
L’irresistibile tentazione di dar libero corso alla natura nel ridotto del proprio giardino, di astenersi di fronte al suo autonomo dispiegarsi, o, al più, di lasciar spazi sospesi, a disposizione per le erbe selvatiche, è una costante che si ritrova lungo l’intero arco di esperienze e riflessioni ripercorse ora negli anni della sua vecchiaia da Richard Mabey, naturalista e autore di successo. Allestito nella campagna del Norfolk, Inghilterra orientale, e condiviso negli ultimi decenni con la sua compagna, Il giardino per caso di cui ora scrive è specialmente un irrisolto tentativo di allentare il controllo. Per quanto, pur sempre nel gioco delle infinite variazioni tra gli estremi della sua fascinazione d’infanzia per il ritorno allo stato selvatico dopo l’abbandono della tenuta di Berk Hamster Hall, e l’attitudine, tipica anche dei giardinieri, di sempre interferire per sorvegliare e soggiogare la natura. Una propensione ammantata magari nelle forme di una sua paternalistica gestione, ma comunque con tendenza a un dominio indiscusso, sorta di colonialismo in sedicesimo ispirato sotto sotto dalla convinzione che la natura sia difettosa e abbia bisogno di miglioramento, come diceva Horace Walpole, ispiratore del giardino paesaggistico nel Settecento (in italiano con l’improvvido sottotitolo Per coltivare l’equilibrio tra uomo e natura, traduzione di Federica Oddera, Ponte alle grazie, pp. 231, € 19).
Per via di evocazioni ispirate al seguito delle stagioni, Mabey rimonta all’inizio di quest’avventura tra le altre (indicazione del titolo originale), svariando sui molteplici registri del diario, di singolari biografie vegetali, del tributo a diverse figure di giardinieri e naturalisti studiati in passato – dal poliedrico diarista seicentesco John Evelyn con il suo giardino sul Tamigi, pieno di bizzarrie alle liriche di condanna della recinzione dei campi e della pratica dell’innesto del contemporaneo Andrew Marvell. Fino alla ripresa – e messa in discussione – di testi, considerazioni e convinzioni. Compresa la sua giovanile storia culturale della flora spontanea o il tema delle erbe invasive, intruse, spesso, tuttavia come effetto collaterale delle nostre predilezioni ed esperienze, della nostra condotta, del nostro passeggiare.

Come in un periplo rituale al seguito del suo bastone da passeggio, Mabey si sofferma in particolare sul suo atteggiamento di basso profilo e minimi interventi – che definisce modalità lombrico – rispetto alle parti del giardino meno sorvegliate – l’orto e le aiuole di fiori rimangono appannaggio femminile. Habitat diversi, privi di immediati scopi pratici: la prateria di fiori del prato inselvatichito, il bosco in custodia, continuamente sul punto di scivolare nell’autodeterminazione, e da accompagnare tracciando sentieri “segnati dai tassi e dai nostri desideri” a creare, come per caso, radure di nuove luci e fiori. E, ancora, il laghetto e le classiche siepi di macchia serpeggiante, così infitte nella cultura popolare, nella lingua e nel folklore, anche se per la maggior parte le si vuole inventate all’epoca delle enclosures. Ai poli estremi del giardino, due giganti: l’immenso frassino dal fusto plurale che ancor più emerge in estate dallo stagno e la grande quercia di centoventi anni (anch’essa, a ben guardar, un’immigrata, arborea: non il britannico per eccellenza Quercus robur, ma un cerro, Quercus cerris, introdotto dall’Austria a metà del 700). Così come, primo a fiorire in giardino, spesso già a inizio febbraio, pure il grande Prunus cerasifera è arrivato in Gran Bretagna nel tardo Medioevo, da allora incontestabilmente naturalizzato. O il papavero, giunto dall’Europa meridionale per via degli agricoltori del neolitico, il bucaneve o l’ippocastano: presenze oggi tutte molto amate, e considerate indigene.
Peraltro, le specie vegetali, hanno sempre girovagato in una sorta di nomadismo non soltanto ecologico, fondato su associazioni anche culturali, concorrendo nella lunga durata a definire paesaggi ed esperienza stessa dei luoghi: una specie di familiarità
Giardiniere anche con le parole, Mabey illustra la bellezza convenzionale della rosa, che qui affascina però piuttosto per la fortuita imprevedibilità che trasmettono le varietà botaniche antiche con la loro presenza intessuta di storia sociale e culturale e il particolare legame delle pimpinellifolia, color crema e aroma sfuggente, con le brughiere della costa. E, a contrappunto, quella sfrontata, allegra della ginestra, emblema spinoso e caparbio testimone della campagna non recintata. Risorsa cruciale come foraggio e combustibile degli spazi aperti accidentati, dei common.

Consapevole, come pure confessa, della sua doppia morale sul tema del trasferimento delle piante, racconta di come anche lui abbia finito per allestire nel suo giardino inglese un’area destinata ad accogliere, sulla scorta dei suoi ripetuti viaggi a Creta e nella Francia del sud, esemplari mediterranei – miscuglio di gariga e macchia, arbusti aromatici, bulbi ed erbacee a bassa crescita – originari di climi e culture distanti migliaia di chilometri.
Così, se a tarda primavera, convivono nel suo giardino esemplari selvatici e coltivati in un lussureggiare che sempre sconfina nell’intricata compresenza di un’aspirazione allo sviluppo spontaneo della natura epperò anche del desiderio di governarla, è perché, oltre i confini fisici (le palizzate del nostro controllo) e quelli metaforici (il nostro immaginare futuri ed evocare ricordi) si tratta pur sempre del gioco e, come confida, del privilegio, francamente assurdo, di possedere un pezzetto del pianeta terra.
Richard Mabey, Il giardino per caso. Per coltivare l’equilibrio tra uomo e natura, traduzione di Federica Oddera, Ponte alle grazie, pp. 231, € 19, recensito da Andrea Di Salvo su Alias della Domenica XVI, 16, Supplemento de Il Manifesto del 19 aprile 2026

