
Esiliate a più riprese, in particolare con il secondo dopoguerra, dalle moderne metropoli, assieme alle coltivazioni agricole, come pure dai territori degradati o ritenuti malsani, le piante tendono ora a ricomparire nella rinnovata veste di alleate sul fronte del contrasto alla crisi ambientale. E anche soltanto a volerle considerare risorse rinnovabili per eccellenza, è evidente come, per la ricchezza di soluzioni e suggestioni che prospettano, inneschino un processo dove nuove esigenze di socialità e sostenibilità si incrociano con etiche, estetiche e nuove naturalità.
Nelle più diverse declinazioni e per via di frammenti e ibridazioni, oltre a scombinare inadeguati confini tra selvatico, urbano, rurale, le vicende di orti urbani, recuperi di colture tipiche da tempo abbandonate, con relativo ripristino di paesaggi, rinaturalizzazioni di ambienti industriali dismessi e di zone umide così a lungo deprecate, oliveti in città coltivati come arredi vegetali e per il loro valore ambientale di riduzione delle emissioni di CO2, son soltanto alcune delle Storie di nuove convivenze tra uomo e natura come recita il sottotitolo del volume che Fabio Marzano ripercorre al seguito de Il ritorno delle piante, EDT, pp. 206, € 15.
Destinati all’autoconsumo secondo metodi di coltivazione biologici, talvolta con valenza di educazione ambientale per le scuole, o come centri di sostegno per persone in emergenza alimentare, centri di produzione artistica, spazi autogestiti, occasioni di esperimenti di riciclo, applicazioni di ingegneria ecologica, conduzioni orientate all’impresa sociale, gli orti urbani, a cassoni, pensili, ipogei, risultano dopo il covid cresciuti di oltre il 18% nei capoluoghi di provincia (dati ISTAT), così che quasi venti milioni di Italiani destinano loro passione e tempo libero. Magari con una nuova attenzione alla coltivazione di frutta esotica made in Italy come alternativa consentita o suggerita dall’incalzante riscaldamento climatico.

Se tra le piante domestiche il tasso di mortalità risulta davvero molto alto, tra il 30 e il 40% tanto che un’associazione di giovani giardinieri ha costituito a Milano una sorta di clinica botanica per vegetali in difficoltà che recupera le piante per coltivarle in aiuole pubbliche, non è soltanto per imperizia.
In molti casi si tratta di disadattati climatici, piante rimaste indietro rispetto alla velocità del cambiamento delle temperature che spinge a modificare i confini dove normalmente vivono specie come l’olivo, coltivato oggi, oltre che in quota magari su contrafforti assolati, in spazi pubblici nelle aree urbane per la capacità che dimostra di catturare anidride carbonica e polveri sottili come pochi altri alberi. E ciò anche di inverno, non essendo spogliante. Mentre, più che per il loro valore ambientale, è probabilmente per malintese valenze estetico simboliche che si vedono varietà ornamentali di olivi coltivate nella periferia occidentale di Londra.
Nuovamente, su per terrazzi e balconi cittadini si ritrovano anche in vaso olivi e viti. Come fino all’ottocento, quando, prima di scomparire, queste ultime erano coltivate sotto forma di pergola per ombreggiare le passeggiate nei sestieri di Venezia, negli orti annessi a case e complessi religiosi, o nei rioni di Napoli.
Marzano ci racconta di diversi percorsi a ritroso che vedono la vite tornare oggi con esperimenti di agricoltura urbana condotti in modo filologico per riscoprire e reintrodurre antiche varietà storiche, come nella seicentesca villa di San Martino sulla collina di Napoli, o, in convivenza stretta con la laguna, con la produzione del vin salso nella Vigna dei monaci di San Martino da parte dell’associazione Laguna nel bicchiere.
Nel loro riguadagnare habitat perduti, s’affermano poi piante in grado di sopravvivere su macerie e suoli inospitali, efficaci nel degradare veleni inquinanti.
Pioppi, girasoli, canne domestiche, ricino, o le orchidee nate sui terreni delle miniere dismesse del Sulcis in Sardegna. O le acrobatiche, della macchia mediterranea, cresciute sugli scheletri della fabbrica dell’ex complesso tessile, chiuso dal 1954, e oggi Parco ex snia di Roma dove perforando una falda si è creato uno dei più grandi bacini naturali d’Europa in piena area urbana, un lago di oltre 10.000 mq profondo circa 9 che è diventato, in una sorta di rinaturalizzazione passiva, laboratorio a cielo aperto per osservare da presso l’evolvere degli ecosistemi.

Anche in Italia, interventi di protezione e ripristino si inseriscono nel quadro di una nuova consapevolezza del valore ecologico della più evanescente flora di paludi e aree umide. Tanto che oggi ne vengono proposte di artificiali nel verde pubblico delle città: a Trento nel giardino del Muse, museo delle scienze, è stata inserita un’area umida con rarità botaniche presto divenuta rifugio di libellule. Analogamente, i tentativi di recupero delle golene del Po per ricostruirne il paesaggio naturale con specie riparie ormai rare o gli interventi sulle paludi costiere della Sicilia sud orientale, quei Pantani ricchi di biodiversità che si formano subito a ridosso delle spiagge, per proteggere i quali 30.000 cittadini tedeschi han pagato di tasca loro attraverso una onlus.
Tutto, senza dimenticare periodici ritorni di utopie vegetali e biomi immaginari che siam soliti riprodurre associando in serra piante di diversi biomi del mondo subtropicale, o pratiche come il collezionismo che, qui nel racconto, annovera folgorazioni come quella che ha dato origine a Le Moie, uno dei più importanti vivai di acquatiche tropicali a livello internazionale in un sistema di paludi e aree umide sopra Torino, e passioni vertiginose: per le liane delle foreste pluviali, dall’Amazzonia al sud-est asiatico collezionate – in oltre 300 specie – nei pressi di Varese da Umberto Lischetti.
Libere interpretazioni dell’immaginario esotico Tra archetipici ecosistemi, idealizzati a reinventare mode e passioni rammentandoci come il tropicalismo d’élite di metà secolo scorso, tra falsi banani e palmette nelle hall di grandi hotel contava – per restare tra Piemonte e Lombardia – la presenza di oltre ottocento serre.
Fabio Marzano, l ritorno delle piante. Storie di nuove convivenze tra uomo e natura, EDT, pp. 206, € 15, recensito da Andrea Di Salvo su Alias della Domenica XV, 31, Supplemento de Il Manifesto del 3 agosto 2025



