Andar per giardini. Lindisfarne Castle

Lo scrigno-giardino di Gertrude Jekyll fra brughiera e castello

Rinserrato tra i bassi muretti di pietra grigio-chiara che lo ritagliano nell’indistinto della brughiera, sullo sfondo del mare del Nord e dell’imponente sperone di roccia su cui si staglia il profilo del castello che lo intitola, il giardino di Lindisfarne Castle è uno scrigno di fiori, forme, fragranze multicolori che striano la dominante del fogliame argenteo della stachis bizantina che come una trama lo percorre a terra invadendone i viottoli pavimentati in stile Arts and Crafts.

Un giardino defilato già riguardo al suo castello. Posizionato rispetto a quest’ultimo diverse centinaia di metri a nord, abbastanza distante per evitarne l’ombra e lontano quanto basta dal mare per sopportarne la scia di sale spruzzato dal vento. Castello e giardino, entrambi sospesi nell’atmosfera fluttuante dell’isola che li ospita. Holy Island, poco distante dalla costa del Northumberland, subito sotto la Scozia, accessibile da Berwick-upon-Tweed soltanto quando, ad intervalli ampiamente mutevoli, soprattutto in presenza di forti venti, la marea si ritira lasciando emergere l’unica via di collegamento.

Episodio eccentrico, certo minore, di una storia importante, questo giardino-gioco di prestigio è frutto dell’ingegno di Gertrude Jekyll, pittrice di formazione, poi giardiniera e progettista, che tra fine Ottocento e primo Novecento, traversando diverse fasi a partire dall’iniziale influenza di William Morris, John Ruskin e dalla sua associazione con William Robinson, rivoluziona quel mondo incorporando nel gusto estetico della teoria dei colori variabilità e dinamicità dei protagonisti vegetali. Un episodio nato nel contesto di relazioni con un committente particolare, quell’Edward Hudson, magnate dell’editoria britannica, fondatore e proprietario della rivista Country Life, dove la Jekyll, prolifica scrittrice di libri sul giardino, teneva la sua influente rubrica fissa sul tema, contribuendo a costituirlo parte integrante del modello di stile di vita inglese.

Già in precedenza la Jekyll aveva introdotto nella cerchia di Hudson il giovane architetto Edwin Lutyens, con cui avrebbe a lungo collaborato in un felice sodalizio, fissando uno stile inconfondibile e realizzando dozzine di giardini e case di campagna, come Hestercombe, Bois des Moutiers, Castle Drogo.

Raccogliendo l’invito di Hudson a convertire quel che restava di Lindisfarne Castle in uno stravagante rifugio di vacanza, Lutyens operò a più riprese nel primo decennio del Novecento trasformando l’interno in un labirinto di stanze, passaggi, rampe e inserendo una torre semi-ottagonale. Suggestivo ma non confortevole. E decisamente, all’esterno, poco adatto per realizzare l’elaborato giardino con giochi d’acqua sognato da Hudson.

La scelta inusitata sarà così di recuperare l’impianto dell’orto murato un tempo utilizzato dalla guarnigione (l’alternativa era farne un campo da tennis). Il primo progetto della Jekyll prevedeva proprio un orto anche se poi, nel 1911, il giardino di verdure, per quanto agghindato dal brio di gladioli, piselli odorosi, fucsie e malve, venne ripensato. Prevalse la suggestione di un giardino fiorito estivo, ispirato alle fioriture campestri e alle tradizionali coltivazioni degli orti giardino di villaggio.

Tra i pochi interventi strutturali, Lutyens ricostruì le pareti del recinto lasciando più bassa quella rivolta a sud sul pendio, così da consentire di sfruttare al meglio la luce del sole, ma anche di ulteriormente incorniciare, in asse con le finestre superiori, la relazione visiva con il castello, sottolineata dalla risistemazione del tracciato dei sentieri.

Se il percorso per raggiungere l’isola e poi il castello e giardino compone il loro fascino, così, nello starci, l’impressione è d’esser giunti a destinazione. D’esser parte di un dialogo che questo trapezio fiorito (un minuscolo spazio di 25,5 metri x 27) intesse in relazione di asimmetrica reciprocità – e di rimbalzo di scala – con il luogo che lo ispira e con noncuranza lo blandisce.

Si sta così in faccia al castello, raccolti dal giro delle mura, percependo alle spalle, oltre il recinto, distese di terra, nuvole e mare.

Mentre sul lato lungo occidentale si dispone una fila di rose, su quello orientale si mantiene un filare a fruttiferi, ortaggi e erbe aromatiche, secondo le indicazioni dei disegni recuperati del progetto originale della Jekyll che pure è stato attualizzato nel suo spirito dal restauro condotto dall’università di Durham e dal National Trust (il corrispettivo del nostro FAI) che ora lo gestisce. Ad altezza d’occhio, tutto è in sinfonia. Si sta avvolti dal prorompente tripudio dell’arancio delle calendule e del bianco delle margherite che ondeggiano per masse, dall’inerpicarsi variopinto dei piselli odorosi, dal protendersi per intermittenze di helenium e rudbeckia, poi delphinium e phlox e dall’arretrare del blu di campanule e fiordalisi. Trascinati dal vorticare degli sbuffi di sedum e santolina attorno alla meridiana e ancora rimpallati tra lo svettare brillante del rosso intenso dei gladioli e quello più polveroso dei malvoni.

Tutto, scandito a contrasto dal pervasivo spumeggiare della prediletta stachys. Come un’onda dal grigio fogliame che sbordando sulle pavimentazioni e nel suo riverbero sulle le pareti, richiama, nel riflesso delle nubi su in cielo, l’implacabile andirivieni del tempo dell’isola, scandito soltanto dall’alternarsi della marea.

Andrea Di Salvo su Alias della Domenica X, 16, Supplemento de Il Manifesto del 19 aprile 2020