
La secolare presenza degli agrumi che come una trama pervade di varietà diverse la maggior parte delle diverse, variegate configurazioni bioclimatiche della penisola, si infittisce a tratti fino a farsi contrassegno, fisionomia caratterizzante.
Così, volta a volta, sono le coltivazioni dedicate, adacquate in Liguria a cadenze fissate fin dagli antichi statuti, il fitto ordito delle travi delle limonaie circondate su tre lati e orientate ad est lungo i terrazzi affacciati sul lago di Garda, oppure i “quadri” che in Puglia si dispongono alternati a protegger le coltivazioni dal grecale, appezzamenti separati da alte siepi vegetali o con muri di oltre tre metri dotati di finestroni aperti a distanze regolari, a scandire stagioni e terroir con profumi, colori, sistemi di serre mobili, a innescare commerci e economie nei territori, catalizzare saperi, consuetudini popolari, rituali e tradizioni, gastronomie. E, specialmente, disegnare paesaggi.
Quelli produttivi, soprattutto, ma anche quelli delle socialità di passeggiate sulle fortificazioni cittadine dismesse, che ben si accordano alla coltivazione di agrumi in piena terra in ambito urbano, quelli simbolici dell’immagine restituita dai Gran tour, o le estetiche che nei giardini, complice la grande propensione degli agrumi ai destini incrociati, raccolgono nei giardini meraviglie da esibire. Come nelle collezioni medicee o nel caso della rinascimentale Villa Medici sul Pincio, a Roma, dove, protetti dalle mura aureliane a metà 500, agrumi in vaso si alternavano a spalliere di cedri nel contesto di un boschetto di duemila melangoli.

Di questa trama e dei suoi protagonisti principe – varietà di maggior spicco ritratte in schede articolate – propone oggi una ricognizione ragionata nelle diverse regioni della penisola il lavoro di scavo e ordinamento di Paola Fanucci e Alberto Tintori, Il viaggio degli agrumi in Italia. Percorsi e curiosità di cultivar regionali, Leo Olschki, pp. 330, € 29,00. Un’indagine a tutto campo, che al prezioso lavoro su fonti, testimonianze e temi – specificità regionali di tecniche di coltivazione, competenze, figure professionali, operazioni di raccolta produzione confezionamento, rilievo della manodopera femminile, innesco che produzione e commercio determinano in ambito manifatturiero e mercantile – affianca in un’inedita veste anfibia una sezione finale di pratiche agronomiche, dedicata a propagazioni, innesti, accortezze e cure (che meglio avrebbe meritato maggiore integrazione).

Della presenza, anche ornamentale dei limoni, dicono i resti di 38 piante in vasi posizionati ai piedi di altrettante colonne nella Villa di Poppea, a Oplontis (I secolo a.C.) o quelli ritratti negli affreschi della Casa dei cubicoli floreali, a Pompei (I secolo d.C.).
Nel primo testo europeo destinato esclusivamente alla coltura degli agrumi, il De Hortis Hesperidum del 1501, l’umanista Giovanni Pontano, che li coltiva sulla collina del Vomero nel suo giardino della Villa di Poggioreale, suggerisce di applicare anche alle piante di arancio i principi della topiaria. E, ancora di quei loro «fiori eterni [che] mentre un frutto spunta l’altro già matura» ragiona Torquato Tasso a proposito del Giardino d’Armida nella Gerusalemme Liberata.
In molte regioni il cedro è il primo agrume a esser conosciuto: già nel IV secolo d.C. Rutilio Palladio, proprietario di una tenuta non lontana da Oristano, gli dedica un intero capitolo nel suo Opus agricolturae, mentre in Sicilia figura nei mosaici della Villa del Casale a Piazza Armerina, e in Liguria compare nel 1110 in un elenco di beni corrisposti come censo al vescovo di Genova, per tornare poi nel 1511 in una lista di acquisti per i giardini dell’Isola Isola Madre sul Lago Maggiore, tanto che il cedro fogliato finirà sullo stemma nobiliare della proprietaria famiglia Borromeo. Così come, due cedri compaiono anche nel ritratto di Giovanni de Bicci dipinto da Alessandro Allori, oggi agli Uffizi.
Se è ai crociati di ritorno da Gerusalemme che viene attribuito il merito dell’introduzione degli agrumi – dal ligure Giorgio Gallesio, autore nel 1811 di un Traité du Citrus –, nel bresciano il rimando è ai frati del convento di San Francesco a Gargnano dove anche alcuni capitelli del chiostro trecentesco raffigurano aranci e limoni. L’uso del cedro a fini rituali determina inoltre un mercato del tutto particolare fin dal nord Europa: «gli Hebrei etiandio di Alemagna e di altri luoghi mandano a comprar dei cedri, per la solennità dei Tabernaculi, a Sanremo» sottolinea il geografo cinquecentesco Agostino Giustiniani
L’arancio dolce – in Liguria denominato alangium (mentre l’arancio amaro, citronus, verrà poi volgarizzato in citrone) sarebbe arrivato in regione a metà Quattrocento; e così nel Meridione dove il nome portuall rimanda a influenze arabe.
Mentre è con gli inizi del Settecento che il bergamotto s’impone come agrume principe, specialmente del paesaggio e dell’economia calabrese fino a riflettersi nella toponomastica: in provincia di Cosenza, è nella Riviera dei cedri, e soltanto lì, che si coltiva la varietà Liscia Diamante
Ritratte in specifiche schede articolate per regione, spiccano nel volume tra protagonisti noti e appellativi dialettali, varietà scomparse e talvolta, di recente, recuperate: come l’arancio amaro Bizzarria, perdutosi dopo esser stato scoperto a fine Settecento dal medico di corte e naturalista toscano Francesco Redi, e che ha la particolarità d’essere «in un sol pedale, e anche nello stesso frutto … Cedrato, Limone, Arancio dolce e Arancio forte, variando continuamente le combinazioni, le situazioni e il numero delle parti diverse» (Gaetano Savi, Notizie per servire alla storia del Giardino e Museo della I. e. R. Università di Pisa, Pisa, Tipografia Nistri, 1828, p. 25).
Paola Fanucci e Alberto Tintori, Il viaggio degli agrumi in Italia. Percorsi e curiosità di cultivar regionali, Leo Olschki, pp. 330 € 29, recensito da Andrea Di Salvo su Alias della Domenica XV, 46, Supplemento de Il Manifesto del 9 novembre 2025

Giovanni Battista Ferrari, Citreum dulci medulla, 1646


