Il giardinaggio punk di Éric Lenoir

L’invito, tutto in controtendenza, è a liberarsi dalle regole del giardinaggio tradizionale, dai manuali ai luoghi comuni. Come pure dai condizionamenti delle conoscenze tecniche accumulate. Consentire agli alberi di crescere assecondandone l’estetica anche nell’ombra proiettata, disegnare con la falciatrice sentieri per sottrazione, lasciando intorno porzioni di prato fiorito e graminacee che con la loro clarità raffreddano il suolo, evitare pigramente di annaffiare, eliminare quel che ci disturba, e quindi diradare creando paesaggi, affidando spazi al caso, liberando specie fino allora nascoste, magari a sorprenderci, per imparare a convivere quando non profittare dell’impetuoso diffondersi delle piante selvatiche.

Un approccio poco convenzionale, da praticare seguendo il proprio istinto, a conciliare messa in valore di ciò di cui già si dispone – attrezzature e piante, supporti e competenze – con una sobrietà che risparmia risorse – soldi e magari il troppo tempo destinato – per godersi invece il giardino senza esserne schiavi. Un modo diverso di concepirlo nel paesaggio senza per forza dover disciplinare la natura, lottarle contro.

Questo, in sintesi, tra ecologia e gioiosa trasgressione, l’approccio del modo d’esser proposto già nel 2018 da Éric Lenoir nel suo Piccolo trattato di giardinaggio punk (ora da Elliot con esplicito sottotitolo Imparare a disimparare, pp. 95, € 20,00), ampliato poi nel 2021 in un Grand traité du jardin punk per le edizioni Terre Vivante. Paesaggista formatosi all’École du Breuil e attivista dalle molte esperienze, viaggi e pubblicazioni, specialista di ambienti e contesti selvatici, Lenoir è anche vivaista esperto di piante acquatiche e dei terreni umidi che dal 2012 dispiega una sua pedagogia nel giardino sperimentale a bassissima manutenzione Le Flérial, nella Yonne, zona umida, in quota su altipiani argillosi (soltanto cinque giorni di manutenzione all’anno per un ettaro e mezzo).

Pino Musi, Phytostopia 03

Tra consigli e trovate per realizzare un bel giardino senza troppo curarlo – che sia facile da mantenere (autonomo per quanto possibile), ecologicamente interessante, spesso più intrigante di quello esistente, e dove l’armonia venga da sé – va a finire che nel giardino punk si interviene davvero poco.

Qui prevalgono osservazione e pratiche discrete, capacità di cogliere il potenziale di ogni luogo, lasciar che la natura vi si organizzi a modo suo: lunghi periodi riservati a osservare i cicli di una natura sempre in movimento senza far nulla invitano, noi di passaggio, a cambiar modo di considerarla. A comprendere il funzionamento degli ambienti, le interazioni tra coloro che li abitano, senza trascurare vitalità del suolo, ruolo degli insetti impollinatori come pure gli aspetti della produzione vegetale come fonte di sostentamento.

Secondo questa sorta di filosofia di vita convocata (anche) in giardino, a fronte dell’ormai convenzionale e insostenibile ingessatura di regole e spazi verdi pubblici e abitativi, si “punkizzano” prati, pendii, sentieri e viottoli, zone umide e bacini, ma anche sottoboschi, foreste-giardino, orti, frutteti. Dove “rinaturalizzare” piante ornamentali e accogliere e orientare quelle spontanee, dedicando loro spazi riservati – o contenendole in angoli rifugio – per riconquistare e stimolare biodiversità (una ricca disamina di piante punk viene proposta da una tabella finale).

Paradossalmente per un Trattato, l’idea provocatoria del giardino punk divaga oltre i limiti che a volte noi stessi ci imponiamo. Per tornare a osservare con le stagioni una natura (non quella idealizzata, bella e funzionale) dove valorizzare la diversità come punto di forza, seminare le piante invece di acquistarle, riciclare, ispirandosi alle metamorfosi, dissimulare con rampicanti, fare attenzione ai percorsi dell’acqua, invadere spazi imprevisti, come i giardinetti di facciata che si proiettano sulla strada, coinvolgere scuole e associazioni locali buttando all’aria regole del tipo: si pianta allineando, si pota nei tempi prescritti, il progetto prevale immutato.

Una filosofia di vita-manifesto intesa a combinare aspirazioni giardiniere, rispetto di natura e biodiversità, declinazioni socialmente ed ecologicamente sostenibili. In un rispecchiamento, dove si tratta in realtà del nostro rapporto con il mondo. Punk, groove o rasta che sia.

Éric Lenoir nel suo Piccolo trattato di giardinaggio punk Imparare a disimparare, Elliot, pp. 95, € 20, recensito da Andrea Di Salvo su Alias della Domenica XVI, 20, Supplemento deI Manifesto del 17 maggio 2026

Ivan Shishkin, Corner Overgrown Garden. Aegopodium-grass, 1884

Pino Musi, Phytostopia 09