Ritratto di giardino atlantico

A contrappunto di un mondo riarso, di alberi radi e rocce disseccate, tra le basse colline che si affacciano sulle spiagge del vecchio Marocco spagnolo risuona di vita, come un ritaglio di verde, colori e profumi, la vicenda del giardino atlantico dedicato alle piante autoctone realizzato da Umberto Pasti a Rohuna, villaggio di poche case e cinquecento anime, sessanta chilometri sotto Tangeri.

Epopea già narrata in un precedente romanzo (Perduto in paradiso), a dar conto – sullo sfondo dello stravolgimento di un Marocco agreste in via di forzata modernizzazione – del rapimento estatico per un luogo di cui si intravede il destino e  delle peripezie occorse nell’arco di vent’anni per avviarne il compimento. Dalla rabdomantica trivellazione che porterà l’acqua, con fontanile e prime docce per tutti, alla costruzione di aiuole e giardini, esedre e muretti – ballando a pieni nudi per compattare il suolo –, fino alle traversie della meticolosa raccolta di molte specie di piante selvatiche, spesso a rischio di estinzione nel Nord del Marocco, recuperate e messe miracolosamente in salvo di fronte all’incalzare di nuove autostrade o degli enormi cantieri che invadono la duna, di campi da golf e lottizzazioni incongrue: bulbose selvatiche, soprattutto iris, ma anche narcisi, crochi, scille, senza indugio trapiantati di notte, al lume delle torce. Tutto in dialogo serrato di opinioni e saldarsi di affetti con i vicini del villaggio, operai, pastori, donne, e specialmente con coloro che diverranno artefici e custodi di un giardino che cresce con loro, fino a farsi ormai meta ambita di visitatori intraprendenti e esperti botanici.

Un volume fotografico di grande formato restituisce ora in immagine il viatico per Un giardino atlantico. Rohuna, nord del Marocco, Umberto Pasti con le foto di Ngoc Minh Ngo (Bompiani, pp. 240, € 55.00).

In primis, il Giardino della Consolazione – quello che grazie alle innaffiature sarà verde e fiorito anche quando altrove tutto seccherà –, dove personaggi inventati, alter ego in dialogo con gli spiriti della terra, battezzano i diversi luoghi che lo articolano con le storie che intitolandoli li nutrono.

Dal Giardino dell’Inglese a quello delle ossa o dell’Aissawa, da quello del Portoghese al Giardino dell’Egiziano, dalla Rotonda all’Esedra sotto il fico, si susseguono ambienti a tema, anche vegetale, per farsi volta a volta sala da pranzo, salotto, sala da ballo e camera da letto con volta stellata. Fino alla Terrazza di Stephan da dove si contempla l’orizzonte e alla Porta del mare che dà sul sentiero che conduce alla spiaggia, oppure al Ponte di Najim che introduce a tutto il resto, al giardino del paesaggio.

Quel Giardino Selvatico, apparentemente incolto che circonda quello della Consolazione e guarda al mare, e, ancor più, il Gharsa Baqqali, immune da ogni velleità estetica e esentato da ogni pianta che non sia nativa dei luoghi.

Anche se, oltre ogni rigida compartimentazione, vale il gioco delle contaminazioni dove piante spontanee e autoctone si confondono con specie esotiche, come in “una festa di contadini ubriachi fra cui ballano nobildonne venute da lontano”.

Se nelle foto di Ngoc Minh Ngo ben si riverberano le vivide descrizioni botaniche, dalle fronde come piume di struzzo dei melianthus – nati dai semi recuperati in un viottolo di periferia a Tangeri – ai ricini con le foglie sfumate di granato, dalle potature di trasparenza del lentisco per far fiorire, sotto, gli echium, ai ritratti in persona di singoli protagonisti vegetali, e se il giardino è incontro di cura, sguardi, relazioni, e certo qui anche un tributo a chi, occupandosene, lo rende tale, quand’è che smetteremo allora di fotografare giardini inabitati?

Umberto Pasti, Ngoc Minh Ngo, Un giardino atlantico. Rohuna, nord del Marocco, Bompiani, pp. 240, € 55.00,  recensito da Andrea Di Salvo su Alias della Domenica IX, 42, Supplemento de Il Manifesto del 27 ottobre 2019