Fiori e giardini, veicolo geo-politico in Asia

Se ad ornare l’emblema della Repubblica italiana s’incrociano rami di ulivo e di quercia, è invece il corbezzolo, per quanto a insaputa di molti, l’albero patriota – specialmente eletto nella temperie risorgimentale, a partire da Pascoli, perché in autunno, contemporaneamente porta su di sé, oltre alle verdi foglie, fiori bianchi e bacche rosse: i tre colori della bandiera.

A saperli leggere in controluce, i diversi modi in cui da sempre ci capita di convocare così tanti protagonisti del mondo naturale in qualità di controfigure simboliche per significare entità e concetti, molto ci dicono di impensati, convinzioni e retropensieri che dal nostro irriducibile punto di vista umano proiettiamo su di loro.

Tra questi, molti son piante, fiori ed alberi. E, proprio nello specifico dell’identità floreale attribuita agli Stati-nazione, la giornalista dai molti talenti ed esperta di Sud-est asiatico, Ilaria Maria Sala, analizza la dimensione politica di questa nostra relazione.

Marvin Chew, Nature’s Calm, City’s Pulse, 2025

Mostrandoci come in questi processi di significazione al seguito della ricerca di dimensioni identitarie e patriottiche, della loro conferma o invenzione – sempre facili a scivolare nel nazionalismo – finiscano implicate anche misoginia e razzismo, intolleranze religiose e tensioni etniche (Flower Power. Storie politiche di fiori e giardini dall’Asia, hopefulmonster editore, pp. 210, € 20, nella bella collana La stanza del mondo a cura di Paola Caridi).

Così, nella città giardino oggi al 50% ricoperta di verde, con il suo tridimensionale paesaggio urbano di felci enormi e orchidee abbracciate ai rami di ogni albero, la vicenda di Singapore si illustra tra l’opportunistica fondazione del Giardino botanico sperimentale per conto di un’incalzante Compagnia delle Indie britannica a inizio 800 e l’operare tenace del “Giardiniere Capo”, come amava definirsi Lee Kuan Yew, padre fondatore della Singa­pore odierna, con scarse propensioni democratiche ma grande passione botanica.

Mentre il cinese per antonomasia Giardino della luminosi­tà perfetta – in realtà creato dagli imperatori della dinastia Qing (1636-1912), originaria della Man­ciuria, per correggere l’accusa di estraneità alla vera cultura cinese, e, in quella logica, ampliato, nei secoli, replicando al suo interno paesaggi artificiali ispirati alle quaranta vedute più note della Cina classica, ma anche un’infilata di baroccheggianti palazzi “all’Occidentale” realizzati dai gesuiti – viene qui ricordato non tanto per la passata grandezza dei luoghi ma a partire dal ruolo che la memoria di quel giardino, poi mitizzato, assume con la sua distruzione e il saccheggio operati nell’ottobre 1860 per mano europea nel contesto dell’espansionismo coloniale. Con i restauri avviati a partire dalla metà degli anni Ottanta del secolo scorso, è proprio dalle rovine degli incongrui marmi dei palazzi all’Occidentale che si dipartirà il muro propagandistico incaricato di raccontare, con illustrazioni ed enfatici messaggi, il “Secolo dell’umiliazione”, dalle Guerre dell’Oppio all’invasione giapponese durante la Seconda Guerra Mon­diale e oltre.

Tung Yue Nang, Peace and Serenity at the river, 2021

Tra boccioli promossi a simboli nazionalisti, come quello di pruno esportato dal nord nella subtropicale Taiwan dallo sconfitto Kuomintang di Chiang Kai-shek che vi si installa nel 1949, a giardini, come accennato, che esplicitamente nascono politici o che magari nei loro resti lo diventano in logica propagandistica, e quelli che, come in Pakistan, a Lahore,per millenni Città dei Giardini, oggi dall’aria irrespirabile,rischiano di finire inaccessibili a giorni alterni nel quadro dei disastrosi effetti del cambiamento climatico, l’autrice propone un originale percorso di messa in prospettiva e rilettura. Con l’indubbio valore aggiunto di avviarci, attraverso una tale lente vegetale, a meglio intuire alcune coordinate almeno di una parte di mondo che spesso ci sfuggono.

Ilaria Maria Sala, Flower Power. Storie politiche di fiori e giardini dall’Asia, hopefulmonster editore, pp. 210, € 20, La stanza del mondo, collana a cura di Paola Caridi, recensito da Andrea Di Salvo su Alias della Domenica XVI, 25, Supplemento deI Manifesto del 12 luglio 2026