Chelsea Flower Show. Esercizi, con sponsor, per metagiardino ideale

Da Londra – Una visita al londinese Chelsea Flower Show.
Che la topografia riflessa disegnata dai giardini attorno e dentro la nostra bulimica società evolva, rispondendo veloce e utilizzando ogni residuale dimensione, ce lo conferma, ancora prima di imboccare i cancelli del Chelsea Flower Show, il giardino a forma di slitta, guscio o gondola rosa che dir si voglia, sospeso in cielo dal braccio di una delle gru che solitamente servono a tirar su palazzi. È l’Irish Sky Garden, macchina giardino volante – ispirata al Ristorante nel cielo di Avatar che proietta una sempreanelata visione dall’alto su un arcipelago di piante disseminato di 25 microstagni. Dopo gli spazi recuperati dei tetti giardino, quelli verticali delle pareti vegetali o gli interstiziali del Terzo paesaggio, il bisogno, l’estetica del verde si propone in quelli sospesi della prospettiva aerea, paradossalmente significando forse nella mappatura del reticolo a sommatoria ricombinante dei microgiardini di ciascuno la consapevolezza del loro complessivo valore di riserva ecologica (di un’ecologia anche della mente) per il pianeta urbanizzato.

Al di là delle fantasmagorie di collezioni e novità di piante presentate nel Grande padiglione centrale, dove rifugiarsi quando la londinese pioggia di maggio si fa scroscio, molti degli interventi creativi visti nella settimana dal 24 al 28 nei giardini a tema o in quelli Show nella mostra di orticoltura più rinomata del mondo disegnano appunto soluzioni prototipali per prefigurare la via di uno sviluppo delle risorse durevole e sostenibile, incorporando attenzione e sensibilità ambientali nella dimensione estetica. Ricostituzione di habitat di biodiversità, autosufficienza energetica, ma anche utilizzo di spazi giardino per produrre cibo ovunque, sia pure in ambito verticale urbano come nel sistema integrato di approvvigionamento idrico energetico del giardino B&Q. Riuso straniante nel segno e riciclo scultoreo di materiali di recupero nel New Wild Garden, di Nigel Dunnett (dal tetto verde di un container dismesso l’acqua piovana è convogliata nel gioco di una serie di vasche fino ad uno spazio scandito da ondulati muretti a secco con inserti di materiali d’uso quotidiano a farne rifugio per la entomofauna che frequenta i fiori del giardino; rivisitazione attualizzata di quello naturalistico vittoriano).

Scenografie aperte sui due lati (22 metri x 10), i 17 Show gardens sono il cuore dell’esposizione. Giardini spettacolari, senza tema imposto se non quello indotto – talvolta con mano pesante – dal mandato degli sponsor. Grandi società di investimento, banche, giornali come The Daily Telegraph e, da quest’anno, The Times, Uffici del turismo, produttori di champagne, piuttosto che di sistemi energetici naturali, Fondazioni come quella per la Ricerca sul Cancro (che nel “suo” giardino affronta, con Robert Myers, il tema del sopravvivere, astratto in un impervio paesaggio costiero). Sistema di sponsorizzazioni che la dice lunga sulla penetrazione nella società (per ora anglosassone) della consapevolezza che, visto il complesso sistema di valori incorporato dal giardino, ripaga investire in costosi … temporanei e spettacolari.

In ogni caso, come confessa Cleve West, che ha disegnato il giardino del Daily Telegraph, vincitore della principale tra le quattro categorie presenti nella mostra, “dopotutto, Chelsea è … teatro”. E la sua messa in scena è un giardino di rovine dove affronta struttura formale (le colonne di cemento tarsiato di terracotta di Sergio Bottagisio e Agnès Decoux) e impermanente intervento di ricolonizzazione di un eclettico mix di piante pioniere e vegetazione strutturata. Mentre l’elegante intervento minimalista di Luciano Giubbilei amministra sul tema del mutuo operare di natura e uomo i contributi del padiglione sensoriale animato al vento di Kengo Kuma e le sculture organico geologiche di Peter Randall-Page …

Metagiardino ideale, con il suo corollario di suggestioni, Chelsea Flower Show è luogo di disseminazione di idee per tutti, stimolo ad ampliare lo spettro della sperimentazione di varietà e combinazioni di piante; a integrare in una visione compositiva del giardino elementi focali e “sculture” da esterno (fino a cascate e installazioni sonore di luce e acqua); a moltiplicare i contesti e gli usi della nostra coabitazione con il verde con l’affermarsi di veri e propri – ripensati – pervasivi giardini “da interno”.

Andrea Di Salvo su Alias – Supplemento de Il Manifesto 11 giugno 2011