
La sopravvivenza nei secoli di un’entità fragile come il giardino storico finisce per modellare l’identità del luogo che lo ospita, creando un legame indissolubile fatto di influenze e condizionamenti reciproci. Spesso con i molti interrogativi connessi alla ricerca di un’autenticità capace di restituire l’originale (?) filologia del progetto.
Caso a sé, la specifica tipologia di quei giardini che a partire dalla metà del Cinquecento concorrono in modo determinante al diffuso processo di trasformazione in dimore di pregio e prestigiose residenze di rappresentanza di molti fortilizi e castelli, a connotare il rapporto con il territorio.
Se le mura vengono allora traforate con l’apertura di finestre e logge e con l’eliminazione di torri e merli, la riconversione delle architetture militari passa specialmente per la trasformazione in giardini di fossati difensivi, cortili e piazze d’armi, mentre le cinte murarie diventano spesso passeggi pubblici alberati, fino a rimodulare su scala urbana una serie di nuovi utilizzi.


Nel suo essersi felicemente conservato attorno a questo stadio – pur tra molte vicissitudini – è emblematico di un tale processo l’episodio del Castello di Vignanello presso Viterbo, inscindibile dal suo giardino e dal borgo di cui è parte integrante, dove, oltre il valore militare e la capacità di dominio del presidio fortificato, dimensione culturale, stili di vita ed espressione artistica si affermano sulla scena come espressioni privilegiate del potere.
A illustrarne la vicenda, un volume riccamente illustrato Vignanello. Il castello, la sua terra, la sua storia, i suoi giardini, dà oggi conto degli importanti lavori di restauro resi possibili dai finanziamenti ottenuti grazie al bando PNRR del Ministero della Cultura, specialmente sulla base di un’ampia ricognizione documentaria e iconografica predisposta a cura di Alberta Campitelli, con contributi di Sofia Varoli Piazza, Elisa Fochetti, Giorgio Monari (Franco Maria Ricci, pp. 128, € 20,00).
Pur nella frammentarietà delle testimonianze, e nel quadro delle intricate vicende di successione – i Farnese, quindi gli Orsini, poi i Marescotti e, dalla fine del 600, i Ruspoli – emergono come tratti salienti la continuità nel rispetto dell’impronta dei caratteri formali conferiti al momento della riconversione della rocca da rilevanti figure femminili Beatrice Farnese e poi Ottavia – erede forse delle suggestioni del parco realizzato dal padre Vicino Orsini a Bomarzo –, l’interdipendenza tra le diverse componenti di architettura, giardino e parco; il rilievo di una cospicua dotazione di acqua – quella proveniente da Corchiano, che Ottavia riuscì ad ottenere grazie all’appoggio del cardinale Farnese a condizione, come corrispettivo, di “fare un fontanile et piazza”.


Al giardino, progettato in relazione, da un lato con la mole e la piazza del borgo, e dall’altro con il parco e la morfologia del territorio circostante, si accede, dal retro del castello oltrepassando il fossato sul ponte levatoio. Il grande parterre che si offre allo sguardo dal piano nobile del palazzo è articolato in riquadri regolari con agli angoli grandi vasi di agrumi impressi con gli stemmi di famiglia e introduce ad altri elementi tipici del giardino seicentesco, fontane, peschiere, uccelliere, una sala per il giuoco della pallacorda, un giardino segreto, situato su un livello più basso, il Barchetto, e il Barco grande con alberi d’alto fusto e da frutta, a cerniera con il selvatico della campagna.
Oltre al recupero della componente vegetale e del disegno del giardino – strutture pensili e terrazzamenti in relazione stretta con le architetture di muri e scalinate – l’intervento di restauro ha inteso ripristinare l’accesso originario lungo l’asse nord-sud e la relativa quinta prospettica a cascata, nel senso di restituire al complesso del giardino di Vignanello la sua centralità nell’ambito del più vasto piano urbanistico che nel corso del settecentesco ne ridisegna la fisionomia.
Vignanello. Il castello, la sua terra, la sua storia, i suoi giardini, a cura di Alberta Campitelli, con contributi di Sofia Varoli Piazza, Elisa Fochetti, Giorgio Monari, Franco Maria Ricci, pp. 128, € 20,00, recensito da Andrea Di Salvo su Alias della Domenica XVI, Supplemento deI Manifesto del 4 ottobre 2026



