, ambientali ed economici, di surriscaldamento e inquinamento, costi che investono la salute e il ben essere. Leggi tutto “La città dei giardini chiama a raccolta la politica”

Le “familiarità” di Von Humboldt

La dismisura del personaggio è tutta nel resoconto del profluvio di materiali sbarcati nell’agosto 1805 al ritorno dal suo viaggio di esplorazione e osservazione scientifica durato oltre cinque anni. In una sorta di ingresso trionfale, il trentacinquenne Alexander von Humboldt riportava dal Sud America bauli zeppi di taccuini, schizzi, annotazioni geologiche, zoologiche, meteorologiche, nonché 60.000 esemplari di piante, di 6.000 specie diverse e di cui almeno 2.000 sconosciute in Europa. wulf_copertina_Vìride_Andrea_di_Salvo
Ora, pure nell’ansia di presto ripartire, si trattava di riordinare le idee. Elevando a metodo quella meticolosa tendenza alla misurazione comparativa che sempre, a ogni passo delle sue esplorazioni, lo portava a risalire dal dettaglio al contesto. Ricercando connessioni tra gli elementi, “familiarità”, piuttosto che non singoli dati, campioni, o pur tassonomie. Nell’intuizione di un universo come sistema dinamico, “insieme vivente”, in una catena di interrelazioni dove tutto si tiene, a precisare una nuova, per allora del tutto inedita, anche se oggi per noi patente, interpretazione della natura. Da catturarsi e comprendere con il “pennello largo” che combina (via Blumenbach e Schelling) pensiero razionale e emozione, immaginazione. Leggi tutto “Le “familiarità” di Von Humboldt”

Robert Pogue Harrison. Il giardino senza l’Eden

In un attraversamento tutto irregolare di forme storiche e simboliche, suggestioni poetiche e etiche in atto dove, nell’immaginario occidentale, i giardini “figurano” i bisogni umani più profondi, Robert Pogue Harrison sintetizza mirabilmente la condizione del nostro stare al mondo, proprio esemplandola sui giardini: nell’irresolubile dialettica tra interno e esterno; irricevibile promessa di felicità o impraticabile aspirazione alla sua riconquista; sottrarsi in fuga alla realtà o farsene presidio, occasione di disvelamento, riumanizzazione. Robert Pogue Harrison Giardini. Riflessioni sulla condizione umana_Vìride_Andrea_Di_Salvo

Opportunamente riproposto da Fazi, Giardini. Riflessioni sulla condizione umana (traduzione di Marianna Matullo e Valentina Nicolì, pp. 245, € 20.00) sottolinea come, diversamente da quelli fantastici, ultramondani, assoluti da ogni causalità, temporalità e corporeità, nonché esiliati dal resto del mondo, i giardini reali, e pur letterari, nel loro non potersi esimere – anche in figura di remoto romitorio – dal farci i conti, con il mondo, nascano e esistano in ragione del lavoro dell’uomo, conservandone l’impronta nel segno della cura. E come essi, proprio nell’intrinseco loro tessuto di relazioni da coltivare, meglio evidenzino nella cura – in quell’insopprimibile bisogno di dedicarsi a qualcosa fuori di sé, estensione nel mondo, culturalmente intesa – la vocazione e il tratto dominante della condizione umana che si fa. Leggi tutto “Robert Pogue Harrison. Il giardino senza l’Eden”