Neoruralismo, tra insidie e opportunità

Rivisitando, oltre la consueta antinomia, i termini della presunta separazione tra città e campagna, e indagando invece le diverse fisionomie territoriali ed esistenziali che articolano piuttosto questa relazione, da geografo attento ad attitudini e percezioni di chi le abita Francesco Vallerani analizza nel suo I piaceri della villa. Vivere e raccontare la campagna tra abbandoni e ritorni l’evoluzione dell’idea di rurale. Storicamente, e poi fin nei più recenti fenomeni, appunto di abbandoni e ritorni (Le Monnier, pp. 262, € 19,00). Perché anche l’analisi territoriale di queste ultime dinamiche non può prescindere dalla comprensione del lungo e complesso processo di idealizzazione della campagna e quindi del peso dei condizionamenti culturali di questa eredità, nelle molte forme realizzate della ruralità ibrida della città diffusa, come nell’evoluzione dello specifico immaginario culturale del neo-ruralismo.

Vallerani segue così il modificarsi della geografia di quei piaceri della villa cui il titolo del volume rinvia, ispirandosi al cinquecentesco trattato di agricoltura di Agostino Gallo, per seguire come si ritroveranno poi diversamente declinati, fino all’oggi.

Dalle celebrazioni del primato etico della campagna, con Alvise Cornaro, alla ricognizione delle sue presenze nella pittura veneta, dalla fine del 400 con Bellini e Giorgione, poi con una più diretta lettura della realtà con Jacopo Bassano, fino alla palladiana innovazione della villa rurale.

Jacopo Bassano (bottega), Paesaggio con animali da cortile, Gallerie dell’Accademia, Venezia

Dall’arcadia rinascimentale alle sensibilità del romanticismo, alle retoriche celebrative del mondo contadino del periodo fascista, fino al diffondersi anche tra le classi medio basse di un idilliaco immaginario campestre, con l’aumento del tempo libero e lo sviluppo delle pratiche turistiche, e delle prime forme di consapevolezza ambientalista (spesso per presa d’atto di dissesti), attitudine che ancora stenta a farsi prassi territoriale.

Rurale come naturalità, come “bel paesaggio”, veicolato anche dalla diffusione di cartoline postali e guide, comepatrimonio da godere. Il tutto sempre in dialettica serrata con gli esiti pervasivi della rivoluzione modernista, dalla meccanizzazione del lavoro allo spopolamento e alla dismissione dei territori, dall’agribusiness alle urbanizzazioni delle campagne con la replica di modelli urbani e conseguente ristrutturazione delle geografie del vivere sociale, in un oscillare di abbandoni e controesodi.

Fin nell’articolazione del volume in una sezione Rappresentazioni e una seconda Vivere e raccontare, emerge la lezione di metodo di una geografia umanistica che propone di integrare oggettività geografiche e territoriali con la dimensione soggettiva. Così le implicazioni affettive delle percezioni ambientali disegnano geografie emozionali, mentre perlustrando nello spazio del vissuto la relazione tra paesaggio e memoria, tra microcosmi e microstorie, si disvela la “personalità” ai luoghi.

In queste aree di transizione geografiche e mentali, di percezioni e rappresentazioni, trovare asilo nel paesaggio è l’aspirazione condivisa di soggetti diversi. Oltre gli scenari pittoreschi, del trasfigurare in senso idilliaco e anti urbano una realtà contadina edulcorata, si rintracciano, spesso anche in relazione al prestigio culturale e alla qualità della locale tradizione insediativa, potenzialità e indicazioni per riequilibrare in quei paesaggi la crisi funzionale: paradigmi operativi in termini di agricolture alternative, recupero patrimoniale, manutenzione ambientale. Ma anche di qualità della vita e amenità, attività per il tempo libero, autoformazione, turismo culturale, residenzialità agrituristica.

Forme di resistenze al degrado e all’abbandono, di partecipazione collettiva, che a partire dalla vocazione rigenerante della qualità ambientale contemperano vivere sociale, salute, sanità ambientale, ricerca di identità, rinnovo esistenziale.

Francesco Vallerani, I piaceri della villa. Vivere e raccontare la campagna tra abbandoni e ritorni, Le Monnier, pp. 262, € 19,00, recensito da Andrea Di Salvo su Alias della Domenica XII, 14, Supplemento de Il Manifesto del 3 aprile 2022

Urbnizzazione , Fondazione Giangiacomo Feltrinelli

Giungle. Gli artefatti tropicali

Se la centralità del contributo degli ecosistemi tropicali nel condizionare la qualità dell’esistenza sulla Terra, dalla regolazione di temperature e co2 al provvedere cibo e materie prime, rileva ormai del senso comune, meno evidente e documentato è il ruolo di questi ambienti, tra più antichi del pianeta, nel determinarvi l’evoluzione della vita, sia quella vegetale, con le prime piante da fiore, e animale, con le diverse domesticazioni, sia nell’interazione con i nostri progenitori e noi.

In una vasta indagine su questo ruolo, condotta su scala globale, attraverso tempi lunghi e combinando diversi approcci disciplinari, tra archeologia, antropologia e scienze ambientali, una diversa storia focalizza ora proprio la dimensione di artefatto delle foreste tropicali, esito di una feconda, flessibile, millenaria relazione plastica con l’uomo che le ha abitate.

Come ad esplorare un archivio vivente che conserva le tracce del suo impiego, una serie di indagini recenti, raccolte da Patrick Roberts nel suo Giungle. Come le foreste tropicali hanno dato forma al mondo e a noi (Aboca, pp. 508, € 34,00) corregge – avvalendosi anche di metodi come carotaggi paleoecologici e telerilevamento, archeozoologia e studi genetici sulle piante – la prospettiva che vede negli ambienti aperti della savana i luoghi di elezione del popolamento dei primi ominidi.

Calakmul, Messico

In una lettura che privilegia la variabilità ambientale dei mosaici ecologici, si sottolinea la presenza anche nelle affatto inospitali foreste tropicali di insediamenti e paesaggi dinamici. Sistemi urbani dispersi sul territorio, forme di “urbanesimo a base agricola e bassa densità abitativa” fondate su una combinazione di produzione locale di cibo e agro foresteria sostenibile, coltivazioni di manioca e altre colture di tuberi, gestione degli alberi da frutto, stagni per l’allevamento e utilizzo di animali selvatici. “Città giardino” di terrapieni, strutture coordinate e reti viarie, nel loro massimo sviluppo tra il 1250 e il 1650, prima dell’arrivo degli europei. Fenomeno complesso da quantificare, anche per la sua dissoluzione nell’impatto con le logiche estrattive e gli abusi imposti dallo sfruttamento del colonialismo europeo all’origine di tante disuguaglianze globali e regionali. Trascurato poi, almeno fino a pochi decenni fa, per l’assenza di vistose tracce architettoniche, certo secondo i modelli di sviluppo urbano mediterraneo e mediorientale. E, invece, spunto tramite il quale, tornando a interrogare saperi e pratiche delle società indigene delle semprepiù minacciate foreste tropicali, riavviarne un abitare sostenibile.

Patrick Roberts, Giungle. Come le foreste tropicali hanno dato forma al mondo e a noi, Aboca, pp. 508, € 34,00, recensito da Andrea Di Salvo su Alias della Domenica XII, 13, Supplemento de Il Manifesto del 27 marzo 2022

Il giardino fiorito sotto la neve, di Byung-Chul Han

Seppur sullo sfondo del suo lavoro critico, di decostruzione su regimi neoliberisti, digitale, capitalismo cognitivo,il filosofo di origini coreane Byung-Chul Han si concentra ora sulla proposta di un giardino segreto, in coreano Bi-Won, inteso come giardino di inverno. Un progetto di recente messo in atto nei pressi di Berlino, dove risiede, e raccontato nel suo diario per note e stagioni, Elogio della terra. Un viaggio in giardino (Nottetempo, pp. 181, € 17,00, con 24 illustrazioni botaniche di Isabella Gresser).

La scrittura sincopata, che in rapide suggestioni ci confida la summa delle sue predilezioni e antipatie – filosofiche, letterarie e botaniche –, ma anche il movimento meno ingenuo di indifferenze e ripensamenti, ci addentra nel tempo relativo delle piante, nel dilatato susseguirsi delle stagioni. Dalle invernali forme, discrete e fragili, e dalle loro fragranze muschiate (della coreana forsizia bianca al sentore di mandorla, del calicanto e fin del caprifoglio), al vellutato risuonare in festa dei germogli del salice che si rianima a primavera, al gioioso calore della luce delle fioriture estive, al succedersi di andare e venire del momento in cui tutto … autunna già.

Qui però, diversamente dall’auspicata – da altri (leggi Gilles Clément) – saggezza del giardiniere, che in giardino tende a … lasciar andare, Byung-Chul Han ha trovato confortante decider tutto sulla base dell’assunto di raccogliervi piante che nel rigido clima dell’inverno berlinese fioriscano di continuo, anche sotto la neve. Tutto si tiene, pure in un gioco di presenze e sfasature. Sfasature, quelle di un gelsomino d’inverno dai fiori gialli e luminosi, che appunto in pieno inverno sa evocar la primavera, della paura dell’imminente fine dell’estate già ad aprile e di piante ritardatarie, sfiorite a fine ottobre, che però riprenderanno a sbocciare. Presenze, di un nominare che continuamente ci arricchisce: l’aspetto buffo dei piè di gallo e lo spintonare degli anemoni a febbraio, i bucaneve pensosi o sognatori, gli ellebori che illuminano la notte, le hosta e ortensie con cui l’autore fin si identifica per il loro amare l’ombra, l’astilbe che con la luce dorata delle sue infiorescenze quell’ombra modella in un raddoppio prediletto dell’inverno.

Quel che si vuole è un giardino come luogo estatico, per indugiare nel tempo in una meditazione silenziosa, luogo di redenzione e beatitudine, dove imparare a stupirci della terra, fonte di felicità, anche nella dimensione fisica, corporea, del sensibile. Creatura, viva, fragile, la terra, di cui prendersi cura, elogiandola in un’invocazione che – tra lo strombettare viola dei fiori delle campanule – suona anche da monito. Una realtà riconquistata insomma, il giardino (laddove la digitalizzazione tende ad abolirla).

E se, con rabbia, Byung-Chul Han confessa di detestar le foglie di quercia cadute che, come il neoliberismo – dice –, annientano in giardino ogni differenza (lente come sono a degradarsi in humus), dell’edera invece, che pure non gli è mai piaciuta, scopre come sappia anche brillare di uno splendore nascosto. E, a contemperare l’avversione per le erbacce, che solitamente estirpa, racconta di come in quella forma invasiva abbiano saputo arrivare in giardino piante che ora lo rendono felice, come l’achillea che sa di non aver piantato lui.

Per finire, con la grazia a tratti ingenua dell’entusiasmo di chi si sente, ben venga, iniziato, con la consapevolezza di come, oltre il prodursi delle fioriture d’inverno, valga a dilatarne l’intensità, la bellezza dell’ossatura delle ombrella disseccate delle ortensie e, in genere, il perdurare del profilo degli steli e delle infiorescenze appassite di anemoni e graminacee.

Magari in un’estetica oltre la decorazione che, assumendo, come già con il neonaturalismo di Henk Gerritsen, il rilievo dell’intero ciclo di vita delle piante, restituisca alla bellezza sfiorita delle silhouette invernali l’espressività propria del loro mantenersi, fin nel disfacimento.

Byung-Chul Han, Elogio della terra. Un viaggio in giardino, Nottetempo, pp. 181, € 17,00, con 24 illustrazioni botaniche di Isabella Gresser, recensito da Andrea Di Salvo su Alias della Domenica XII, 12, Supplemento de Il Manifesto del 20 marzo 2022

Pierre-Joseph Redouté, il Raffaello delle rose

Le 169 riproduzioni di rose, tra specie e varietà, realizzate dal vero a cavallo tra Sette e Ottocento dall’ormai famoso pittore di fiori Pierre-Joseph Redouté a partire dalle piante fisicamente raccolte nel parco della Malmaison da Joséphine de Beauharnais, moglie di Napoleone e imperatrice, ma soprattutto appassionata collezionista di quei fiori di cui impose la moda, illustrano, come in un fermo fotogramma, un’importante fase di snodo di quel filone dell’evoluzione del gusto che – tra creazione botanica e rappresentazione artistica – lo stile delle rose così evidentemente significa (Giudo Giubbini).

Specializzatosi nella fedele riproduzione naturalistica di soggetti botanici, come succulente e liliacee, nel quadro di nuova attenzione anche scientifica all’identificazione e documentazione fin dei minimi particolari che per ragioni di collezionismo e studio andasse oltre gli erbari, Redouté divenne celebre tanto da meritarsi il titolo di “Raffaello dei fiori” proprio per queste sue rose all’acquarello. Pubblicate, dopo il volume dedicato a Le Jardine de la Malmaison con il botanico Ètienne Pierre Ventenant, in tre volumi tra 1817 e 1824, seguendo la tecnica dell’incisione su rame au pointillé e con le stampe poi rifinite a pennello con colori ad acqua, Les roses sono ora riproposte da Elliot spostando in chiusura le descrizioni (pp. 224, € 50,00).

Dalle botaniche ai nuovi ibridi di gallica, alle recenti introduzioni delle novità arrivate da paesi lontani, come Cina e America, alla Malmaison potevan trovarsi allora gran parte delle rose al tempo note e reperibili, circa 250, la maggior parte delle progenitrici di quelle moderne, in una collezione continuamente arricchita con passione e competenza. Disposte a grandi gruppi, distribuite come in un parco con libertà e fantasia, oltre l’impostazione formale che in quella fase le preferisce irrigidite a scapito della grazia dell’andamento naturale delle piante lasciate crescere liberamente.

Pierre-Joseph Redouté, Les roses, Elliot pp. 224, € 50,00, recensito da Andrea Di Salvo su Alias della Domenica XII, 10, Supplemento de Il Manifesto del 5 marzo 2022

I molti ritorni alla terra

Annunciato a più riprese e spesso inseguito nel suo andamento carsico, il fenomeno del ritorno alla terra, da intendersi nel quadro di un più complessivo ripensamento critico del modello urbanocentrico con annessi limiti, è andato di recente riaffermando i tratti della sua composita fisionomia. Molte tracce vengono ora puntualmente individuate, nell’incresparsi di limiti e contraddizioni della globalizzazione imperante, forse di un suo contrarsi in varie risacche di de-globalizzazione, da Valentina Boschetto Doorly che ci racconta come La terra chiama, articolando forme e movenze di quel che già è Il nostro futuro lontano dalle città, pp. 302, € 22.00, il Saggiatore.

Incrociando la distanza dello sguardo categorizzante che gioca con le nomenclature e la prossimità delle molte testimonianze raccolte e ritessute nel volume in tendenze prevalenti, di questo fenomeno vengono ripercorsi temi diversi ma complementari. Il tornare a fare impresa agricola, reinsediandosi magari in territori marginali, ma nel modificarsi di protagonismi e formule, in una logica multifunzionale, di produzione e trasformazione, che include attività ricettive, magari fattorie sociali, che si reinventa con forme di adozione e economia circolare e si traduce nella protezione e gestione del territorio. Dalle coltivazioni di precisione alle eccellenze di nicchia, dai vitigni della val d’Ossola al mais corvino,

Sempre nel combinarsi di fenomeni come l’invecchiamento della popolazione, il diffondersi di forme di lavoro da remoto, gli effetti del cambiamento climatico che spinge fuori dalle città i cittadini e le coltivazioni agricole ad altitudini sempre più elevate, si inquadra il procedere del ripopolamento alpino, che sia da parte di nuovi montanari per scelta, o di ritornanti (nuove generazioni urbane con legami familiari con le Terre Alte, fino al rilancio, con il moltiplicarsi delle stagioni, della vita dei comuni montani, anche nelle forme del pendolarismo strutturato (dopo i mesi invernali in città), della risalitasemiresidenziale in montagna per sfuggire agli effetti del riscaldamento, delle migrazioni verticali, in quota. Una pratica quella dello spostamento tra residenza primaria e luoghi rurali per lunghi mesi e stagioni, del vivere part time, magari con l’avvio di piccole attività che investe anche le aree interne del paese – quelle che occupano oltre il 60% della superficie nazionale. Rivitalizzate anche tramite strategie di ridistribuzione di case vuote abbandonate o la promozione di forme di turismo esperienziale, diffuso, fuori stagione. Un turismo verticale, lento e attento a mete minori, piccoli borghi, cammini codificati come la via Francigena, circuiti di secondo livello, che associano scoperta culturale, storica, enogastronomica, paesaggistica. Forme di ecoturismo che si impegna per la salvaguardia dell’ambiente, esperienze ibride tra volontariato e turismo attivo (nello scambio tra volontari e fattorie ospitanti).

Nel volume si alternano così passioni e narrazioni di sperimentatori e avanguardie ormai strutturate proposte operative e buone pratiche da condividere e cui dar voce. Dalle esperienze della Banca della terra al progetto Agritessuti, dallo sportello Vado a vivere in montagna ai progetti di residenzialità diffusa, locazioni a lungo termine, con servizi e relativa infrastrutturazione sanitaria del caso di Happy village di Lega Coop.

Passioni e narrazioni di un agire volto a riequilibrare asimmetrie e curare lacerazioni si alternano così nel volume con i tratti ribelli di un pensiero dissidente, che nel ridisegno in controtendenza di modelli e forme dell’impianto amministrativo, fiscale, burocratico introducono uno sguardo d’insieme, ultracittadino.

Valentina Boschetto Doorly, La terra chiama. Il nostro futuro lontano dalle città, il Saggiatore, pp. 302, € 22.00, recensito da Andrea Di Salvo su Alias della Domenica XII, 8, Supplemento de Il Manifesto del 20 gennaio 2022

Artisti giardinieri. Max Liebermann l’impressionista e il suo giardino a Wansee, Berlino

Max Liebermann nel suo giardino della casa estiva a Berlino Wannsee

Ad accoglierci, di là dal cancello, un incalzante susseguirsi di episodi e sorprese va a comporre il raffinato congegno del giardino della casa estiva del pittore Max Liebermann. Esponente di una facoltosa famiglia ebrea berlinese e figura di primo piano della vita artistica a cavallo tra Otto e Novecento, collezionista dell’impressionismo francese e protagonista lui stesso tra i maggiori di quello tedesco. Nonché, appassionato di giardini, in particolare, del suo. Che per molti anni ritrae, variandone nel tempo la maniera.

Siamo a Wannsee, sul lungolago, nella zona esclusiva a sud di Berlino dove, già a fine secolo, si concentra la colonia di ville e case di campagna di Alse. Nel rifugio degli ultimi decenni di attività di Liebermann, in quello che per lui fu studio a cielo aperto di oltre 7.000 metri quadri e soggetto d’ispirazione per un innumerevole carosello di dipinti, disegni, acquerelli e pastelli (oltre duecento) che a partire dal 1910 per oltre due decenni raffigurano il beneamato giardino.

E, in gran parte, proprio sulla base di questi “ritratti”, spesso ripetuti in serie, nonché della documentazione fotografica e di una fitta corrispondenza, è stato possibile restituire al suo tracciato originale il disegno completamente perduto del giardino della villa, oggi casa-museo.

Nel suo complesso, il suo impianto procede in un incedere serrato, che si dilata però via via di viste larghe, pause, respiri. Il vialetto d’ingresso che spartisce i lussureggianti letti assortiti di fioriture estive e legumi, conducendo alla villa si conclude inchinandosi sotto il filare di alti tigli piantati perpendicolarmente rispetto al percorso, a incorniciare con le loro chiome potate ad arte la facciata in stile neoclassico. In uno iato che separa questo scapigliato primo giardino dal composto piazzale antistante la casa, dove riposa un elegante rettangolo di prato adornato soltanto, ai vertici, con sfere di bosso topiato. Ma, subito oltre, attraverso la loggia e le finestre, lo sguardo intercetta di là dalla casa la Terrazza con bordure in fiore al seguito delle stagioni e il digradare, di là dalle rampe, del prato che costituisce la parte maggiore del vasto appezzamento longitudinale proteso fin nello sciabordare di riflessi del lago. Con il contraltare, però, di una doppia partitura ad accompagnarne l’andamento: sul suo lato sinistro, tre giardini a stanze creati da siepi di carpini e collegati da un sentiero si avviano in una progressione formale di episodi distinti fino al piccolo frutteto e al padiglione sulla riva; mentre sul lato opposto, un drappello di betulle – evocative, assieme, della spontaneità ispiratrice del rigenerarsi di habitat e oggetto di riprese simboliste jugendstil –  interseca e invade il viale che finisce all’acqua.

Vista dell’ingresso della casa, 1930

Le ragioni della scelta del luogo si precisano nell’essenza del progetto della residenza estiva. Quella che, affettuosamente, Liebermann chiama il suo Schloss am See (castello sul lago). Una creazione che incorpora insieme giardino e architettura ma, già prima, disegno degli interni e, all’opposto della scala, paesaggio d’intorno.

Commissionando il lavoro, nel 1909 scrive al suo architetto, Paul Otto Baumgarten: “Quando son sulla riva, voglio poter vedere attraverso la casa la parte del giardino che si trova dietro di essa. Mentre davanti sarà sistemato un semplice prato, così da vedere il lago dalle stanze, senza impedimenti. A sinistra e a destra del prato, sentieri dritti”. Il giardino sarà allestito a cura di Albert Brodersen, capo del dipartimento di orticoltura di Berlino, nello stile che al volgere del secolo, anche come reazione alla naturalità indotta della fin lì prevalente moda del giardino paesaggistico all’inglese, recupera nella progettazione segni, forme e geometrie di quello architettonico.

Ma, in una maniera dove la relazione tra esterno e interno che si vuole mediata dal costruito, con logge e terrazzamenti, si ibrida con la progressione che, via via che ci si allontana dall’abitazione, vira dal disegno geometrico alla spontaneità del selvatico. Dove la geometria pulita del giardino e l’essenzialità per simmetria di viste assiali si sfrangia nella profusione di fiori dell’orto e trascolora nell’esuberante protagonismo delle fioriture annuali, ispirandosi all’atmosfera vernacolare dei giardini di campagna del nord della Germania.

Terrazza fiorita nel giardino di Wannsee, 1926

E, come si vedrà, una chiave di lettura in tal senso del progetto del giardino – in continuo, dialettico trascorrere di scale e funzioni estetiche, nella sua composizione come poi nello sguardo che la coglie – la forniranno negli anni le raffigurazioni di quest’opera totale da parte di quel Liebermann pittore, che alla sua ideazione e messa a terra giardiniera partecipa in prima persona. Come emerge anche dalla corrispondenza con Alfred Lichtwark, direttore della Kunsthalle di Amburgo ma anche esponente critico del nuovo movimento per la Riforma del giardino. Una temperie inedita dove la ripresa dello stile architettonico con arredi funzionali e proiezione all’esterno delle ragioni dell’abitare si contempera e risolve nel contrasto vibrante di colori del giardino cosiddetto decorativo, anche sotto l’impulso delle piante di quello naturale inglese, di William Robinson e Gertrude Jekyll.

Ma, in questi anni, siamo ormai in una fase avanzata della complessa evoluzione artistica di Liebermann che vedrà la sua pittura farsi vieppiù naturalistica, diventando sempre più libera nel confronto con l’impressionismo, quando, con i primi successi all’estero, si afferma anche in patria: ma, sul versante della Secessione. Fondatore di quella di Berlino nel 1889, trova poi un importante sostenitore, in particolare dei ritratti che gli vengono commissionati da molti noti esponenti della borghesia, proprio in Alfred Lichtwark, della cerchia di Carl e Felicie Bernstein, tramite i quali si era avvicinato al lavoro di Degas e Manet. Degli impressionisti francesi, che anche lui comincia a collezionare, riprende la tavolozza che si illumina nei colori, mentre si volge a motivi come il passeggio tra i viali dei parchi, le gite estive e, in genere, i passatempi dell’alta società, la vita da spiaggia, le vedute di giardini. Su tutti, quello della sua villa a Wannsee che, a partire dal 1910 e poi con la Prima guerra mondiale e le difficoltà di spostarsi all’estero, diverrà il soggetto principale dei suoi dipinti. Fin quando con la presa del potere dei nazisti dovrà ritirarsi del tutto dalla vita pubblica per morire a Berlino nel 1935.

Prima però, come si è detto, per oltre due decenni Liebermann dipingerà ogni parte del giardino – perlopiù disabitato di umani, che non siano le rade apparizioni della nipote bimba con la tata o dei giardinieri al lavoro –, riproponendone più volte, da una medesima o da diverse angolazioni, gli stessi motivi. E se da un lato, di pari passo con il maturare del giardino, sarà evidente l’acquisizione di una sempre maggiore familiarità nei suoi riguardi, che si distende oltre la rigidità delle linee iniziali, in una visione e una mano assieme più ampie nelle campiture e puntuali nel tratto, dense nel colore e leggere nel contrasto di luci; dall’altra, pur nel susseguirsi e ritornare di temi dipinti, si nota il progressivo affermarsi, anche dal punto compositivo, di un qual certo protagonismo vegetale. Nel gioco serrato di una resa, verde su verde, per rigogliose pennellate che si alternano a imitare la struttura del fogliame che riluce, e dell’accendersi dello sbuffo del colore dei fiori, scandito dal ritmo verticale degli steli. E, spesso, nell’assunzione in primo piano del soggetto – vegetale.

Se, nella versione del tema de L’orto a nord-est del 1916 appare ancora netta l’opposizione tra perenni in varietà e resa piana di elementi strutturali, come il fronte della villa e il sentiero, nella versione del 1928, Fiori sulla casa del giardiniere a est, l’enfasi è tutta nell’inclinato progredire in visione ravvicinata della plastica distesa di fiori estivi che occupano i tre quarti del quadro. Mentre, già nel 1925, l’analogo soggetto era trattato dal pittore pressoché ottantenne catturando uno spicchio soltanto del sentiero e, in primissimo piano, il ritmo combinato di infiorescenze e ciuffi di fogliame.

La Terrazza fiorita poi, nelle varianti che la vogliono piantata in primavera con viole gialle e blu e, in estate, con gerani rossi, è forse il soggetto pittorico preferito da Liebermann.

Principio ordinatore – nella regolarità del suo impianto geometrico, in giardino – la Terrazza dei fiori è riproposta su tela per strisce fluide di masse unitarie di colore, quasi sempre, però, inquadrata per frammenti. Ma, come si è detto, principio altresì distributivo, nel giardino, dal domestico al selvatico, è elemento di transizione che volta a volta si declina in pittura: ne La Terrazza fiorita di rossi estivi del 1914 orientata verso nord; o nel suo duplicarsi nella versione a fioritura primaverile, quella di giallo e blu, del 1917, dove l’inquadratura arretra per inserire in primo piano la verticalità di uno scuro torso d’albero a innescare un ideale rimpallo prospettico; oppure, ancora, in variazioni ulteriori, proiettandosi nelle visuali, in direzione opposta, verso i giardini di siepi e il lago.

E qui, la serie delle stanze verdi realizzate in sequenza costituisce di certo l’espressione massima della componente formale che anima in quella fase il dibattito sul progetto del giardino.

Il giardino di siepi, 1927

Elevate a principio architettonico, le siepi delimitano per via di rigorose forme geometriche diversi spazi segreti.

Dal primo, di impianto quadrato, con al centro un riquadro di dodici tigli, al secondo dove è l’ovale del sentiero a ritagliare il prato, al terzo che racchiude un pergolato di rose con meridiana. Mentre ad antifrasi di questo progressivo disvelarsi di spazi organizzati, sul lato opposto del prato, procede invece in parallelo l’indistinto continuum dei tronchi d betulle, a interrompere il sentiero che conduce anch’esso alle sedute bianche sulla riva.

Ma, per quanto Liebermann pittore proceda sempre guardando “attraverso il giardino”, è invece proprio interrompendone le simmetrie reali e scegliendo inquadrature e angolazioni ravvicinate e decentrate che, nelle raffigurazioni che ne trae, fa sì che l’organicità e il dinamismo della vita vegetale prevalgano sul rigore ideale della forma progettata.

Ancora una volta, allora, nella Rotonda nel giardino racchiuso tra siepi del 1927, l’impianto architettonico sembra così liquefarsi nella sintesi della pennellata dei fiori e fin anche del prato e nelle torsioni del taglio del punto di vista.

In un percorso che, dalla domestica naturalità d’insieme delle raffigurazioni del giardino di stile impressionista sempre più si volge all’estremo di una natura che nella libera vitalità dei sensi sembra quasi farsi astratta, disarticolata per troppa prossimità, la forma rigorosa e le simmetrie del progetto del giardino potevano dunque tornar buone come cornice ideale. Quella per cui il giardino tutto, seppur tagliato quasi fuori campo, si avverte sempre però premere forte dall’esterno del telaio. Così come, la presenza delle panchine bianche si ritrova in molti dipinti a evocare la dialettica tra i diversi elementi del giardino. In un gioco di rimbalzi, a mo’ di enjambement, tra i diversi quadri e i soggetti ritratti, nel corso del tempo.

Sullo sfondo della casa del giardiniere a est, 1928

Oltre la semplificazione di un Liebermann che si attarderebbe in pittura più di quanto non sia aggiornato sul fronte dell’arte del giardino, si può piuttosto dire di una sorta di dispositivo generale, che, escludendo, seleziona senza però nulla perdere dell’insieme di cui è parte. Guardare da presso “attraverso il giardino” per il ravvicinato tramite di una vita vegetale chiamata in primo piano sulla tela quasi a trasferire in colore il palpito di una vita propria, comporta e definisce, consente e induce una complessiva ricomposizione, per viste complementari.

A restituire la cartografia se non la cinetica dell’istante, reso per ogni dipinto da un’occhiata-fotogramma. Quasi si procedesse, per diffrazione di quadri, nel tempo del giardino, camminando.

Un’aspirazione, quella della resa della dimensione quarta, ulteriore, del temporale del movimento, che anche ai tempi di Liebermann già si affaccia da tante avanguardie.

Non troppo diversa da quell’essere a un tempo soggetti di una moltiplicata contemporaneità di campi visivi, punti di vista, luminosità, e in essi immersi in successione temporale.

Che è, in fondo, la quintessenza dell’esperienza totale che talvolta può darsi del giardino. 

Il viale delle betulle, 1918

Humphry Repton, fra esotismi e pittoresco

Esponente di punta della seconda maniera del giardino paesaggistico inglese che, dopo Lancelot Brown, tra metà del XVIII secolo e il volgere del successivo, si dibatteva tra le suggestioni degli esotismi di William Chambers e l’asprezza delle riserve del “pittoresco”, Humphry Repton incarna un’estetica che recupera il naturalismo alle ragioni della compostezza, anche formale. Alla ricerca di un continuo, produttivo equilibrio tra natura e arte, dove l’interferenza di quest’ultima sul paesaggio deve esser nascosta con ogni cura. Per imitare la natura l’arte deve ingannare.

Una dialettica sempre perseguita, nel suo indefesso lavoro di suggeritore-progettista di giardini, in tutta l’Inghilterra, e metodologicamente resa fin dal titolo scelto per le sue Osservazioni su teoria e pratica del giardinaggio paesaggistico, ora riproposte da Olschki, a cura di Andrea Mariani e Massimo de Vico Fallani (pp. 187, € 50,00).

Qui, a fronte delle difficoltà di trarre regole generali,il ragionamento di Repton procede sempre per inclusione di argomentazioni differenti, valorizzando contraddizioni e bilanciando posizioni, nell’analisi concretamente applicata a situazioni sempre diverse. Dove distinguere quindi soluzioni che volta a volta Repton argomenta sulla base della sua vastissima esperienza di professionista (fu il primo a coniare la definizione di “landscape gardening”).

Humphry Repton, Red Book per Ferney Hall, 1789

Autodidatta ma di letture ampie nel campo delle arti figurative e dell’architettura come nelle discipline scientifiche – la fisica e l’ottica dei meccanismi che presiedono alla percezione – grazie alle quali conferma le sue osservazioni con schemi e grafici, Repton procede preferibilmente per singoli casi e “a seconda delle circostanze”.

Considera inseparabili giardinaggio e architettura – e per entrambi come da evitare le commistioni di stili. E di questa relazione saranno espressione il sodalizio con il famoso architetto e urbanista John Nash e soluzioni dove la residenza risulta in relazione stretta con il parco e parte integrante della scena paesaggistica. Tra il parco e la casa Repton reintroduce elementi di simmetria, l’invito all’utilizzo formale di terrazze come basamento che eleva quest’ultima e, nei pressi, aiuole fiorite e l’utilizzo di serre e padiglioni. Influenzando e anticipando soluzioni che si ritroveranno nello stile “gardenesque” e nel pragmatismo funzionale degli sviluppi d’oltreoceano.

Nel suo intervenire in dialogo tra morfologie e architetture Repton esamina i diversi metodi per tener nascosti confini e recinti esterni, illustra il ruolo di viali d’ingresso, sentieri, bivii, cancelli doppi, l’opportunità, o meno, e il modo di procedere a spostamenti di terra e a modifiche della linea del terreno, preferendo in genere l’uso di piantagioni. E distinguendo però l’impianto di alberi già adulti per risultati immediati da quelli pensati invece a lungo termine.

L’invito è poi sempre ad applicare alla modifica del paesaggio le regole della “visione”. A considerare congiuntamente campo visivo, inclinazione, distanza e posizione, e nell’introduzione nei parchi di specchi d’acqua a misurare le forme che derivano dal riflesso degli oggetti – pressoché assente nell’acqua in movimento, mossa dal vento o dalla corrente, in grado invece di raddoppiare ogni oggetto che si trovi sulle sponde a partire dalla superficie immobile degli specchi d’acqua artificiali.

Humphry Repton, Red Book per Brighton, 1806

Argomentando per temi, a chiarire le tesi esposte, Repton ripropone così nel volume gli esempi tratti dai suoi famosi taccuini rilegati in pelle rossa. I Red Books dove, di volta in volta, aveva messo per iscritto il suo parere per i proprietari committenti e raccolto mappe e disegni acquarellati che, tramite linguette pieghevoli sovrapposte, mettessero a confronto il modificarsi dello stato delle loro proprietà, prima e dopo il suo intervento. Scusandosi, come dice, per il tratto di qualità diseguale, dovuto a un lavoro fatto spesso in carrozza nei frequenti spostamenti tra un sopralluogo e un altro dei suoi molti incarichi.

Humphry Repton, Osservazioni su teoria e pratica del giardinaggio paesaggistico, a cura di Andrea Mariani e Massimo de Vico Fallani, Olschki, pp. 187, € 50,00, recensito da Andrea Di Salvo su Alias della Domenica XII, 5, Supplemento de Il Manifesto del 30 gennaio 2022

In giro per giardini, con Bergamin

Raccontare giardini significa ridurre ogni volta a parole, se del caso illustrate, quella che è un’esperienza totale di attraversamento. Esito spesso di un viaggio, geografico, di avvicinamento, magari verso luoghi sperduti, e mentale, di inquadramento e documentazione di contesti e coordinate culturali, di avventure sensoriali e incontri con testi, autori, progettisti e compartecipi, di presa in conto di canoni estetici e botanici che, pur variando per latitudini e civiltà, sempre segnano quest’opera dalla firma multipla: a un tempo dell’ingegno umano in artefatto e del vivente tutto.

E ciò vale che si tratti dei giardini più diversi, come pure son quelli raccontati in assortimento da Luca Bergamin nel suo Giardini pazzi e misteriosi. Trenta reportage sulle fantasie botaniche più sorprendenti del mondo, per Pendragon, pp. 225, € 22.00

Giardini che tramano la storia di singolarità, come a Villa Litta di Lainate con il ninfeo di sculture, bizzarrie e giochi d’acqua, e giardini entrati ormai nell’immaginario di ciascuno come il Parco dei mostri di Bomarzo. Giardini di collezionisti che procedono per tipologie, come nel caso degli spilli delle piante grasse a La Cutura a Giuggianello, e giardini d’insospettabili giardinieri come Garibaldi alla Maddalena, Francis Ford Coppola a Palazzo Margherita, Tonino Guerra con il suo orto giardino di Pennabilli. Giardini di artisti – che ci conducono per via dei riflessi di luce sulle gigantesche sculture dei tarocchi in dialogo col bosco di Niki de Saint Phalle o sul filo delle melodie tra alberi d’arancio, sarda macchia mediterranea, steli e sculture nel giardino sonoro di Pinuccio Sciola a San Sperate nel Campidano.

Ma anche, giardini che si rivelano testimonianza vivente della ricchezza della flora endemica e dei saperi legati all’uso di piante medicinali, alimentari, cerimoniali come per il messicano Jardín Etnobotánico di Oaxaca.

Jardin Secret, Marrakech

E rivisitazioni di classici come il Jardin Secret che d’improvviso s’apre dietro gli alti portoni e le mura di segreti palazzi recuperati all’abbandono nella kasbah presso la Medina di Marrakech. Dove, affacciandosi sull’incrocio di viali e simmetrie dei cortili centrali, la disposizione dell’impianto tradizionale di agrumi, fichi, melograni – ma anche palme da dattero e alberi di argan – si scompiglia, tra fontane e canali, stucchi e mosaici, in un inatteso brillare di fogliami diversi, con l’inserimento di una graminacea, dal segno tutto “contemporaneo”, come la Stipa tenuissima che il paesaggista Tom Stuart-Smith introduce a reinterpretare il giardino islamico, affiancandogliene uno più piccolo, esotico, dove convoca presenze vegetali da Sud America, Madagascar, India.

E, ancora, per ciascun luogo visitato in quest’eterogeneo peregrinare dell’autore equamente diviso tra Italia e resto del mondo, il distillato di un insopprimibile desiderio di condivisione. Che sempre apparenta giardini e raccontare.

Luca Bergamin, Giardini pazzi e misteriosi. Trenta reportage sulle fantasie botaniche più sorprendenti del mondo, Pendragon, pp. 225, € 22.00, recensito da Andrea Di Salvo su Alias della Domenica XII, 4, Supplemento de Il Manifesto del 23 gennaio 2022

Biodiversità tra case e palazzi. Un orizzonte progettuale

Dietro quel loro apparire come ambienti quasi del tutto artificiali, a ben guardarle le aree urbane sono anch’esse ecosistemi. Dove certo si affolla la maggior parte della popolazione umana e dove pure si concentrano criticità come la sempre crescente domanda di risorse energetiche, il pervasivo consumo di suolo, gli esiti più evidenti dei cambiamenti climatici. Ma che pure ospitano scampoli di natura, variamente incolta e addomesticata e comunità di specie vegetali e animali, spesso molto vitali, per quanto sottoposte a inedite pressioni evolutive (in termini magari di complessità dei “suoli”, rumori, illuminazione notturna).

Per paradosso, perciò anche in ambito urbano esiste una biodiversità che merita e necessita di essere preservata e incrementata. Tanto più in un contesto dove fortemente si trovano intrecciate dimensione sociale, economica, culturale.

E, proprio coniugando i temi della salvaguardia della biodiversità in ambiente urbano con le pratiche progettuali della predisposizione e del presidio di spazi aperti per il pubblico, di recente, anche in Italia, colmando un certo qual ritardo, l’architettura del paesaggio è andata assumendo questo orizzonte come grimaldello progettuale. In un approccio integrato che vede la collaborazione tra diverse discipline e incrocia esigenze ecologico-ambientali con funzioni estetiche, etiche e ricreative. Ce ne dà conto ora il lavoro di ricognizione su Nature in città. Biodiversità e progetto di paesaggio in Italia, edito a cura di Bianca Maria Rinaldi, Alessandro Gabbianelli, Emma Salizzoni per Il Mulino, pp. 164, € 16,00.

Parco Biblioteca degli Alberi, Milano

Ridurre la frammentazione dei molti habitat presenti in città, ricucendo anche per la fauna corridoi di connessione tra parchi pubblici e microambienti vegetati, filari alberati lungo le strade e corsi d’acqua, orti, giardini, spazi verdi disegnati, come anche aree umide, e zone residuali, immaginare quindi infrastrutture verdi, ma anche rinverdire pareti e lastrici solari, incrementando la diversità floristica in città, magari sulla base dell’ospitalità da darsi alla avifauna e agli insetti impollinatori e progettare perfino nuovi ecosistemi integrandoli in ambito urbano, con funzione tra le altre di educazione ambientale. Sono soltanto alcune delle esperienze che emergono dalla disamina dei casi analizzati che enucleano approcci e paradigmi attuativi, variabili e costanti del progetto di paesaggio all’opera sul piano della salvaguardia della biodiversità urbana.

Con approfondimenti volta a volta su strumenti normativi, dalla strategia nazionale ai regolamenti cittadini, ai piani del verde. Con le indicazioni per le specie vegetali da impiegare, la riduzione delle superfici asfaltate, l’utilità di come connettere aree verdi tramite reti ecologiche, il coinvolgimento di attori privati e collettività attive, e relative innovazioni gestionali e normative; fino all’analisi delle criticità del paradigma di una foresta urbana indifferenziata che “rischia di tradursi in una resa all’inselvatichimento”.

Il rilievo di dispositivi come gli Atlanti faunistici, quelli della flora urbana (spontanea e coltivata), per il censimento e la distribuzione delle specie. Il ruolo delle aree archeologiche urbane come habitat rifugio. Dove, fatta salva l’esigenza di conciliare la convivenza in equilibrio tra manufatti e vegetazione, si rileva come si sia andato variamente affermando un atteggiamento progettuale che valorizza la presenza di biodiversità. Anche in quanto rinnovato ideale estetico, andando oltre il fascino decadente dell’associazione tra vegetazione e rovine, e enfatizzando la relazione tra monumento e naturalità proprio a partire dal riconoscimento del valore della selvaticità spontanea che si intende conservare. L’importanza del tema della giusta distanza nell’armonizzare eterogeneità degli usi ed esigenze di differenti fruitori, nella separazione tra aree aperte al pubblico e aree inaccessibili per esigenza di salvaguardia, in particolare nel caso di ecosistemi costruiti ex novo, come le oasi urbane. Lo specifico di come attivare connessioni e prossimità di tipo percettivo anche tramite dispositivi spaziali come torrette, osservatori, passerelle, camminamenti, percorsi: utilizzati per mettere in evidenza, suggerire o guidare l’azione di osservare ed esplorare…

Tra le strategie progettuali che l’architettura del paesaggio dispiega nella valorizzazione della biodiversità in area urbana ricorrono, si evidenzia, due linee di tendenza. Entrambe intese comunque a suscitare una risposta emotiva come strumento per avvicinare la sensibilità del pubblico urbano a una naturalità percepita come valore da preservare (e incrementare). Attraverso la costruzione di una esperienza diretta della natura, fatta di percorsi di educazione ambientale ai valori di biodiversità (visite, tour, raccolta di foto e dati da condividere, bioblitz).

Da un lato tramite un senso di stupore che si innesca con la mediazione di interventi progettuali dal forte segno iconico per evidenziare la qualità estetica dell’ordinario (e quindi anche quella ambientale).

E ancora, attraverso il calcolo, l’attivazione di una opportunistica consapevolezza del molteplice valore delle aree urbane verdi come fonte di benefici. Particolarmente evidenti quelli ambientali, quando tradotti in termini di resa di servizi ecosistemici utili (riduzione del carbonio, sottrazione degli inquinanti, mitigazione microclimatica, uso del suolo).

Nature in città. Biodiversità e progetto di paesaggio in Italia, edito a cura di Bianca Maria Rinaldi, Alessandro Gabbianelli, Emma Salizzoni, Il Mulino, pp. 164, € 16,00, recensito da Andrea Di Salvo su Alias della Domenica XII, 3, Supplemento de Il Manifesto del 16 gennaio 2022

Sui sentieri. Racconti e predilezioni forestali

Nell’espressione in bosco, che dà il titolo all’ultimo racconto forestale di Daniele Zovi – un’espressione cui di volta in volta, e tutti assieme, sottintendere l’andare, il tornare, lo stare, ma anche il sentire, il meditare, l’incontrare –, è racchiuso il senso di un’esperienza ogni volta emozionale e conoscitiva.  Che ogni volta diversamente ritesse i fili già noti dei saperi taciti, della memoria, anche sensoriale, della nostalgia, del riconoscere, e quelli dell’ancora, sempre ogni volta, dell’imparare dall’esperienza agita e dell’integrare nella prassi conoscenze d’altrove confluite.

Se poi il sottotitolo è Leggere la natura su un sentiero di montagna si capisce bene come il marchingegno narrativo, zaino in spalla, di tornare a fare un cammino di un paio di giorni e una trentina di chilometri attraverso l’altopiano di Asiago, dormendo al bivacco di casara Trentin, sia l’occasione, di richiamare in appello la varietà di paesaggi e la trama di segni del nostro abitarli, la fenomenologia desiderante del nostro incontro con il selvatico, l’accurata e accorata descrizione da presso delle fisionomie dei protagonisti vegetali, ma anche, interpolando, le acquisizioni recenti della letteratura scientifica e la rilettura di versi, fiabe, filastrocche, nonché la messa a tema di questioni, tra etica e ecologia, sulle quali interrogarsi (UTET, pp. 208, € 17,00).

Giovanni Segantini, Mezzogiorno sulle Alpi

Rompendo talvolta il ritmo del passo e divagando in diagonale, per sentieri non segnati: che si tratti della predilezione per l’indaco delle fioriture autunnali della genziana o per l’effervescenza di intermediari tra mondo minerale e biotico dei licheni, del gioco di immedesimazione nel continuo agire dell’acqua che scava e crea cunicoli, dell’interrogarsi sulla fitta trama di segnali e relazioni sociali sotterranee.

Variando, nel percorso, di registro e giro d’orizzonte, dalla riabilitazione della fragrante biodiversità dei sistemi – a lungo considerata in difetto d’ordine – al disvelarsi, con la composizione del sottobosco, dello stadio d’evoluzione del suolo. Fino all’ammissione di indugiare, nell’ora tarda del rientro, nella speranza di accompagnarsi al tasso.

Daniele Zovi, In bosco. Leggere la natura su un sentiero di montagna, UTET, pp. 208, € 17 ,00, recensito da Andrea Di Salvo su Alias della Domenica XII, 2, Supplemento de Il Manifesto del 9 gennaio 2022

Guglielmo Ciardi, Altopiano di Asiago
Ettore Tito, Prato in fiore (Bambini sul prato di Asiago), 1901