Per i giardini di Roma. Raffaele de Vico

Raffele de Vico_giardini di roma_Andrea_di_Salvo_vìride_Alias_Il ManifestoIl segno discreto che il pervasivo operare di Raffaele de Vico come “consulente artistico per i giardini di Roma” imprime sulla fisionomia del verde in città lungo l’ampia prima metà del secolo scorso si dispiega a contrappunto con la vicenda eccezionale del suo sviluppo urbanistico, dove proprio alla questione del verde spetta un ruolo di rilevante comprimario. Da capitale in assestamento dell’Italia giolittiana, poi, con il governatorato e le varianti urbanistiche, sempre più perno del progetto mussoliniano di una Grande Roma interprete di un’italianità perfino imperiale, fino al suo protendersi, oltre la vacanza della guerra, negli esiti delle sistemazioni a verde dell’EUR di parte di quanto immaginato per l’esposizione dell’E42. 
Pur senza troppo indagare sui nessi che legano quell’operare con il contesto culturale – dal quale peraltro l’uomo si tiene perlopiù discosto –, è paradossalmente proprio dalla puntuale analisi documentaria squadernata dalla monografia che ora Ulrike Gawlik dedica a Raffaele de Vico. I giardini e le architetture romane dal 1908 al 1962 (Olschki, pp. 442, € 48.00), che sulla mappa della città in divenire si conferma fitta l’incredibile ampiezza e continuità di quel suo intervento.
A cavaliere tra imperativi diversi, sul come confrontarsi da un lato con le vestigia della storia (e con l’uso che il regime intende farne), e dall’altro su come intervenire a regolare gli sviluppi scomposti di una crescita edilizia che stravolge l’immagine di felice integrazione con il paesaggio naturale. In una articolazione per temi che dall’ispirazione romantica del risorgimentale Parco della rimembranza a Villa Glori (1923-4), con la valenza simbolico commemorativa attribuita alle piante scelte per varietà di appartenenze (in particolare i mandorli che evocano la vicenda dei fratelli Cairoli), al monumentale approccio patriottico del monumento ossario dei caduti romani della guerra 15-18; punteggerà poi di giardini i nuovi quartieri, Piazza Verbano, Bologna, la sistemazione di Monte Sacro a corredo di interventi sulla città-giardino… Mentre misuratamente procede nelle sistemazioni per le aree archeologiche ritagliando per il Parco del Colle Oppio, tra vialetti, scalinate, un ninfeo e un roseto sperimentale, anche il progetto di evidenziare con basse siepi l’eredità archeologica delle corrispondenti terme sottostanti, in ciò anticipando Muñoz; o con la sistemazione architettonica e paesaggistica del parco che circonda il sepolcro degli Scipioni; o le esedre arboree su basamenti in travertino realizzate a incorniciare Piazza Venezia

Tra sventramenti e “diradamenti” sullo sfondo di un’aspirazione, piuttosto, a operare connessioni, anelli e passeggiate, e intanto belvederi, affacci sulla città, de Vico fa dialogare il giardino-fontana ribassato di Piazza Mazzini, e gli interventi del ritmato giardino lineare dell’omonimo Viale con piazzali, con il grande parco progettato per Monte Mario, con prevista cascata monumentale, idea poi ripresa per il Parco centrale dei Giardini dell’EUR, inaugurata nel 1961.

Se, via così, si vanno precisano i termini di un composto linguaggio unitario, distillato sulla base di una tradizione funzionalmente volta a volta capace di adeguarsi ai contesti, orografici, storici, urbanistici di nuova espansione, e anche di interpretare le ragioni della propaganda come di cogliere inediti spazi di opportunità, nell’insieme con il perseverante operare di de Vico la trama del verde dei giardini pubblici romani emerge come trasversale fattore connettivo.

A tutt’oggi, resistendo al degrado, suggestione e opportunità da raccogliere. 

Ulrike Gawlik, Raffaele de Vico. I giardini e le architetture romane dal 1908 al 1962 (Olschki, pp. 442, € 48.00), recensito da Andrea Di Salvo su Alias della Domenica VII, 44, Supplemento de Il Manifesto del 12 novembre 2017

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