Piante e animali, alterità e somiglianze

Organismi vegetali foreste, ecosistemi diversamente intesi: con la premessa mai superflua di come dalla lettura di un medesimo insieme possano risultare soggetti diversi, in relazione a come, volta a volta, ritagliati al variare del punto di vista (scienziati o appassionati, naturalisti e divulgatori), sono in particolare due le letture che su questi ambiti da circa un paio di decenni vanno contrapponendosi nel dibattito scientifico. A partire dalla proposta che indaga anche nel mondo vegetale una complessità inedita che evoca caratteristiche e attributi fin qui riservati al mondo animale. Un radicale cambio di paradigma che considera e sottopone a verifica dimensioni come agentività, comunicazione, intelligenza, coscienza, memoria, elaborazione di segnali e azioni coerenti, cooperazione, altruismo. Con il portato di una disseminazione di questa visione fin nel senso comune e di una diffusa ricaduta nell’immaginario collettivo anche in ambiti come letteratura cinema filosofia, a rafforzare la posizione critica di buona parte dei botanici classici.

Emeric Chantier, dalla serie Regarde-moi, 2017

Di questo confronto, e di quanto ciascuno tenda a restare sulle proprie posizioni testimonia il volume autorevolmente certificato per Bollati Boringhieri del divulgatore Marco Ferrari intitolato Le piante non sono animali verdi, con inequivoco sottotitolo: L’intelligenza vegetale alla prova dei fatti, pp. 238, € 18.

Prima di dar conto dell’archeologia dei precedenti che avrebbero riconosciuto una qualche forma di sensibilità alle piante (dalla capacità mimetica alla sensorialità, al contatto) e di passare poi in rassegna – sottoponendole al vaglio critico – le più recenti formulazioni nel segno di una neurobiologia delle piante, Ferrari ripercorre utilmente e ricapitola per gran parte del volume come nella storia della vita piante funghi e animali abbiano intrapreso percorsi radicalmente differenti, soluzioni e vie parallele che a partire dal differente utilizzo delle energie (la fotosintesi per le piate) hanno visto ulteriormente diversificarsi anatomia, metabolismo, strategie di crescita, con il procedere a staffetta tra piante e nuovi ecosistemi sempre più complessi (le felci alte fin a 35 mt del Devoniano, con relativo aumento di umidità, modifica di clima e terreno) nuove, prime foreste  (fattore fondamentale dell’ecologia del pianeta), la rivoluzione del tronco e del seme oltre le spore, nonché il tutto sommato recente grande successo dell’affermarsi delle erbe (con gli animali ospiti delle foreste e nelle relazioni coevolutive con le piante a fiore) fino all’occupazione da parte della vegetazione di gran parte della terra.

Nel ribadire la differente via evolutiva intrapresa dalle piante, la loro struttura a moduli che poco pare conciliarsi con un sistema centralizzato e dove il comportamento vegetale viene ricondotto a reazioni dovute ad automatismi geneticamente predeterminati, al centro del dibattito su intelligenza vegetale (che sconta una definizione spesso troppo generica) e il cosiddetto l’altruismo delle foreste (“un’idea troppo idilliaca” dove la foresta solidale rischia d’esser cooptata a contraltare di una visione neoliberista, con enfasi critica sulla concorrenza) finisce quindi per tornare, come fondante narrazione alternativa, l’antica questione su alterità o somiglianza.

Con un quantomai opportuno, richiamo continuo al tema di come comunicare la scienza, fin dal titolo a tesi l’autore sottolinea come sia “meglio non vedere le piante come pallide repliche verdoline degli animali” privandole di una loro specificità e con il rischio di proiettare i nostri desideri sulla natura, perché – come non condividere – questa non ha “alcun bisogno di assomigliare a noi per essere degna di meraviglia e di rispetto”.

Jon Ching, Mother Mycelium

Fondamentale, certo, procedere per distinguo terminologici, al richiamo all’uso attento di espressioni figurate, similitudini e metafore (lotta per la vita, sopravvivenza del più adatto, conflitto) di termini che molto dipendono dal contesto (adattamento), sempre a rischio di fraintendimenti e di semplificazione eccessiva, come pure di possibili equivoci (evoluzione intesa nel senso di miglioramento, invece che di modificazione estranea a ogni giudizio o scala di valori).

L’autore stigmatizza tanto la tentazione alla personalizzazione da parte di alcuni scienziati quanto ogni polarizzazione, e specialmente il rischio dello straripare delle proposte eterodosse dei Mancuso, Baluška e Gagliano – in relazione con l’ipotesi di Gaia via Margulis. Per via di un facile, superficiale, successo su mezzi di comunicazione di massa, “l’armamentario delle nuove ipotesi, dalle piante intelligenti agli ecosistemi iperconnessi e solidali” si riverberano, indebitamente estese, nell’immaginario collettivo nella politica e nella cultura, nella filosofia come nella religione, come modello vegetale, agente attivo, cosciente e altruista, cui ispirarsi.

Per converso, tra gli effetti lodevoli delle narrazioni che in ogni caso i progressi degli studi sulle piante portano con sé, non si manca di ricordare come la scienza ecologica delle relazioni evidenzi il rilievo della complessità degli ecosistemi e del dialogo tra i componenti; la messa alla prova di questioni che hanno a che fare con nostre consolidate nozioni di comportamento, intelligenza, senzienza, coscienza, e la loro riconsiderazione; un reale corto circuito tra approcci umanistici e delle scienze dure e un’attenzione, inedita per la scienza occidentale, nel considerare – senza troppo tema di incorrere nell’incanto – saperi e pratiche delle culture altre.

Marco Ferrari, Le piante non sono animali verdi. L’intelligenza vegetale alla prova dei fatti, Bollati Boringhieri, pp. 238, € 18, recensito da Andrea Di Salvo su Alias della Domenica XVI, Supplemento deI Manifesto del 6 settembre 2026

Emeric Chantier, dalla serie Regarde-moi, 2017

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