
La fitta trama di relazioni che a lungo ha visto convivere nell’Europa medievale uomini ed alberi può esser riletta oggi alla luce di una serie di acquisizioni in certa misura capaci di dar voce direttamente a questi ultimi.
A partire dall’indagine archeologica che sistematizza lo studio dei resti di materiali recuperati nell’edilizia come nei focolari, l’analisi degli anelli di accrescimento dei tronchi, la presenza di pollini rinvenuti a diverse profondità nel fanghi e nelle torbiere e fino agli studi sulla genetica delle piante. Ma, soprattutto, grazie a un nuova considerazione storiografica che, tra usi e valenze simboliche, incrocia storia materiale e percezione del mondo vegetale, concentrandosi sulle interrelazioni tra esseri umani e piante.
È così che nel suo volume intitolato a I giganti silenziosi. Il Medioevo in dieci alberi, Paolo Grillo rilegge con un diverso stile di attenzione la tradizionale documentazione di contratti di compravendita, trattati di botanica, statuti cittadini, come pure le fonti narrative di volta in volta funzionali a letture agiografiche o condizionate da modelli ideali – assieme, appunto, ai dati emersi da prospezioni e indagini paleobotaniche (Mondadori, pp. 232, € 22).
Superata la miopia di uno sguardo che perlopiù riduce gli alberi a mere risorse “silenziose”, o a oggetto di proiezioni simboliche, Grillo riesce a restituir loro dignità di soggetto per come anch’essi definiscono e modellano l’ambiente.

Avviandosi a superare la lettura solitamente tutta antropocentrica dell’ambiente, la vicenda dei dieci alberi prescelti viene ripercorsa, all’incrocio delle tre grandi tradizioni, classica, germanica, giudaico cristiana, tra rispetto per piante e boschi sacri, volta a volta oggetto di superstizione o devozione da parte di un immaginario cristiano che presto si impadronirà di usi e valenze arborei (fino alla sempreverde palma, simbolo di vittoria sulla morte), nuova sensibilità scientifica veicolata da trattati, enciclopedie, erbari, in relazioni agli usi terapeutici, prevalere di un approccio tutto teso alla messa a profitto degli alberi con la presunzione di irreggimentarne la conduzione e regolarne usi e abusi.
Ne deriva tra l’altro l’opportunità di rivedere tutta una serie di assunti e pregiudizi. Che la diffusione delle foreste altomedievali sia da mettere in relazione diretta con l’insediamento dei barbari quando invece già il mondo tardo romano aveva visto una significativa ripresa del bosco (trattandosi in ogni caso di un processo regolato e condizionato dagli esseri umani); o una visione delle foreste come selvagge e inospitali, quando non ostili, che dev’essere stemperata a vantaggio di un bosco perlopiù spazio aperto e frequentato perché produttivo, utile alla raccolta, alla caccia, all’allevamento.
Riservando il giusto spazio alle pratiche, come luogo d’elezione di ogni relazione, Grillo ci ricorda come, ad esempio, l’ulivo risulti protagonista chiave tramite il quale rileggere l’incontro tra popolazioni, specialmente in area longobarda – dove pure si afferma sempre più la presenza del castagno anche per via di innesti e nuove elaborate forme di arboricoltura –, in termini di rapida saldatura quanto a usi alimentari e rituali (consacrazione e illuminazione delle chiese) nella tutto sommato continuità degli andamenti del paesaggio agrario. Mentre la persistente diffusione della quercia, scelta già perseguita dai romani, in relazione con l’importante presenza dei maiali nell’alimentazione, debba misurarsi con l’alternativa costituita dai faggi nei territori del nord Europa dove le querce stentano a fruttificare regolarmente. E occorre però distinguere le diverse fasi e areali di un processo che si declina in relazione alle capacità – delle querce, non dei faggi – di ospitare nel loro sottobosco piante di cui possono nutrirsi anche ovini bovini e caprini.
O ancora, di come sul filo della crescita demografica dopo il Mille, si registri anche quella dei castagni, a scapito di altre specie che, sempre soprattutto a opera dell’uomo, avviene però in spazi specifici, fitti e omogenei come conferma una toponomastica folta di castagnara e marroneti. Per sottolineare come con il quattordicesimo secolo l’interesse per alberi, rivolto per secoli specialmente alla raccolta e allevamento dei suoi frutti, finisca per volgersi poi piuttosto al loro legname con il dilagare in età moderna della richiesta in edilizia, marineria e come combustibile per le nuove manifatture.
E via così. Districando i fili di un vicendevole intessersi di relazioni tra esseri umani e piante che finisce per risaltare come possibile chiave di lettura per meglio comprendere tanti aspetti della vita nel mondo dell’Europa medievale.
Paolo Grillo, I giganti silenziosi. Il Medioevo in dieci alberi, Mondadori, pp. 232, € 22, recensito da Andrea Di Salvo su Alias della Domenica XV, 50, Supplemento de Il Manifesto del 14 dicembre 2025


