Sono infinite le nomenclature con cui cerchiamo di dare identità alle piante che ci circondano – varianti regionali, onomatopeiche, funzionali –, e d’altro canto da sempre abbiamo cercato di ricondurre entro classificazioni maneggiabili la loro incredibile, silenziosa e pervasiva varietà, raggruppandone i soggetti in livelli via via più ampi di organizzazione (genere, famiglia, ordine, classe). Lo si è fatto ricercando ordinamenti per assonanze e prossimità, in un processo ininterrotto che ancora dura. Variando culturalmente, e quindi scientificamente, i criteri. A partire da Teofrasto, dalla ricerca sul filo dell’analogia di caratteristiche fisiche e morfologiche, all’anatomia vegetale rilevata poi per il tramite del microscopio, fino alla grande sistematizzazione operata dal linneiano sistema di classificazione binomiale. In un procedere di revisioni e risistemazioni che, con l’avvento delle tecnologie di sequenziamento del DNA, a partire dagli anni ’80, hanno incluso, oltre la morfologia, l’analisi delle informazioni molecolari nel tentativo di inseguire le dinamiche delle relazioni evolutive tra le piante (anche perché ogni anno vengono di media identificate ulteriori 2.000 specie a noi sconosciute, mentre altre se ne estinguono, magari ancor prima che le si possa scoprire e descrivere).
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Una pratica che da ultimo si è dispiegata nel progetto
Nella ricca e complessa varietà di suggestioni che lo attraversano, il programma iconografico di quel condensato di storia, arte e potere che è Palazzo Vecchio, cuore della strategia politica di autorappresentazione dell’autorità medicea che nella Firenze di primo Cinquecento va consolidandosi su scala territoriale, rivela ben oltre il disegno encomiastico la pluralità di saperi e le stratigrafie di un retroterra culturale trasversalmente dispiegato a tutto campo.
C’è una misura, di partecipazione e distanza assieme, di discreto protagonismo operoso, che raramente si incontra in quella diffusa categoria di libri che aspirano a raccontare in soggettiva il proprio lavoro creativo da parte di chi si dedica a immaginare e realizzare giardini, col risultato per lo più di scivolare ad inventariar cataloghi.

Premiare un luogo significa saperne cogliere la singolare, esclusiva, fisionomia parlante.
Come rilevava Rudolf Borchardt, “per il novantanove per cento, le espressioni figurate che le lingue umane posseggono sono prese dal mondo delle piante; per il novantanove per cento, tutte le forme ornamentali … derivano dal fiore”. Che nella sua essenzialità risulta perciò portatore di significati a un tempo puntuali e polisemici.